Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12722 del 21/06/2016


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Cassazione civile sez. III, 21/06/2016, (ud. 13/10/2015, dep. 21/06/2016), n.12722

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.L., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA GIUSEPPE AVEZZANA 51, presso lo studio dell’avvocato

ZUCCONI ANTONELLO, rappresentato e difeso dall’avvocato ANGELINI

VIRGINIO giusta procura speciale del Dott. Notaio CERONI CLAUDIA

in LA SPEZIA IL 6/10/2015, rep. n. 16886;

– ricorrente –

contro

L.M., domiciliata ex lege in ROMA, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli

avvocati BUCARELLI PAOLO, SIGNANI PAOLO, DE FERRARI STEFANO

giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1233/2011 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 07/12/2011, R.G.N. 287/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/10/2015 dal Consigliere Dott. TRAVAGLINO GIACOMO;

udito l’Avvocato DI ZENZO LUISA per delega;

udito l’Avvocato DE FERRARI STEFANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO RICCARDO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

I FATTI

L.M.S. propose opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di La Spezia, su ricorso di G.L., con il quale era stata condannata al pagamento della somma di circa 15 milioni di Lire, in favore dell’opposto, a titolo di canoni di affitto di azienda non corrisposti, chiedendo in via riconvenzionale la restituzione di quanto versato in eccedenza rispetto al dovuto e il risarcimento dei danni conseguenti agli inadempimenti della controparte.

Il giudice di primo grado revocò il decreto opposto e accolse in parte qua la domanda riconvenzionale della L., condannando il G. al pagamento in suo favore della somma di 3.799 Euro.

La corte di appello di Genova, investita delle impugnazioni, principale e incidentale, proposte hinc et inde, le rigettò. Per la cassazione della sentenza della Corte ligure G.L. ha proposto ricorso sulla base di 7 motivi di censura. Resiste L. M.S. con controricorso.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato.

Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 414 c.p.c..

Il motivo con il quale si lamenta l’erronea applicazione della regula iuris dettata in tema di scioglimento del contratto per mutuo dissenso in mancanza (come nella specie) di due contrapposte domande di risoluzione, mentre nessuna domanda in tal senso sarebbe stata proposta dall’opponente – è privo di pregio.

Esso si infrange, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello nella parte in cui ha ritenuto che la dichiarazione proveniente dal G. (contenuta nella missiva del 26.8.2008) volta a far valere la clausola risolutiva espressa contenuta nel contratto di affitto di azienda – e richiamata in sede di opposizione al decreto ingiuntivo proposta dalla L. – e la riconsegna dell’azienda da parte di quest’ultima nel febbraio dell’anno successivo integrassero gli estremi della risoluzione consensuale del contratto, che, come costantemente evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte, è fattispecie oggettivamente estintiva del rapporto negoziale, desumibile dalla volontà in tal senso manifestata, anche tacitamente, per facta concludentia, dalle parti (ed aggiungendosi ancora che tale vicenda estintiva può essere accertata anche officio iudicis, ove non risulti necessario – come nella specie il compimento di ulteriori indagini di fatto: ex aliis, Cass. 10201/2012; 8422/2006; 4307/2001).

Con il secondo motivo, si denuncia violazione dell’art. 1453 c.c. e s.s., art. 1372 c.c., comma 2 in relazione agli artt. 112, 414, 416 c.p.c..

Il motivo è infondato.

Non appare conforme a diritto, difatti, l’assunto di parte ricorrente secondo il quale la risoluzione di diritto conseguente all’esercizio della facoltà riconosciuta alla parte ex art. 1456 c.c. non sarebbe operante se non per effetto di una sentenza che la dichiari.

E ciò per una duplice, concorrente ragione.

Da un canto, la natura meramente dichiarativa della sentenza de qua esclude che l’effetto risolutivo possa ricollegarsi ad essa, e non anche alla manifestazione di volontà della parte. Dall’altro, perchè, nella specie, a tale dichiarazione ha fatto seguito la concorrente e consonante manifestazione di volontà della controparte, onde lo scioglimento della convenzione negoziale per comune dissenso, come correttamente opinato dal giudice di merito –

accertamento che, costituendo il portato di una valutazione di fatto, si sottrae al sindacato di legittimità se, come nella specie, congruamente motivato ed esente da vizi logico-giuridici (Cass. 25126/2006, ex multis).

Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1458 c.c. in relazione all’art. 112 c.p.c. e agli artt. 1590, 1591 e 2697 c.c..

Il motivo è infondato.

Sotto le spoglie della violazione di legge, difatti, esso cela (e parte ricorrente invoca, nella sostanza) una rilettura ed una riscrittura, da parte della Corte di legittimità, della valutazione dei fatti operata dal giudice motivazione scevra da vizi logico-

giuridici, ha ritenuto che le emergenze probatorie deponessero univocamente nel senso della avvenuta riconsegna dell’azienda al locatore da parte della affittuaria (ff. 16-17 della sentenza di appello), onde la “tecnica ascrivibilità della fattispecie alla risoluzione per mutuo consenso”, essendo stati “dettagliatamente specificati i comportamenti dell’affittuaria nei quali si sarebbe estrinsecata la dismissione, previa cessazione, dell’azienda” (così, in particolare, del tutto condivisibilmente la Corte territoriale al folio 17 della sentenza impugnata).

Del tutto inammissibile, per patente novità, risultava e risulta poi la domanda di risarcimento da ritardo nella consegna dell’immobile, volta che, in primo grado, il G. aveva, viceversa, richiesto il pagamento dei canoni non scaduti e dei relativi accessori.

Con il quarto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., artt. 115 e 114 c.p.c., artt. 1458, 1590 e 1591 c.c..

La censura – con la quale si lamenta che la Corte ligure avrebbe violato le norme sopraindicate con riferimento ad una clausola dei contratti di affitto che prevedevano l’obbligo di pagamento dell’intero canone annuo anche nell’ipotesi di risoluzione anticipata del contratto, purchè il relativo godimento si fosse protratto per almeno 302 giorni, sostenendosi che la Corte territoriale avrebbe, in proposito, invertito il relativo onere probatorio – non può essere accolta.

Pur volendo prescindere dai (non lievi) profili di inammissibilità della censura (conseguenti alla mancata riproduzione, in seno al motivo, tanto delle clausole di cui si lamenta l’erronea interpretazione quoad probationem, in spregio al principio di autosufficienza del ricorso, quanto degli atti processuali nei quali si assume essere stata tempestivamente posta la questione –

tempestività peraltro contestata dalla contro ricorrente al folio 29 dell’atto di resistenza), va osservato che nessuna violazione delle regole poste a presidio del riparto dell’onere probatorio appare predicabile nel caso di specie, atteso che il godimento dell’immobile da parte dell’affittuaria per il tempo previsto dalla clausola contrattuale, in quanto fatto costitutivo della domanda di adempimento, rappresentava ictu oculi vicenda il cui onere probatorio gravava tout court a carico del proponente.

Con il quinto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1193, 1195 e 1199, c.c., in relazione agli artt. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c..

La censura con la quale si lamenta che la Corte d’appello non abbia accolto la domanda di imputazione di pagamento relativo a due quietanze rilasciate alla L., riferibili al compenso dovuto ai professionisti incaricati di predisporre i contratti di affitto e non all’adempimento dell’obbligo di versare i relativi canoni – è infondata.

L’interpretazione adottata dalla Corte territoriale, alla luce del tenore letterale degli atti di quietanza in parola (sottolineandosi, con motivazione priva di vizi logico-giuridici, che il generico riferimento al rogito non aveva altro significato se non quello di indicare il contratto redatto per atto pubblico), appare, difatti, del tutto conforme a diritto, ed in linea con il consolidato insegnamento di questo giudice di legittimità in subiecta materia (ax aliis, Cass. 8066/2007), nulla avendo dimostrato, e neppure dedotto, il convenuto opposto in primo grado in ordine al preteso, diverso titolo del credito in parola (così, condivisibilmente, la sentenza impugnata al folio 19).

Con il sesto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. e s.s. in relazione agli artt. 2558, 2561 e 2562 c.c., artt. 112 e 115 c.p.c..

Con il settimo motivo, si denuncia violazione degli artt. 2558, 2561, 2033 e 2036 c.c..

Le censure, che possono essere congiuntamente esaminate, attesane la intrinseca connessione, risultano infondate.

Immeritevole di accoglimento risulta, difatti, la doglianza relativa alle vicende di un rapporto di sub-concessione tra l’affittuaria L. e la società Lerici Mare – onde l’obbligo della prima di restituire al locatore quanto da lui versato alla seconda (spese per servizi secondari e promozione turistica), non avendo adempiuto la L. a tali oneri – avendo la Corte territoriale motivatamente escluso, sulla base di prove documentali e testimoniali (f. 22 della sentenza impugnata) la riconducibilità delle somme de quibus ai servizi primari, e la speculare estraneità delle somme corrisposte alla subaffittuaria dalla L. ai predetti servizi.

Del pari infondata appare la censura relativa alla pretesa, erronea applicazione dell’istituto del regresso con riferimento alla domanda restitutoria vittoriosamente esercitata dalla L. con riguardo alle somme da essa versata alla Lerici nell’anno 2007 -, non rilevando, all’uopo, il nomen iuris adottato dal giudice per qualificare l’obbligo restitutorio del G., ed avendo in proposito rilievo il solo contenuto sostanziale della domanda e il compiuto accertamento della sua fondatezza, così come correttamente ritenuto dalla Corte territoriale tanto sul piano processuale (i.e.

sotto il profilo della sua tempestività) quanto sostanziale (e cioè della legittimazione passiva del ricorrente, da ritenersi fondata sul disposto dell’art. 2036 c.c., comma 3, che consente al solvens non ammesso a richiedere la ripetizione all’accipiens per mancanza, come nella specie, di scusabilità dell’errore nell’adempimento, il subingresso nei diritti del creditore).

Il ricorso è pertanto rigettato.

Le spese del giudizio di Cassazione seguono il principio della soccombenza.

Liquidazione come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 5200, di cui 200 per spese.

Così deciso in Roma, il 13 ottobre 2015.

Depositato in Cancelleria il 21 giugno 2016

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