Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12717 del 25/05/2010

Cassazione civile sez. III, 25/05/2010, (ud. 22/04/2010, dep. 25/05/2010), n.12717

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco – Presidente –

Dott. FILADORO Camillo – rel. Consigliere –

Dott. AMATUCCI Alfonso – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

TYPE 20 S.R.L. (di seguito, per brevità, la “Type 20”) (OMISSIS)

in persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione e legale

rappresentante pro tempore Sig.ra D.V.P., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA BISSOLATI 76, presso lo studio dell’avvocato

GIOVANNETTI ALESSANDRA, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato GAZZOLA GIOVANNI giusta procura speciale del Dott.

Notaio ROBERTO MARNETTO in TORINO 13/4/2010, rep. 13906;

– ricorrente –

contro

A-27 S.P.A. (OMISSIS) in persona del Presidente del Consiglio di

Amministrazione e legale rappresentante Dr. L.E.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PAOLO EMILIO 34, presso lo

studio dell’avvocato D’INNOCENZO PAOLA, rappresentata e difesa

dall’avvocato GANDINI GIOVANNI giusta delega a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 821/2006 della CORTE D’APPELLO di TORINO, 4^

SEZIONE CIVILE, emessa il 18/5/2006, depositata il 29/05/2006, R.G.N.

182/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/04/2010 dal Consigliere Dott. CAMILLO FILADORO;

udito l’Avvocato GIOVANNETTI ALESSANDRA;

udito l’Avvocato GIOVANNI GANDINI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Libertino Alberto che ha concluso per l’inammissibilità.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 8-29 maggio 2006, la Corte di appello di Torino, in riforma della decisione del Tribunale di Novara-Borgomanero del 15 dicembre 2004, rigettava la opposizione a decreto ingiuntivo (avente ad oggetto pagamento di canoni di locazione) proposta dalla soc. a r.l. TYPE 20 conduttrice di un immobile di proprietà della s.r.l.

Immobiliare Boscarola in (OMISSIS).

Nel ricorso in opposizione la TYPE 20 aveva esposto:

– di essere stata conduttrice di una porzione di immobile ad uso produttivo, in (OMISSIS);

– che, sin dall’inizio della locazione (aprile 2002), la ricorrente aveva verificato, e ripetutamente contestato alla società locatrice s.r.l. Immobiliare Boscarola (poi spa A 27), la presenza di notevoli infiltrazioni di acqua, provenienti dall’imbocco dei canali e dai lucernari, che avevano determinato allagamenti all’interno dei locali, impedendo il normale svolgimento dell’attività dello stabilimento, sia nel reparto produzione che negli uffici amministrativi;

– che, nonostante i vari solleciti, la locatrice Immobiliare Boscarola (poi spa A-27) non aveva disposto i necessari interventi atti a risolvere tali inconvenienti;

– che, pertanto, la conduttrice aveva notificato, data 26 settembre 2003, una diffida ad adempiere entro 15 giorni alla locatrice, con avviso che – in difetto – il contratto doveva intendersi risolto, con ogni facoltà, per la conduttrice, di agire per il risarcimento del danno;

– che dal 15 ottobre 2003 la società conduttrice aveva sgomberato i locali, intimando alla locatrice formale offerta reale per la riconsegna dei locali, ai sensi dell’art. 1216 c.c., a fronte del rifiuto della stessa a riceverli.

Tanto premesso, la ricorrente concludeva che il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Novara – Borgomanero in data 12 marzo 2004 riguardava, in effetti, un periodo in cui il contratto si era già risolto e quindi ogni rapporto obbligatorio derivante dallo stesso doveva considerarsi oramai esaurito.

Il Tribunale di Novara – Borgomanero, con la sentenza sopra indicata, aveva dichiarato la intervenuta risoluzione di diritto del contratto, ai sensi dell’art. 1454 c.c., a seguito di diffida ad adempiere del 15 ottobre 2003 e che nulla, pertanto, era dovuto dall’opponete a titolo di canoni per il periodo gennaio-marzo 2004. Il Tribunale, con la medesima sentenza, revocava il decreto ingiuntivo.

Decidendo sull’appello di A-27 spa la Corte di Appello di Torino ha riformato la decisione del Tribunale rilevando che non vi era prova della presenza di infiltrazioni di acqua nello stabilimento.

Sulla base delle risultanze istruttorie, i giudici di appello osservavano che le numerose denunce e la diffida ad adempiere che ne era seguita, dovevano piuttosto essere considerate strumentali alla finalità di TYPE 20, che era quella di sciogliersi anticipatamente dal contratto di locazione prospettando – falsamente una legittima causa di risoluzione.

Avverso tale decisione la ex conduttrice TYPE 20 ha proposto ricorso per cassazione sorretto da otto motivi, illustrati da memoria.

Resiste la locatrice A-27 con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la società TYPE 20 denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 c.c. dell’art. 2697 c.c., comma 2, da parte della Corte territoriale, con riferimento alla condotta processuale totalmente omissiva, da parte di A-27 in termini di prove fornite.

A-27 non aveva fornito prova alcuna delle circostanze addotte a propria difesa: infatti, la società locatrice era tenuta, a norma di contratto, ad intervenire per rimuovere le cause delle muffe e della infiltrazioni presenti nell’edificio.

A fronte delle numerose denunce inviata dalla TYPE-20, la locatrice avrebbe dovuto provare che le infiltrazioni erano inesistenti o di minore entità, o, che – in ogni caso – la presenza delle infiltrazioni stesse era determinata da una causa ad essa non imputabile.

Nessuna prova di tal genere era stata, non solo fornita, ma neppure offerta dalla Immobiliare Boscarola (ora A-27, a seguito di acquisto effettuato in data 6 dicembre 2002).

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine all’assunto della sentenza di appello relativo al presunto mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte di TYPE 20.

La decisione della Corte territoriale si fonda sull’assunto che TYPE 20 non sarebbe stata in grado di provare la esistenza dei vizi denunciati (con la conseguenza che la stessa non sarebbe in grado di dimostrare l’inadempimento di A-27 al contratto di locazione).

A tali conclusioni, i giudici di appello erano giunti sulla base di una non corretta valutazione delle prove raccolte e delle consulenze tecniche espletate.

Con il terzo motivo la ricorrente denuncia, sotto altro profilo, il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in merito alla esclusione dell’efficacia e della rilevanza, da parte della Corte di appello, dei numerosi documenti prodotti dalla TYPE-20 a supporto delle proprie domande.

I giudici di appello, ad avviso della ricorrente, non avrebbero esaminato con la dovuta diligenza i documenti prodotti ovvero li avrebbero considerati in modo totalmente non corrispondente alla realtà. In realtà, la Corte territoriale si era limitata ad affermare, in modo del tutto apodittico, che non era chiaro il significato delle immagini riprodotte nelle fotografie acquisite, nè la loro attinenza con i fatti di causa, con la precisazione che la relazione dell’ing. F. costituiva solo un insieme di valutazioni del tutto unilaterali.

Si tratta, sottolinea la ricorrente, di osservazioni del tutto generiche, prive di motivazione, con conseguente erronea valutazione finale del rapporto giuridico portato alla attenzione della stessa Corte.

Con il quarto motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 421 e 437 c.p.c., relativamente all’omesso esercizio dei poteri istruttori ex officio spettanti al giudice del lavoro.

Il materiale probatorio offerto da TYPE 20 era sicuramente sufficiente a sollecitare le ulteriori attività di indagine ed istruttorie a cui il giudice del lavoro è chiamato dalle disposizioni in esame.

La produzione di copioso materiale fotografico raffigurante i danni prodotti dalle infiltrazioni di acqua nell’immobile offriva certamente significativi dati di indagine, sicchè il giudice aveva il preciso dovere di provvedere di ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale.

Con il quinto motivo, si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 414, 434 e 437 c.p.c., relativamente alla mancata ammissione, da parte della Corte di appello, delle prove testimoniali richieste dalla TYPE 20 nel corso del giudizio di primo grado.

Nonostante la TYPE 20 avesse già abbondantemente provato il proprio diritto attraverso i documenti prodotti, la stessa si era offerta anche di fornire ulteriore prova mediante le prove testimoniali articolate nel giudizio di primo grado, non ammesse, riproposte in appello e ritenute inammissibili dalla Corte territoriale.

In tal modo, i giudici di appello avevano violato tutte le norme sopra richiamate. Infatti, TYPE 20 aveva richiamato in appello tutti i capitoli di prova testimoniale articolati nel giudizio di primo grado, dichiarando espressamente si volersene avvalere.

Erroneamente, dunque, la Corte territoriale aveva escluso di doversi pronunciare al riguardo.

Con il sesto motivo, si deduce la omessa insufficiente e contraddittoria motivazione con riferimento alla mancata considerazione da parte della Corte di appello della assoluta rilevanza ed attinenza delle prove testimoniali richieste da TYPE 20 nel corso del giudizio di primo grado, riguardanti lo svolgimento delle trattative e delle negoziazioni precedenti la stipulazione del contratto, le spese sostenute per l’adattamento dell’immobile, la presenza di infiltrazioni di acqua ed agli allagamenti verificatisi nell’immobile, la diffida ad adempiere ed i successivi allagamenti.

Con il settimo motivo, la ricorrente denuncia omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in merito alla efficacia e rilevanza delle molte presunzioni esistenti nella fattispecie oggetto di causa, la violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., con riferimento all’art. 12 del contratto.

I giudici di appello non avevano tenuto conto delle molte presunzioni, oggettivamente esistenti nella fattispecie, che costituivano conferma delle circostanze dedotte da TYPE 20 a sostegno del proprio ricorso.

Innanzitutto, il silenzio e la inerzia tenuta dalla locatrice Immobiliare Boscarola (poi A 21) in merito alle numerose denunce e contestazioni inviate da TYPE 20.

Inoltre, la clausola 12 del contratto, che faceva riferimento alla presenza di muffe (eventuale) e ad un preciso impegno della locatrice ad eliminarne le cause. Sul punto, con motivazione insufficiente, i giudici di appello avevano osservato che la clausola contrattuale non conteneva alcun elemento a favore della tesi sostenuta dall’appellata TYPE 20.

I documenti prodotti e la perizia tecnica erano indicati in altro motivo del ricorso ed alle considerazioni in esso svolte la ricorrente fa espresso riferimento.

Sotto un ultimo profilo, si denuncia assoluta contraddittorietà ed insufficienza delle motivazioni fornite dalla Corte di merito al fine di escludere rilevanza ed efficacia delle indicate presunzioni, anche perchè basate su osservazioni che non rispecchiano la realtà dei fatti e non considerano l’effettivo e reale svolgimento dei rapporti tra le parti in causa.

I giudici di appello avevano omesso di esprimersi relativamente alla gravità, precisione e concordanza degli elementi presuntivi da essa presi in considerazione, così non esaminando, di fatto, gli elementi presuntivi presenti nella fattispecie.

Il quesito di diritto sollecita questa Corte a decidere se una corretta applicazione dell’art. 1362 c.c., non avrebbe consentito alla Corte territoriale di interpretare la clausola n. 12 del contratto secondo il criterio della comune intenzione delle parti e se di conseguenza, ciò non avrebbe consentito di ritenere esistente, sia pure per presunzione, il problema delle infiltrazioni nell’immobile.

Si chiede inoltre se un corretto esame delle pur numerose presunzioni esistenti nella fattispecie – con una loro valutazione organica e complessiva, non avrebbe dovuto consentire alla Corte di merito di trarre rilevanti elementi probatori in ordine ai molteplici inadempimenti posti in essere da A-27.

Con l’ottavo motivo si denuncia ancora omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in merito alla insussistente e contestatissima – rilevanza ed al significato attribuito dalla Corte d’appello ad alcune circostanze e comportamenti asseritamente posti in essere da TYPE 20.

La ricorrente richiama le lettere di denuncia inviate dalla conduttrice alla locatrice, in particolare, quella del 21 maggio 2002 e l’altra del 28 luglio 2003, l’intervento – scarso e comunque inefficace – posto in essere da A 27 in data 8 ottobre 2003, la clausola n. 12 del contratto che faceva riferimento a pregresse infiltrazioni di acqua verificatesi nell’immobile in oggetto, il carattere (ritenuto dalla Corte di merito) repentino della diffida ad adempiere rivolto alla nuova locatrice A 27 (succeduta alla Immobiliare Boscarola per acquisto effettuato il 6 dicembre 2002), essendo, in realtà, la stessa fondata sulle contestazioni mosse alla precedente locatrice.

Da ultimo, la ricorrente rileva la illogicità ed incoerenza delle osservazioni conclusive e dei convincimenti manifestati dalla Corte territoriale in merito alla idoneità della prova fornita da TYPE 20.

La ricorrente, in conclusione, chiede a questa Corte di stabilire, se un attento esame dei documenti prodotti da TYPE 20 ed una corretta e completa valutazione di tutte le circostanze proprie della fattispecie in oggetto, non avrebbero consentito alla Corte di merito di effettuare una interpretazione corretta dei comportamenti complessivi posti in essere dalle parti.

Osserva il Collegio: gli otto motivi, da esaminare congiuntamente in quanto connessi tra di loro, non sono fondati.

Appare opportuno premettere che la Corte territoriale ha ritenuto che il capo della decisione di primo grado (il quale aveva stabilito che, in ipotesi di diffida, incombe sulla parte diffidante l’onere di provare la sussistenza dell’inadempimento dedotto) doveva considerarsi coperto da giudicato, non essendo stato oggetto di specifica censura da parte di alcuna delle parti.

Con il primo motivo di ricorso, la TYPE 20 ripropone il tema della distribuzione dell’onere probatorio.

L’accertamento sulla sussistenza di un precedente giudicato costituisce un giudizio di fatto che è riservato al giudice di merito e che non può essere sindacato in sede di legittimità, purchè esso sia aderente alla realtà processuale e sorretto da adeguata e puntuale motivazione.

Con la memoria ex art. 378 c.p.c., la TYPE srl rileva che, comunque, non potrebbe considerarsi passata in giudicato l’affermazione (contenuta nella decisione di primo grado) secondo la quale spetta alla parte diffidante l’onere di provare la sussistenza dell’inadempimento dedotto nella diffida.

Infatti, sottolinea la ricorrente, in questo caso non si tratterebbe affatto di un capo autonomo di sentenza l’unico che possa passare in giudicato – bensì di semplice argomentazione, come tale non impugnabile in appello.

Questa osservazione non coglie nel segno.

Per capo di sentenza suscettibile di passare in giudicato per difetto di impugnazione si intende soltanto quello configurante un’autonoma e concreta statuizione.

Costituisce, pertanto, decisione su una autonoma questione la affermazione di un principio di questo genere con la conseguenza che su TYPE 20, vittoriosa in primo grado, incombeva l’onere di proporre impugnazione incidentale, al fine di censurarne la erroneità sotto il profilo di diritto, con possibili conseguenze sfavorevoli su altri capi autonomi della decisione.

Può dunque procedersi all’esame delle ulteriori censure formulate dalla ricorrente.

Con motivazione adeguata, che sfugge alle censure di violazione di norme di legge e di vizi motivazionali, i giudici di appello hanno escluso che vi fosse la prova della effettiva presenza di infiltrazioni di acqua, che pure erano state in più di una occasione denunciate dalla conduttrice.

In altre parole “non vi (era) prova positiva della esistenza delle infiltrazioni stesse” (pag. 48 sentenza impugnata).

La motivata conclusione cui è pervenuta la Corte territoriale è che la denuncia di queste infiltrazioni cui pure era seguita la diffida ad adempiere – fosse strumentalizzata alla volontà di richiedere una risoluzione anticipata del contratto di locazione pur in assenza di una causa legittima di anticipato recesso.

I giudici di appello hanno richiamato tutta la documentazione prodotta ed hanno posto in evidenza che, nei confronti della nuova società A 27, rientrata nella proprietà dell’immobile, vi era stato solo un disinvolto tentativo di sciogliere anticipatamente il contratto di locazione per mutuo consenso, con la lettera del 28 luglio 2003, nella quale non si faceva cenno alcuno ad inadempimenti della locatrice.

Fallito questo tentativo, era seguito subito una diffida ad adempiere, che doveva considerarsi del tutto nuova (e “repentina”) nei confronti della nuova proprietaria, considerato che le contestazioni erano state mosse in precedenza solo nei confronti della precedente locatrice.

Se poi si aggiunge, ha sottolineato la Corte, la circostanza che nelle more la società appellata aveva acquistato un nuovo stabilimento in (OMISSIS) ed il fatto che la stessa aveva necessità di disporre del tempo necessario per la sua sistemazione, sussistevano molti dubbi in merito alla buona fede di TYPE 20, tenuto del complessivo comportamento dalla stessa adottato nei confronti della locatrice.

La Corte territoriale ha osservato, in premessa, che la A 27 aveva richiamato, nel proprio atto di appello, le istanze istruttorie formulate nel giudizio di primo grado, come se il primo giudice nulla avesse disposto al riguardo.

Al contrario, le richieste istruttorie formulate da entrambe le parti erano state attentamente dal Tribunale, che le aveva motivatamente rigettate.

Pertanto, ha concluso con motivazione ineccepibile la Corte territoriale, le parti avrebbero dovuto censurare specificamente le ragioni della mancata ammissione, per chiederne utilmente l’ammissione a quella Corte, e non limitarsi ad una mera riproposizione dei singoli capitoli di prova.

Quanto al mancato esercizio del potere officioso del giudice del lavoro, è appena il caso di rilevare che lo stesso è incensurabile in cassazione, in presenza – come nel caso di specie – di adeguata motivazione.

Nel rito del lavoro, l’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio, nell’ambito del contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità, involge un giudizio di opportunità rimesso ad un apprezzamento meramente discrezionale, che può essere sottoposto al sindacato di legittimità soltanto come vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, qualora la sentenza di merito non adduca un’adeguata spiegazione per disattendere la richiesta di mezzi istruttori relativi ad un punto della controversia che, se esaurientemente istruito, avrebbe potuto condurre ad una diversa decisione.

La motivazione adottata, nel caso di specie, dalla Corte territoriale appare del tutto adeguata.

In effetti, attraverso la denuncia di vizi della motivazione e di violazione di norme di legge, la ricorrente finisce per sollecitare a questa Corte una diversa interpretazione delle risultanze processuali (tali, a suo avviso, da far concludere per la esistenza di una serie di inadempimenti a carico della locatrice), inammissibile in questa sede di legittimità.

Alcune delle questioni formulate con i vari motivi di ricorsi sono, poi, del tutto nuovi, coinvolgendo le stesse questioni di fatto mai oggetto di esame nei giudizi di primo e secondo grado.

Da ultimo, appare necessario ribadire che i quesiti di diritto formulati con il primo, quarto, quinto, settimo motivo (in alcuni casi unitamente a censure di vizi motivazionali) sono del tutto generici e privi di rilevanza con riferimento al caso sottoposto all’esame di questa Corte, per le assorbenti ragioni già indicate.

In ordine al quesito formulato con il quarto motivo di ricorso, è il caso di rilevare che l’art. 447 bis c.p.c., comma 1, dispone che le controversie in materia di locazione e di comodato di beni immobili e quelle di affitto di azienda sono disciplinate da alcune disposizioni dettate in materia di controversie di lavoro. Tra queste, tuttavia, è ricompresa solo la disposizione di cui all’art. 421 c.p.c., comma 1 (e non anche quella del comma 2 del citato articolo, in materia di poteri officiosi del giudice del lavoro, cui fa evidente riferimento la difesa della ricorrente). La norma cui la ricorrente, pertanto, intende fare riferimento è quella contenuta nell’art. 447 bis c.p.c., comma 3, la quale prevede che, per le controversie sopra indicate, il giudice può disporre d’ufficio la ammissione di ogni mezzo di prova.

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato, con la condanna della società ricorrente al pagamento delle spese, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese che liquida in euro 5.200,00 (cinquemiladuecento/00) di cui Euro 5.000,00 (cinquemila/00) per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 22 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2010

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