Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12656 del 17/06/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. VI, 17/06/2016, (ud. 11/05/2016, dep. 17/06/2016), n.12656

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24383-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI MONTI

PARIOLI 48, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE MARINI, che lo

rappresenta e difende, giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1211/64/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DI MILANO SEZIONE DISTACCATA di BRESCIA del 17/12/2013,

depositata il 04/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’Il /05/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MARIO CIGNA.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

L’Agenzia ricorre, affidandosi ad un unico motivo, illustrato anche da successiva memoria, per la cassazione della sentenza, depositata il 4-3-2014 e non notificata, con la quale la Commissione Tributaria Regionale, rigettandone l’appello, ha confermato la decisione di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto dal contribuente avverso avviso di accertamento ai fini Irpef 2005.

Il contribuente resiste con controricorso.

Il ricorso è inammissibile, in quanto proposto (anche considerando la sospensione feriale dei termini processuali) oltre il termine lungo di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, previsto dall’art. 327 c.p.c., ratione temporis vigente (nel caso di specie:

20 ottobre 2014).

Il detto ricorso è stato infatti spedito per la notifica a mezzo del servizio postale in data 3 dicembre 2014 e ricevuto dal contribuente nel domicilio eletto (Brescia, via Cefalonia 55) in data 5-12-2014, ben oltre la su indicata scadenza.

Nè può avere rilievo la precedente spedizione dello stesso ricorso, effettuata dall’Avvocatura Generale dello Stato a mezzo del servizio postale in data 17 ottobre 2014 e non andata a buon fine per erronea indicazione sulla busta dell’indirizzo del contribuente ( (OMISSIS)).

E vero, infatti, che, a seguito della sentenza n. 477 del 2002 della Corte costituzionale e dell’art. 149 c.p.c., comma 3, ratione temporis vigente, la notifica di un atto processuale si intende perfezionata, per il notificante, al momento della consegna del medesimo all’ufficiale giudiziario; tuttavia, come precisato da Cass. sez. unite 7607/2010, “la tempestività della proposizione del ricorso per cassazione esige che la consegna della copia del ricorso per la spedizione a mezzo posta venga effettuata nel termine perentorio di legge e che l’eventuale tardività della notifica possa essere addebitata esclusivamente a errori o all’inerzia dell’ufficiale giudiziario o dei suoi ausiliari, e non a responsabilità del notificante; pertanto, la data di consegna all’ufficiale giudiziario non può assumere rilievo ove l’atto in questione sia “ab origine” viziato da errore nell’indicazione dell’esatto indirizzo del destinatario, poichè tale indicazione è formalità che non sfugge alla disponibilità del notificante”; nel caso di specie, ove, come risulta dagli atti, e come affermato dalla stessa Agenzia, la prima notifica tramite posta è stata effettuata dall’Avvocatura Generale dello Stato ai sensi della L. n. 69 del 2009, art. 55 (che richiama la L. n. 53 del 1993 e l’ivi previsto –

v. art. 3 – obbligo per il notificante di apporre sulla busta le generalità ed il domicilio del destinatario), è indubbio che la tardività della notifica sia da addebitare a responsabilità del notificante.

Alla luce di tali considerazioni, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 3.000,00, oltre rimborso spese forfettarie al 15% ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA