Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12632 del 17/06/2016


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Cassazione civile sez. II, 17/06/2016, (ud. 21/04/2016, dep. 17/06/2016), n.12632

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 29615-2011 proposto da:

C.S.G., (OMISSIS), A.G.

G. (OMISSIS) e B.G. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZALE CLODIO 8, presso lo

studio dell’avvocato STEFANIA SIERI, rappresentati e difesi dagli

avvocati AULO GABRIELE GIGANTE e GAETANO CAPPELLANO SEMINARA i

quali ex art. 86 c.p.c. si difendono anche personalmente;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO della GIUSTIZIA, c.f. (OMISSIS) in persona del Ministro

pro tempore, MINISTERO dell’ECONOMIA e delle FINANZE c.f.

(OMISSIS) in persona del Ministro pro tempore, domiciliati in

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, che li rappresenta e difende ope legis;

– resistenti con procura –

contro

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA presso la CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, PROCURATORE della REPUBBLICA presso il TRIBUNALE di

CALTANISSETTA, PROCURATORE GENERALE presso la CORTE di CASSAZIONE;

– intimati –

avverso l’ordinanza della CORTE D’APPELLO di CALTANISSETTA,

depositata il 13/09/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/04/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito l’Avvocato ENRICO SCIALDANE, con delega dell’Avvocato

GAETANO CAPPELLANO SEMINARA difensore dei ricorrenti, che,

preliminarmente, ha chiesto l’integrazione del contraddittorio nei

confronti di una parte e nel merito l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso

o, in subordine, per il rigetto dello stesso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – C.S.G., A.G.G. e B.G. – nominati custodi dei beni sottoposti a sequestro preventivo con ordinanza del G.I.P. del Tribunale di Caltanissetta –

proposero opposizione, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 170 avverso il decreto col quale la Corte di Appello penale di Caltanissetta determinò il compenso loro dovuto, liquidandolo in Euro 20 mila, somma notevolmente inferiore all’importo da essi richiesto.

2. – In parziale accoglimento dell’opposizione, il presidente della Corte di Appello di Caltanissetta, con ordinanza, liquidò in favore dei custodi l’ulteriore somma di 65.086,00. Osservò che, nel caso di specie, non era applicabile in via di analogia la disciplina sui compensi degli amministratori di patrimoni sequestrati in sede di misure di prevenzione, essendo le funzioni di questi ultimi diverse da quelle dei custodi dei beni sottoposti a sequestro preventivo penale; che la modificazione introdotta al D.L. n. 360 del 1992, art. 12-sexies dalla L. 15 luglio 2009, n. 94, art. 2, comma 7, lett. b) –

che stabilisce l’applicabilità anche ai custodi dei criteri contenuti nella L. 31 maggio 1965, n. 575 (c.d. legge antimafia) –

non avendo natura di norma d’interpretazione autentica ed essendo priva di efficacia retroattiva, non poteva applicarsi al caso di specie nel quale l’espletamento dell’incarico si era esaurito nel maggio 2009; che il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 58 prevede la liquidazione dei compensi al custode sulla base delle tariffe contenute in tabelle da approvarsi ai sensi del successivo art. 59 e, in via residuale, secondo gli usi locali; che, non essendo state approvate tali tabelle (inapplicabili essendo quelle emanate con riferimento alla custodia di veicoli e natanti) nè esistendo usi locali, andava data applicazione analogica al sistema di determinazione dei compensi individuato dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 275 che rinvia agli onorari a vacazione.

3. – Per la cassazione della detta ordinanza ricorrono C. S.G., A.G.G. e B.G. sulla base di quattro motivi.

Il Ministero dell’economia e delle Finanze, il Ministero della Giustizia, nonchè il Pubblico Ministero nelle diverse articolazioni territoriali, sono rimasti intimati.

I ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.- Il ricorso è fondato sui seguenti motivi:

1) col primo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 275 e della L. n. 319 del 1980, art. 4 nonchè del D.M. 30 maggio 2002, per avere il giudice dell’opposizione applicato il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 275 liquidando il compenso a vacazioni;

2) col secondo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 59, L. n. 575 del 1965, art. 2-octies, D.M. 570 del 1992, art. 1 e ss., D.L. n. 306 del 1992, art. 12-sexies nonchè il vizio di motivazione dell’ordinanza impugnata, per avere la Corte territoriale omesso di applicare la disciplina in materia di prevenzione (L. n. 575 del 1965, art. 2 octies), nonostante il rinvio a tale disciplina da parte del D.L. n. n. 306 del 1992, art. 12-sexies, comma 4-bis;

3) col terzo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione del D.M. n. 127 del 2004, art. 14, L. n. 576 del 1980, art. 11, D.P.R. n. 633 del 1972, art. 1 e ss., D.P.R. n. 115 del 2002, art. 150 e ss., L. n. 575 del 1965, art. 2-octies, D.L. n. 306 del 1992, art. 12-sexies nonchè il vizio di motivazione del provvedimento impugnato, per avere la Corte di Appello omesso di statuire sul rimborso forfettario delle spese, sull’I.V.A. e sulla cassa previdenza, nonchè per avere omesso di pone la somma liquidata a carico dell’erario;

4) col quarto motivo, si deduce infine la violazione e la falsa applicazione dell’art. 58 D.P.R. cit., nonchè il vizio di motivazione della ordinanza impugnata, per avere la Corte territoriale ritenuto che non fossero stati provati gli usi locali.

2. – Il primo, il secondo e il quarto motivo di ricorso sono infondati.

Va innanzitutto esclusa la possibilità di applicare al caso di specie la disciplina in materia di prevenzione (L. n. 575 del 1965, art. 2-octies) cui rinvia il D.L. n. 306 del 1992, art. 12-sexies, comma 4-bis (secondo motivo), in quanto tale rinvio è stato introdotto con la modificazione dell’art. 12-sexies, comma 4-bis ad opera della L. 15 luglio 2009, n. 94, art. 2, comma 7, lett. b), e tale modificazione non ha natura di norma d’interpretazione autentica ed è priva di efficacia retroattiva.

Come ha già statuito questa Corte, in tema di liquidazione dei compensi al custode di beni sequestrati in un procedimento penale, la modificazione introdotta dalla L. 15 luglio 2009, n. 94, art. 2, comma 7, lett. b), che stabilisce l’applicabilità anche ai custodi dei criteri contenuti nella L. 31 maggio 1965, n. 575 (c.d. Legge Antimafia), non ha natura di norma d’interpretazione autentica ed è priva di efficacia retroattiva. Ne consegue che tale nuova disciplina non può avere ingresso in sede di giudizio di rinvio seguito ad una pronuncia della Corte di Cassazione, il cui principio di diritto espressamente esclude l’applicabilità della anzidetta normativa antimafia, riconoscendo la legittimazione ad impugnare del P.M. e l’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 7066 del 28/03/2011, Rv. 617351).

Pertanto, essendo l’incarico nella specie cessato (nel maggio 2009) prima della entrata in vigore della nuova norma, rimane preclusa l’applicazione della stessa.

Parimenti, va esclusa la possibilità di dare applicazione in via analogica alla disciplina del procedimento di prevenzione sui compensi.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, che il Collegio condivide, la figura dell’amministratore con il compito di provvedere alla custodia ed alla conservazione dei beni sottoposti a sequestro ai sensi della L. 7 agosto 1992, n. 356, art. 12-sexies è diversa da quella dell’amministratore di patrimoni sequestrati ai sensi della L. 31 maggio 1965, n. 575, perchè in quest’ultimo caso egli esercita poteri propri dell’attività di gestione dei beni anche al fine di incrementarne la redditività; ne consegue che l’estensione al custode della normativa antimafia prevista per l’amministratore deve intendersi limitata ai criteri di nomina e non anche alla disciplina dell’impugnazione del decreto di liquidazione del compenso (Cass. penale, Sez. 4, n. 20399 del 24/04/2008, Rv. 240229).

E’ parimenti infondata la censura (quarto motivo) con la quale i ricorrenti lamentano che il giudice dell’opposizione non abbia fatto applicazione degli usi locali.

Il giudice dell’opposizione ha ritenuto l’inesistenza di usi locali nella materia; nè può ritenersi – come assumono i ricorrenti – che l’esistenza di tali usi fosse provata in actis sulla base dei due precedenti giurisprudenziali prodotti dai ricorrenti, dei quali peraltro omettono di trascrivere il contenuto.

Alla stregua di quanto sopra osservato, ne deriva l’infondatezza della doglianza (primo motivo) con la quale si lamenta che il giudice dell’opposizione abbia provveduto a liquidare il compenso a vacazioni.

Il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 58 stabilisce che l’indennità che spetta al custode di beni sottoposti a sequestro penale probatorio e preventivo va determinata sulla base delle tariffe contenute in tabelle approvate ai sensi dell’art. 59 con D.LM. della Giustizia e, in via residuale, secondo gli usi locali.

Non essendo stato emanato il decreto del Ministro della Giustizia previsto dell’art. 59 detto D.P.R., non esistendo peraltro – nella specie – nè tariffe presso la locale prefettura (cui rinvia l’art. 276 D.P.R. cit.) nè usi locali, legittimamente il giudice di merito ha applicato, come criterio residuale, la normativa sulla liquidazione degli onorari a vacazione.

2. – E’ infondato anche il terzo motivo di ricorso.

Quanto alla doglianza relativa al mancato riconoscimento del rimborso forfettario, va rilevato che tale tipo di rimborso è previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002 per le parti, non per i custodi; anzi, il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 56 (“Spese per l’adempimento dell’incarico”) prevede che gli ausiliari del magistrato devono presentare una nota specifica delle spese sostenute per l’adempimento dell’incarico e allegare la corrispondente documentazione.

Infondato è il motivo in esame anche con riferimento all’I.V.A. e alla cassa previdenza, le quali sono dovute per legge – ove spettanti – anche in mancanza di apposita statuizione del giudice.

Parimenti infondata è la doglianza circa il fatto che il giudice di merito non ha posto la somma liquidata a titolo di compenso a carico dell’erario, in quanto nella materia penale – nella quale il procedimento procede d’ufficio – è sempre l’erario ad anticipare le spese processuali, salvo successiva rivalsa nei confronti dell’imputato che risulti condannato. Pertanto, in mancanza di diversa statuizione del giudice, i compensi liquidati ai custodi devono intendersi posti provvisoriamente a carico dell’erario, senza che il silenzio del provvedimento sul punto ne infici la legittimità.

3. – Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Non avendo gli intimati svolto difese, nulla va statuito sulle spese.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 21 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2016

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