Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12631 del 25/06/2020

Cassazione civile sez. lav., 25/06/2020, (ud. 30/01/2020, dep. 25/06/2020), n.12631

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27262/2011 proposto da

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

T.G., originariamente rappresentato e difeso dall’avv.

DOMENICO SAVIO CARPAGNANO, cancellato dall’Albo dei cassazionisti il

27.9.2013, domiciliato in Barletta, via Milano n. 69;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5369/2010 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 18/11/2010 R.G.N. 3098/2006.

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte di Appello di Bari, con sentenza pubblicata in data 18 novembre 2010, ha confermato la pronuncia di primo grado nella parte in cui aveva dichiarato la nullità della clausola appositiva del termine “per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale addetto al servizio di recapito presso il Polo Corrispondenza Puglia, assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro dal 15.3.2004 al 31.5.2004”, di cui al contratto di lavoro stipulato tra T.G. e Poste Italiane Spa, nonchè la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con condanna della società alla riammissione in servizio ed alla corresponsione delle retribuzioni dovute dalla offerta della prestazione lavorativa; in riforma di detta sentenza ed in accoglimento dell’appello incidentale del lavoratore la Corte territoriale ha condannato altresì Poste “al pagamento degli interessi e della svalutazione sulle somme riconosciute dal primo giudice”;

avverso tale sentenza Poste Italiane Spa ha proposto ricorso affidato a plurimi motivi, cui ha opposto difese l’intimato con controricorso;

dopo numerosi rinvii, da ultimo, all’esito dell’adunanza camerale del 30 gennaio 2019, il Collegio, con ordinanza interlocutoria di pari data, ha “ritenuto indispensabile dare avviso personalmente al controricorrente T.G. (l’Avv. Domenico Savio Carpagnano risulta cancellato dall’Albo dei cassazionisti fin dal settembre 2013, mentre risulta invalida la procura speciale conferita – all’Avv. Luigi Carpagnano – in data 19/12/2013, priva di autentica notarile, essendo nella specie ratione temporis applicabile il previgente testo dell’art. 83 c.p.c., avuto riguardo al regime transitorio di cui alla L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 1, con riferimento al giudizio di 1 grado, risalente agli anni 2004/2005”; ha quindi dato mandato alla cancelleria affinchè, tramite Polizia Giudiziaria, si accertasse il recapito attuale del T. affinchè potesse essere dato “a costui personalmente… nuovo rituale e tempestivo avviso, osservati i termini di legge, della prossima adunanza camerale”; in data 19 settembre 2019, presso la sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Trani, il T. ha dichiarato il proprio domicilio presso l’abitazione sita in Barletta, via Milano n. 69, ed a tale indirizzo è stato notificato l’avviso per l’adunanza camerale del 30 gennaio 2020.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. i motivi di ricorso della società possono come di seguito sintetizzarsi: con il primo si denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 e degli artt. 1362 c.c. e segg., nonchè contraddittoria e omessa pronuncia in ordine ad un punto decisivo della controversia, per avere la sentenza impugnata ritenuto la nullità del termine apposto al contratto de quo per genericità della clausola; con il secondo motivo si lamenta ancora insufficiente motivazione “in ordine alla ammissibilità e rilevanza degli articolati capitoli di prova”; con il terzo motivo ci si duole che l’impugnata sentenza non avrebbe condiviso la prospettazione dell’esponente società secondo cui, anche in caso di termine nullo, non avrebbe luogo la trasformazione del rapporto in contratto a tempo indeterminato con condanna della datrice di lavoro alla riammissione in servizio del dipendente; con il quarto motivo si denuncia ancora violazione di plurime norme del codice civile in ordine alle richieste economiche del lavoratore, sostenendo che il lavoratore avrebbe diritto, a titolo risarcitorio, “alle retribuzioni solo dal momento dell’effettiva ripresa del servizio” e che comunque andava detratto l’aliunde percpetum; infine, nelle denegata ipotesi di conferma della sentenza, la società ha invocato l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32;

2. i primi due motivi di ricorso non possono trovare accoglimento;

il decisum della Corte territoriale si fonda su di una duplice ratio decidendi, ciascuna idonea a sorreggere la decisione: l’una attinente alla genericità della clausola appositiva del termine, statuizione censurata con il primo motivo di ricorso; l’altra attinente la inammissibilità delle prove testimoniali richieste dalla società in ordine al fatto che si fossero effettivamente verificate le indicate esigenze sostitutive, statuizione censurata con il secondo mezzo di gravame;

questo secondo motivo è palesemente inammissibile in quanto il giudizio in ordine all’ammissibilità ed alla rilevanza della prova sfugge al sindacato di questa Corte, tanto più che i giudici del merito hanno specificato in motivazione che la verifica in merito alla causale giustificativa del termine “non è stata (e non è) possibile in concreto in quanto le richieste istruttorie di Poste Italiane Spa risultano basate su una prova per testi a mezzo di capitoli irrilevanti (perchè su fatti non contestati) o formulati in modo generico”;

nè, al riguardo, appare pertinente il richiamo alla facoltà del giudice di richiedere chiarimenti al teste o di esercitare i propri poteri istruttori officiosi, posto che la prima facoltà presuppone l’ammissibilità dei capitoli di prova così come formulati ed entrambe restano comunque circoscritte dall’ambito delle allegazioni ritualmente dedotte dalle parti;

orbene, secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte: “in tema di ricorso per cassazione, qualora la motivazione della pronuncia impugnata sia basata su una pluralità di ragioni, convergenti o alternative, autonome l’una dall’altra, e ciascuna da sola idonea a supportare il relativo dictum, la resistenza di una di esse all’impugnazione rende del tutto ultronea la verifica di ogni ulteriore censura, perchè l’eventuale accoglimento di tutte o di una di esse mai condurrebbe alla cassazione della pronuncia suddetta” (Cass. n. 3633 del 2017, in contenzioso analogo; in precedenza, ex multis, Cass. n. 4349 del 2001, Cass. n. 4424 del 2001; Cass. n. 24540 del 2009);

pertanto nella specie, poichè l’indicata ragione della decisione “resiste” all’impugnazione proposta dal ricorrente con il secondo motivo è del tutto ultronea la verifica della censura di cui al primo motivo, perchè l’eventuale accoglimento di esso non potrebbe comunque determinare la cassazione della sentenza gravata;

il terzo motivo, con cui ci si duole che l’impugnata sentenza non avrebbe condiviso la prospettazione dell’esponente società secondo la quale, anche in caso di termine nullo, non avrebbe luogo la trasformazione del rapporto in contratto a tempo indeterminato, non merita accoglimento per le ragioni già espresse da questa Corte in numerose pronunce dalle quali non v’è ragione di discostarsi (Cass. n. 12985 del 2008; conf. Cass. n. 7244 del 2014);

con il quarto motivo si denuncia ancora violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alle richieste economiche del lavoratore; infine, nell’ipotesi di conferma della sentenza, la società invoca l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32;

tali censure, esaminabili congiuntamente, vanno accolte per quanto di ragione, essendo applicabile lo ius superveniens rappresentato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7, secondo l’orientamento consolidato di questa Corte (v. fra le altre Cass. n. 16763 del 2015 ed i precedenti ivi richiamati); nè rileva l’avvenuta abrogazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, commi 5 e 6, ad opera del D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, art. 55, lett. f (cfr. Cass. n. 7132 del 2016);

le Sezioni unite di questa Corte, con la sent. n. 21691 del 2016, hanno statuito che “in tema di ricorso per cassazione, la censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, può concernere anche la violazione di disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, ove retroattive e, quindi, applicabili al rapporto dedotto, atteso che non richiede necessariamente un errore, avendo ad oggetto il giudizio di legittimità non l’operato del giudice, ma la conformità della decisione adottata all’ordinamento giuridico”;

pertanto non vi è giudicato sulle conseguenze risarcitorie sino a quando resta impugnato l’an sulla illegittimità del termine ed ove questa statuizione venga confermata occorre tenere conto della L. n. 183 del 2010, art. 32, affinchè la decisione adottata sia conforme all’ordinamento giuridico;

3. conclusivamente, l’ultimo dei motivi del ricorso, rigettata ogni altra censura, deve essere accolto, limitatamente all’applicabilità della L. n. 184 del 2010, art. 32, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio al giudice indicato in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito e regolerà le spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie l’ultimo dei motivi del ricorso nei sensi di cui in motivazione, rigettato nel resto; cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e rinvia alla Corte di Appello di Bari, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 30 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 25 giugno 2020

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