Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12613 del 17/06/2016


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Cassazione civile sez. VI, 17/06/2016, (ud. 11/05/2016, dep. 17/06/2016), n.12613

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9026-2015 proposto da:

S.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA RICCARDO

GRAZIOLI LANTE 16, presso lo studio dell’avvocato PAOLO BONAIUTI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONIO NICOLINI giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE NUMERO (OMISSIS) DI ORISTANO, in

persona del

Commissario Straordinario, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PAOLA FALCONIERI, 100, presso lo studio dell’avvocato PAOLA

FIECCHI, rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE MACCIOTTA

giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 17379/2014 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 30/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’11/05/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSA ARIENZO;

udito l’Avvocato Antonio Nicolini difensore del ricorrente che si

riporta agli scritti;

udito l’Avvocato Sergio Longhi (delega avvocato Giuseppe Macciotta)

difensore della controricorrente che si riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 11.5.2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione, redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:

“Questa Corte, con sentenza n. 17379 del 30.7.2014 rigettava il ricorso per cassazione proposto da S.M. avverso la decisione della Corte di appello di Cagliari che aveva respinto il gravame avverso la decisione di primo grado. Quest’ultima aveva ritenuto l’insussistenza del diritto del predetto alla più favorevole retribuzione di posizione richiesta previa disapplicazione degli atti amministrativi che avevano inquadrato il Distretto di assegnazione nella fascia B della graduazione delle funzioni dirigenziali ed aveva rigettato le pretese economiche consequenziali.

Di tale decisione chiede la revocazione ex art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, S.M., fondando il ricorso su un unico motivo.

L’ASL n. (OMISSIS) di Oristano si è costituita con controricorso.

Il ricorrente deduce che la sentenza della Corte di Cassazione sarebbe suscettibile di revocazione per errore di fatto, ex art. 395 c.p.c., comma 4, costituito dall’avere questa Corte fondato la propria decisione sulla supposizione dell’inesistenza di un fatto –

il compimento dell’attività di allegazione degli elementi posti a sostegno della domanda – la cui verità è comprovabile per tabulas.

Il motivo è inammissibile se vengono condivise le argomentazioni che seguono.

Secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità l’errore di fatto previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4, idoneo a determinare la revocazione delle sentenze, comprese quelle della Corte di cassazione, deve consistere in un errore di percezione risultante dagli atti o dai documenti della causa direttamente esaminabili dalla Corte, riferito alle ipotesi in cui la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontestabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità e positivamente stabilita, sempre che il fatto del quale è supposta l’esistenza o l’inesistenza non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunziare. E quindi, deve:

1) consistere in una errata percezione del fatto, in una svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, tale da avere indotto il giudice a supporre la esistenza di un fatto la cui verità era esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto accertato in modo parimenti indiscutibile; 2) essere decisivo, nel senso che, se non vi fosse stato, la decisione sarebbe stata diversa; 3) non cadere su di un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; 4) presentare i caratteri della evidenza e della obiettività, sì da non richiedere, per essere apprezzato, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche; 5) non consistere in un vizio di assunzione del fatto, nè in un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo. Sicchè detto errore non soltanto deve apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, ma non può tradursi, in un preteso, inesatto apprezzamento delle risultanze processuali, ovvero di norme giuridiche e principi giurisprudenziali, vertendosi, in tal caso, nella ipotesi dell’errore di giudizio, inidoneo a determinare la revocabilità delle sentenze della Cassazione (fra le tante Cass. sez. un. 7217/2009, nonchè 22171/2010; 23856/2008; 10637/2007; 7469/2007; 3652/2006; 13915/2005;

8295/2005).

Vale a questo punto precisare che la errata percezione e la svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabili, in cui, secondo il ricorrente, la Corte sarebbe incorsa, sono rappresentati dalla supposta inesistenza di un fatto decisivo rappresentato dall’allegazione circa l’effettiva consistenza del Distretto di (OMISSIS), che in realtà – si sostiene – dagli atti e dai documenti di causa risultava positivamente accertata nel senso ritenuto.

La Corte nella sentenza della quale si chiede la revocazione ha rilevato come non solo fosse stato richiesto in maniera inammissibile alla Corte di legittimità un accertamento di fatto circa l’effettiva consistenza del distretto sanitario di assegnazione del S., ma che non erano stati indicati nel ricorso gli elementi in base ai quali sarebbe dovuto essere condotta la valutazione ai fini della qualificazione della struttura come semplice o complessa, al di là della considerazione del riferimento, da parte delle norme collettive, agli atti di indirizzo e coordinamento ed ai conseguenti atti o determinazioni aziendali di recepimento.

Lo sviluppo argomentativo della decisione pone in evidenza come l’individuazione dei presupposti per l’erogazione costituisse l’oggetto di un accertamento di fatto del giudice del merito, il che assume nell’ambito della pronunzia resa valore decisivo ai fini del rigetto del ricorso, al di là dell’assunto secondo il quale difettavano anche adeguate e specifiche allegazioni in ordine alla consistenza del distretto di riferimento.

La prospettazione dell’errore imputato alla Corte non rientra pertanto nel paradigma dell’errore revocatorio, essendo la stessa fondata su proposizioni che attengono alla impropria ritenuta mancanza di attività di allegazione degli elementi posti a sostegno della domanda, asseritamente invece smentita dalla esistenza di copiosa documentazione depositata anche dinanzi alla Corte di appello di Cagliari, laddove la circostanza per quanto detto non assume neanche valore di decisività, posta la concorrente rilevanza attribuita ad altri elementi di pregnanza esclusiva.

In ogni caso, le critiche avanzate attengono in astratto a prospettazioni di error in iudicando e non di errore revocatorio ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 4, tenuto conto della circostanza che non viene neanche indicato con precisione quale sia il valore decisivo attribuibile alla ascritta mancata considerazione della avvenuta allegazione di elementi la cui valutazione in ogni caso sarebbe spettata al giudice del merito.

Ed invero, non si riportano neanche i precisi termini delle censure avanzate in sede di ricorso per cassazione avverso la decisione assunta in sede di gravame dalla Corte di appello di Cagliari, sì da consentire la verifica della concreta incidenza del prospettato errore sulla pronuncia rispetto alla quale si invoca il rimedio revocatorio.

Per tutto quanto esposto, si propone la declaratoria di inammissibilità del ricorso con ordinanza, ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c.”.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio. Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla richiamata giurisprudenza di legittimità, e che le stesse conducano alla declaratoria di inammissibilità del ricorso. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza del S. e si liquidano come da dispositivo.

Poichè il ricorso è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, si impone di dare atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

PQM

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di revocazione, liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 4000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese generali in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citr. Art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2016

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