Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12605 del 24/05/2010

Cassazione civile sez. lav., 24/05/2010, (ud. 05/05/2010, dep. 24/05/2010), n.12605

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. PICONE Pasquale – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. MORCAVALLO Ulpiano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. B. VICO

22, presso lo studio dell’avvocato BELLACOSA MAURIZIO, rappresentato

e difeso dall’avvocato MANDARINO GIUSEPPE, giusta mandato a margine

del ricorso;

– ricorrente –

contro

G.G., V.A.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 1798/2005 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 30/11/2005 r.g.n. 1750/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/05/2010 dal Consigliere Dott. ULPIANO MORCAVALLO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con ricorso al Pretore di Nocera Inferiore, giudice del lavoro, G.G. domandava la condanna, in solido, di V. A. e di F.V., la prima quale titolare della ditta “Fidelpul” e il secondo quale gestore di fatto della medesima, al pagamento di differenze retributive relative all’attività di lavoro da lei svolta come operaia addetta ai comuni lavori di pulizia dall’11 agosto 1995 al 29 agosto 1998. Costituitisi i convenuti, il Pretore adito, con sentenza del 14 novembre 2002, rigettava la domanda nei confronti della V. e la accoglieva parzialmente nei confronti del F., ritenuto unico ed effettivo datore di lavoro, con condanna del medesimo a corrispondere all’attrice la somma di Euro 6.902,00 oltre accessori.

2. Tale decisione veniva confermata dalla Corte d’appello di Salerno, che, con sentenza del 30 novembre 2005, respingeva l’appello principale del F., mentre dichiarava inammissibile, per carenza di interesse, l’appello incidentale proposto dalla V., inteso a far valere la propria titolarità del rapporto lavorativo dedotto dall’attrice.

In particolare, la Corte territoriale rilevava che la riconducibilità del rapporto al F. era emersa dalle acquisite risultanze testimoniali e, peraltro, era stata già accertata con sentenza del Tribunale di Nocera Inferiore, pronunciata su domanda della G. in relazione a precedente fase del medesimo rapporto; le differenze retributive, infine, erano state correttamente commisurate, ai sensi dell’art. 36 Cost., alle previsioni del contratto collettivo per i dipendenti delle imprese di pulizia, con riguardo alla qualifica di “operaio addetto alle pulizie”.

3. Di questa sentenza il F. domanda la cassazione deducendo tre motivi di impugnazione. La V. e la G., entrambe intimate, non hanno svolto difese in questa fase di giudizio.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo, denunciando violazione dell’art. 112 c.p.c., il ricorrente lamenta che la sentenza impugnata abbia ritenuto la sua responsabilità contrattuale in base ad una interposizione fittizia nel rapporto di lavoro con l’attrice, mentre la originaria domanda di quest’ultima si era fondata, esclusivamente, sulla esistenza di una società di fatto tra il F. e la V..

2. Il secondo motivo denuncia violazione degli artt. 1414-2082 – 2094 c.c., nonchè vizio di motivazione. Si sostiene che l’interposizione fittizia avrebbe richiesto l’esistenza di un accordo simulatorio, comprendente anche la lavoratrice, mentre nella sentenza impugnata manca ogni motivazione al riguardo.

3. Il terzo motivo denuncia violazione dei medesimi articoli di legge e ulteriore vizio di motivazione. Si deduce che l’attribuzione al F. della titolarità esclusiva dell’impresa avrebbe richiesto la prova – nella specie non emergente dalle risultanze acquisite – dell’esercizio continuativo di un potere organizzativo e disciplinare anche nei confronti della titolare formale dell’azienda.

4. Tali motivi, da esaminare congiuntamente per l’intima connessione, non sono fondati.

Nella controversia promossa contro due convenuti, per ottenerne condanna in solido al pagamento di un debito, sulla base di un titolo che assertivamente li ponga nella veste di coobbligati, sono configurabili distinte domande, ancorchè connesse, ciascuna assistita da un proprio autonomo interesse. Ne consegue che il giudice del merito, ove assolva uno di detti convenuti, ritenendolo estraneo al titolo dedotto, non resta privo del potere-dovere di pronunciare, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., sulla domanda di condanna dell’altro, senza che sia all’uopo necessaria un’istanza subordinata e autonoma dell’attore (cfr. Cass. n. 9441 del 1991). Nella specie, la domanda proposta dalla lavoratrice si fondava su un concorso di responsabilità del F. – nella gestione dell’azienda -, che invece i giudici di merito hanno configurato in via esclusiva, in ragione della ritenuta titolarità di fatto della azienda, secondo una qualificazione del rapporto di lavoro che – come la giurisprudenza di questa Corte ha chiarito – differisce, strutturalmente, da quella ipotizzata dal ricorrente, cioè di una interposizione fittizia che avrebbe richiesto una intesa simulatoria fra la titolare formale del rapporto, il titolare effettivo e la stessa lavoratrice (cfr. Cass. n. 16215 del 2009).

Quanto alla prova del ruolo assunto dal ricorrente nella gestione dell’impresa, essa è stata puntualmente indicata nella sentenza impugnata con riferimento a precise valutazioni, riguardanti, fra l’altro, le risultanze emerse in altro giudizio inerente al precedente periodo del medesimo rapporto lavorativo, che sono in ammissibilmente censurate in questa sede mediante una mera contrapposizione di una diversa valutazione di merito.

5. Il ricorso va pertanto rigettato. Nulla per le spese in difetto di attività difensiva da parte delle intimate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 5 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2010

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