Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1258 del 21/01/2020

Cassazione civile sez. VI, 21/01/2020, (ud. 27/09/2019, dep. 21/01/2020), n.1258

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31157-2018 proposto da:

J.E., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso

la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato PAOLO SASSI giusta procura in calce al ricorso

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO C.F. 80202230589 – COMMISSIONE TERRITORIALE

PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONE DI SALERNO, SEZ.

DI CAMPOBASSO;

– intimati –

avverso il decreto n. R.G. 2761/2017 del TRIBUNALE di CAMPOBASSO,

depositato il 10/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 27/09/2019 dal Cons. Relatore Dott. PAOLA VELLA.

Fatto

RILEVATO

che:

1. il cittadino nigeriano J.E. ha invocato la protezione internazionale o umanitaria riferendo di essere fuggito dal proprio Paese in quanto minacciato dai ribelli del “NDM” che volevano si unisse a loro, come aveva fatto il suo patrigno;

2. il Tribunale di Campobasso ha respinto il ricorso avverso il diniego della competente Commissione territoriale, la quale aveva ritenuto totalmente inattendibile il richiedente perchè il racconto delle minacce ricevute era succinto e poco personale, mentre egli mostrava scarsa conoscenza delle attività dei ribelli, del NMD e della reale situazione di violenza nel suo Paese; con riguardo allo status di rifugiato il racconto era vago e generico sotto il profilo della individuazione delle caratteristiche del gruppo di ribelli che lo avrebbe minacciato – minacce peraltro non specificate e subite asseritamente solo sei mesi dopo il funerale del patrigno – nonostante l’appartenenza di quest’ultimo al gruppo dei NDM; non ha ritenuto credibile che i ribelli lo cercassero a distanza di sei anni dal suo rifiuto; in ogni caso il racconto non era circostanziato nel tempo e nello spazio; ha poi negato la protezione sussidiaria in quanto la zona di provenienza del ricorrente non rientra tra quelle afflitte dalla violenza di Boko Haram (v. rapporto Amnestv international 2017-2018), nè erano stati evidenziati specifici episodi di conflitto armato; quanto infine alla protezione umanitaria, ha osservato che i “timori di persecuzione politica personale” in caso di rientro in Patria sono “del tutto astratti e congetturali” e il ricorrente non ha particolari legami familiari col territorio italiano nè manifesta patologie che debbano essere necessariamente curate in Italia;

3. avverso la decisione il ricorrente ha proposto tre motivi di ricorso per cassazione; il Ministero intimato non ha svolto difese;

4. a seguito di deposito della proposta ex art. 380 bis c.p.c., è stata ritualmente fissata l’adunanza della Corte in camera di consiglio. Considerato che:

5. il primo motivo – con cui si lamentano congiuntamente la violazione di plurimi articoli del D.Lgs. n. 25 del 2008 e del D.Lgs.n. 251 del 2007, l’omesso esame di fatto decisivo “in relazione alla mancata valutazione della vicenda personale del richiedente e della situazione esistente in Nigeria sulla base della documentazione allegata e dell’omessa attività istruttoria” e la “mancanza totale di motivazione” (art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5) con riguardo allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria – è inammissibile, avendo il tribunale puntualmente esaminato i motivi di ricorso e ampiamente motivato sulla non credibilità del racconto del ricorrente, previa acquisizione di fonti “COI” qualificate; le censure risultano perciò astratte e generiche, corredate da lunghe trascrizioni di brani di un “Manuale giuridico per l’operatore” e della giurisprudenza di merito, sostanzialmente risolvendosi nella non condivisioni delle valutazioni di merito operate dal tribunale (v. pag. 6-7 del ricorso);

6. le doglianze veicolate con il secondo mezzo – violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, omesso esame di fatto decisivo, omessa attività istruttoria, motivazione apparente (art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5) in merito a protezione umanitaria – sono parimenti inammissibili, in quanto il Tribunale ha motivar() specificamente circa la non credibilità del timore prospettato (minacce del gruppo di ribelli appartenenti al NDM) e l’inesistenza di particolari profili di vulnerabilità (familiari o di salute); le censure appaiono perciò del tutto astratte e generiche (a pag. 18 si stigmatizza il riferimento del tribunale alla “persecuzione politica”, quando lo stesso ricorrente ha invocato lo status di “rifugiato politico” a pag. 7 del ricorso);

7. inammissibile è anche la terza censura, con cui si lamenta la violazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 74, comma 2 e art. 136, comma 2, in uno al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 28-bis, comma 2, lett. a), poichè per giurisprudenza costante di questa Corte “la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato adottata con la sentenza che definisce il giudizio di appello, anzichè con separato decreto, come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, non comporta mutamenti nel regime impugnatorio che resta quello, ordinario e generale, dell’opposizione D.P.R. cit., ex art. 170, dovendosi escludere che la pronuncia sulla revoca, in quanta adottata con sentenza, sia, per ciò solo, impugnabile immediatamente con il ricorso per cassazione, rimedio previsto solo per l’ipotesi contemplata dal D.P.R. cit., art. 113 (Cass. 3028/2018, 32028/2018, 29228/2017).

8. l’assenza di difese degli intimati esclude la pronuncia sulle spese.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 comma 1- quater, nel testo introdotto) dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 27 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 gennaio 2020

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