Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12573 del 09/06/2011

Cassazione civile sez. II, 09/06/2011, (ud. 15/04/2011, dep. 09/06/2011), n.12573

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

P.R., rappresentato e difeso, per procura speciale a

margine del ricorso, dall’Avvocato Manfredi Azzarita, presso lo

studio del quale in Roma, viale Angelico n. 57, è elettivamente

domiciliato;

– ricorrente –

e

C.C., C.F., rappresentati e difesi, per

procura speciale a margine del controricorso, dall’Avvocato Vetere

Vincenzo, elettivamente domiciliati in Roma, via di Trasone n. 8/12,

presso lo studio dell’Avvocato Ercole Forgione;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro n. 758 del

2008, depositata il 20 ottobre 2008;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’15 aprile 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, il quale nulla ha osservato rispetto alla

relazione.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che C.C. ha convenuto in giudizio P.R. per ottenere il rilascio in suo favore di un fondo di sua proprietà, occupato illegittimamente dal convenuto e il risarcimento dei danni;

che il P. ha contestato la domanda;

che, nel corso del giudizio, disposta una consulenza tecnica d’ufficio, il c.t.u. ha redatto una transazione;

che il P., con successiva citazione, ha convenuto in giudizio la C. e il figlio Co.Fr., per sentir dichiarare l’inesistenza o la nullità della transazione, e per ottenere la restituzione di quanto da lui versato in esecuzione della transazione;

che entrambi i convenuti si sono costituiti contestando la domanda;

che il Tribunale di Paola, con sentenza depositata il 18 novembre 2005, ha pronunciato la nullità della transazione, ha condannato la C. e il C.F. alla restituzione della somma ricevuta, e ha rigettato la domanda di rivendica della C.;

che, con sentenza depositata il 20 ottobre 2008, la Corte d’appello di Catanzaro ha accolto l’appello della C. e del C.F., dichiarando valida ed efficace la transazione intercorsa con il P., che ha condannato al pagamento delle spese processuali;

che P.R. propone ricorso per la cassazione di questa sentenza sulla base di tre motivi, cui resistono, con controricorso, gli intimati;

che, con il primo motivo, il ricorrente denuncia violazione dell’art. 1392 e dell’art. 1966, comma 1, falsa applicazione degli artt. 1398, 1399 e 1704, nonchè illogicità della motivazione, sostenendo che il C.f. non aveva alcun potere rappresentativo per sottoscrivere validamente la transazione;

che, con il secondo motivo, il ricorrente deduce violazione dell’art. 199 cod. proc. civ. e dell’art. 1399 cod. civ., nonchè insufficienza della motivazione, atteso che la consulenza tecnica all’esito della quale era intervenuta la transazione ad opera del c.t.u. non era di natura contabile;

che, con il terzo motivo, il ricorrente denuncia violazione dell’art. 1421 cod. civ., nonchè incongruità della motivazione, per non avere il giudice rilevato d’ufficio la nullità della transazione;

che a conclusione del ricorso, il ricorrente formula il seguente quesito di diritto: La transazione della lite di cui al verbale di conciliazione redatto dal c.t.u. in data 21.3.1992 è nulla;

che, essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., è stata redatta la prescritta relazione, che è stata notificata alle parti e comunicata al Pubblico Ministero.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione:

… I motivi del ricorso sono inammissibili per inidoneità del quesito di diritto formulato dal ricorrente.

Ai sensi dell’art. 366-bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6 applicabile alle sentenze pubblicate dal 2 marzo 2006 e sino al 4 luglio 2009, i motivi del ricorso per cassazione devono essere accompagnati, a pena di inammissibilità (art. 375 c.p.c., n. 5), dalla formulazione di un esplicito quesito di diritto nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), e, qualora – come nella specie – il vizio sia denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione.

Con riferimento alla denunciata violazione e falsa applicazione di norme di diritto, deve rilevarsi che il quesito di diritto imposto dall’art. 366-bis cod. proc. civ., rispondendo all’esigenza di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, ed al tempo stesso, con una più ampia valenza, di enucleare, collaborando alla funzione nomofilattica della S.C. di cassazione, il principio di diritto applicabile alla fattispecie, costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio generale, e non può consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell’interpello della Corte di legittimità in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata nello svolgimento dello stesso motivo, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regola, juris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata (Cass., n. 11535 del 2008).

In particolare, “il quesito di diritto non può essere desunto dal contenuto del motivo, poichè in un sistema processuale, che già prevedeva la redazione del motivo con l’indicazione della violazione denunciata, la peculiarità del disposto di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 consiste proprio nell’imposizione, al patrocinante che redige il motivo, di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimità” (Cass., ord. n. 20409 del 2008).

Il quesito di diritto, quindi, “deve compendiare: a) la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito;

b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie. E’, pertanto, inammissibile il ricorso contenente un quesito di diritto che si limiti a chiedere alla S.C. puramente e semplicemente di accertare se vi sia listata o meno la violazione di una determinata disposizione di legge” (Cass., ord. n. 19769 del 2008; Cass., S.U., n. 6530 del 2008; v. anche Cass., n. 28280 del 2008).

Nella specie, il ricorrente, con il sopra riportato quesito di diritto, si limita a sollecitare alla Corte ad esprimere una valutazione di validità della transazione oggetto del ricorso, e quindi non risponde alle caratteristiche ora indicate. Quanto al vizio di motivazione, va rilevato che le Sezioni Unite hanno avuto modo di affermare che “in tema di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 e impugnati per omessa, insufficiente o con-traddittoria motivazione, poichè secondo l’art. 366-bis cod. proc. civ., introdotto dalla riforma, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, la relativa censura deve contenere, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità” (Cass., S.U., n. 20603 del 2007). Si è anche precisato che la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, deve consistere in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata, di modo che non è possibile ritenerlo rispettato allorquando solo la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo riveli, all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore e non di una indicazione da parte del ricorrente, deputata all’osservanza del requisito del citato art. 366-bis, che il motivo stesso concerne un determinato fatto controverso, riguardo al quale si assuma omessa, contraddittoria od insufficiente la motivazione e si indichino quali sono le ragioni per cui la motivazione è conseguentemente inidonea sorreggere la decisione (Cass., n. 16002 del 2007).

Anche con riferimento ai denunciati vizi di motivazione deve rilevarsi la inidoneità della formulazione dei motivi, giacchè difetta il richiesto momento di sintesi, tanto più necessario nel caso di specie, giacchè il ricorrente ha denunciato congiuntamente violazione di legge e vizi di motivazione. In conclusione, tutti i motivi di ricorso non corrispondono ai requisiti ora indicati, sicchè sussistono pertanto le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio”;

che il Collegio condivide la proposta di decisione, alla quale non sono state rivolte critiche di sorta;

che il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente, in applicazione del principio della soccombenza, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 2.500,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte suprema di Cassazione, il 15 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2011

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