Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12571 del 12/05/2021

Cassazione civile sez. I, 12/05/2021, (ud. 21/01/2021, dep. 12/05/2021), n.12571

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 170/2017 r.g. proposto da:

M.C., E.A., E.S., E.T., E.F.,

anche nella qualità di eredi di E.M.F.,

M.F., T.P., società Agricola Le Castrette s.r.l. e da San

Sisto s.r.l., rappresentati e difesi, giusta procura speciale

apposta in calce al ricorso, dagli Avvocati Rodolfo Bevilacqua, e

Monica Marazzato, e Gianfranco Nesi, con cui elettivamente

domiciliano in Venezia, Santa Croce 1320, presso lo studio

dell’Avvocato Bevilacqua, e Marazzato.

– ricorrenti –

contro

VENETO BANCA s.p.a., ora FLAMINIA SPV s.r.l. (cod. fisc. (OMISSIS)),

con sede in (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore Dott. P.E., rappresentata e difesa, giusta procura

speciale apposta in calce al controricorso, dagli Avvocati Marina

Cavedal, e dell’Avv.to Stefano Aleandri, con i quali elettivamente

domicilia in Roma, alla Via Chiana n. 48, presso lo studio

dell’Avvocato Aleandri.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia, depositata in

data 26.5.2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/1/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo M.C., E.A., E.S., E.T., M.F., T.P., E.M.F., la società Agricola Le Castrette s.r.l., la San Sisto s.r.l. convennero in giudizio la Veneto Banca coop. a r.l. in relazione al provvedimento monitorio emesso dal Tribunale di Treviso con il quale si intimava agli opponenti il pagamento in solido della somma pari a lire 6.700.215.936, quale scoperto del conto corrente n. (OMISSIS) intestato a E.M.F., assistito da copertura fideiussoria prestata dagli altri intimati.

2. Il Tribunale di Treviso con la sentenza n. 239/2008, in parziale accoglimento della dispiegata opposizione a decreto ingiuntivo, limitatamente alla denunciata illegittimità della capitalizzazione trimestrale, revocò il provvedimento monitorio e condannò pertanto gli opponenti al pagamento della somma pari ad Euro 3.254.737,08.

3. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Venezia ha rigettato l’appello proposto dai sopra indicati opponenti avverso la predetta sentenza del Tribunale di Treviso, confermandone pertanto le statuizioni di condanna.

4. La corte del merito ha ritenuto, per quanto qui ancora di interesse, che, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, i debitori opponenti, aventi la veste di convenuti in senso sostanziale, avevano l’onere di immediata e analitica contestazione ex art. 115 c.p.c., dei fatti allegati dal creditore già con il primo atto di difesa (atto di citazione in opposizione), con la conseguenza che – avendo gli opponenti limitato la contestazione ai soli profili della nullità della fideiussione, dell’illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi quale forma di anatocismo e del superamento del tasso soglia – dovevano ritenersi non controversi tra le parti i fatti costitutivi del diritto di credito rappresentati, da un lato, dal contratto di apertura di credito e, dall’altro, dall’entità del debito riferibile alla sorte capitale del saldo; che era pertanto infondata la doglianza con la quale era stato affermato che la contestazione del credito in linea capitale era stata avanzata dagli opponenti già in sede di atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo, essendo invece intervenuta tale contestazione soltanto con la nota del 23.11.2005, tardivamente depositata anche dopo il maturarsi delle preclusioni di cui agli artt. 183 e 184 c.p.c.; che comunque la banca aveva assolto l’onere probatorio sulla stessa incombente in ordine alla dimostrazione dei fatti costitutivi del suo credito, allegando gli estratti conti periodici e gli scalari del conto corrente n. (OMISSIS), documentazione sulla cui base il C.t.u. aveva peraltro correttamente ricostruito la movimentazione e il computo degli interessi addebitati al correntista e ai garanti.

g. La sentenza, pubblicata il 26.5.2016, è stata impugnata da M.C., E.A., E.S., E.T., E.F., anche nella qualità di eredi di E.M.F., M.F., T.P., società Agricola Le Castrette s.r.l. e da San Sisto s.r.l. con ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo di censura, cui Veneto Banca coop. a r.l. ha resistito con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo ed unico motivo la parte ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’onere la prova della sussistenza e dell’ammontare del credito. Si evidenzia che nel corso del giudizio di merito la banca non aveva prodotto gli estratti conto dall’inizio del rapporto nè le contabili giustificative delle prime operazioni di apertura del credito sul conto ed in particolare della documentazione attestante il giroconto di tre miliardi di Lire in data (OMISSIS) ed ancora l’attribuzione della valuta in data (OMISSIS) a fronte di una operazione datata (OMISSIS) e al giroconto di Lire 1.061.841.589 del (OMISSIS). Si osserva inoltre che, sin dal momento in cui la documentazione era stata prodotta dalla banca, la parte oggi ricorrente aveva tempestivamente contestato la detta documentazione bancaria, evidenziando la mancata produzione degli estratti conto dalla data di insorgenza del rapporto ed anche della documentazione giustificativa delle operazioni di giroconto. Errata doveva dunque ritenersi l’affermazione del giudice di appello laddove aveva evidenziato, da un lato, che gli appellanti avevano sollevato solo tardivamente specifici rilievi in ordine all’intervenuto adempimento dell’onere probatorio da parte della banca e, dall’altro, che gli appellanti si erano limitati, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, a contestare solo l’applicazione di interessi ultralegali e anatocistici.

2. Il ricorso è infondato.

2.1 L’unica doglianza avanzata dai ricorrenti presenta invero profili di inammissibilità e di infondatezza.

2.1.1 Sotto il primo profilo, non può sfuggire come la censura si componga in buona sostanza (v. pag. 9 e segg. del ricorso introduttivo) di ripetute richiesti, di rivalutazione della documentazione contabile e delle risultanze della C.t.u., già correttamente scrutinate dai giudici del merito, e ciò per avvalorare un diverso apprezzamento dei fatti articolando, sul punto, vizio di violazione e falsa applicazione di norme di legge in relazione, più in particolare, al parametro normativo di cui all’art. 2697 c.c., in tema di ripartizione degli oneri probatori volti alla dimostrazione dei fatti costitutivi del diritto di credito nascente dal rapporto di conto corrente bancario.

La censura per come formulata è irricevibile.

2.1.2 Va in primo luogo ricordato che – in tema di ricorso per cassazione – il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (così, Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019; cfr. anche Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 24155 del 13/10/2017). Più precisamente è stato affermato sempre dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità che le espressioni violazione o falsa applicazione di legge, di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, descrivono i due momenti in cui si articola il giudizio di diritto: a) quello concernente la ricerca e l’interpretazione della norma ritenuta regolatrice del caso concreto; b) quello afferente l’applicazione della norma stessa una volta correttamente individuata ed interpretata. Il vizio di violazione di legge investe immediatamente la regola di diritto, risolvendosi nella negazione o affermazione erronea della esistenza o inesistenza di una norma, ovvero nell’attribuzione ad essa di un contenuto che non possiede, avuto riguardo alla fattispecie in essa delineata; il vizio di falsa applicazione di legge consiste, o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perchè la fattispecie astratta da essa prevista pur rettamente individuata e interpretata – non è idonea a regolarla, o nel trarre dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione. Non rientra nell’ambito applicativo dell’art. 360, comma 1, n. 3, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa che è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta perciò al sindacato di legittimità (cfr. Sez. 1, Ordinanza n. 640 del 14/01/2019).

Ciò detto, risulta evidente che la parte ricorrente, nel richiedere un nuovo apprezzamento degli elementi fattuali posti a sostegno della decisione impugnata, propone, in realtà, una questio facti il cui esame è inibito a questa Corte di legittimità.

2.1.3 Ma la censura, così prospettata, incontra invero un ulteriore profilo di inammissibilità. Ed invero, il ricorrente non si confronta con la seconda ratio decidendi articolata dalla corte territoriale per fondare il rigetto del proposto appello, e cioè – oltre al sopra riferito profilo della non contestazione della sorte capitale del credito ingiunto (per il quale la contestazione è stata ritenuta tardiva e dunque inammissibile) – il rilievo secondo il quale la domanda volta all’accertamento del credito bancario era stata comunque provata tramite l’allegazione degli estratti conto periodici e gli scalari del conto corrente n. (OMISSIS) per tutto il periodo indicato, documentazione sulla cui base il C.t.u. aveva peraltro correttamente ricostruito la movimentazione e il computo degli interessi addebitati al correntista e ai garanti.

Orbene, il ricorrente, sul punto qui da ultimo in esame, si limita a proporre una censura generica, allegando semplicemente la circostanza della mancata produzione di tale documentazione da parte della banca, senza neanche spiegare in quale modo la consulenza contabile sarebbe riuscita a ricalcolare l’entità del credito, peraltro in senso favorevole agli odierni ricorrenti, depurandola dagli interessi anatocistici.

Risulta dunque evidente l’inammissibilità della proposta censura anche in ragione della sua evidente genericità ed anche per l’ulteriore ragione che, qualora il giudice di appello fosse incorso in un travisamento della prova (ritenendo documentato il credito sulla base della documentazione non prodotta invece dalla banca, come ritenuto dai ricorrenti), allora il vizio denunciabile sarebbe stato, in altro contesto decisorio, quello di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4.

2.2 Sotto altro profilo di riflessione la censura è invece infondata.

2.2.1 Non è infatti incorsa la corte distrettuale nell’erronea interpretazione della ripartizione dell’onere della prova in relazione alla dimostrazione dei fatti costitutivi del credito.

2.2.2 Non sfugge infatti a questo Collegio come la giurisprudenza di legittimità abbia costantemente affermato il principio secondo cui l’accertata nullità delle clausole che prevedono, relativamente agli interessi dovuti dal correntista, tassi superiori a quelli legali e la capitalizzazione trimestrale impone la rideterminazione del saldo finale mediante la ricostruzione dell’intero andamento del rapporto, sulla base degli estratti conto a partire dall’apertura del medesimo, che la banca, quale attore in senso sostanziale nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ha l’onere di produrre, non potendo ritenersi provato il credito in conseguenza della mera circostanza che il correntista non abbia formulato rilievi in ordine alla documentazione prodotta nel procedimento monitorio (Sez. 1, Ordinanza n. 15148 del 11/06/2018; Cass. 25 maggio 2017, n. 13258; Sez. 1, Sentenza n. 21466 del 19/09/2013).

Tuttavia, va osservato come nel caso in esame, per un verso, la corte distrettuale non abbia in alcun modo invertito l’onere della prova incombente sulla banca in ordine alla dimostrazione dei fatti costitutivi del suo diritto creditorio (ritenendo assolto tale onere attraverso la sopra ricordata produzione documentale contabile) e come, per altro verso, abbia fondato la decisione sul diverso principio (neanche impugnato da parte dei ricorrente) della non contestazione del credito in linea capitale da parte degli opponenti nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, dovendosi ulteriormente precisare che il giudice di appello aveva evidenziato, nel provvedimento qui impugnato, che gli opponenti non solo non avevano contestato tempestivamente la documentazione contabile allegata dalla banca (ed i ricorrenti hanno confessato tale ritardata impugnazione anche nell’odierno ricorso: v. pag. 7), ma non avevano neanche contestato la fondatezza del credito in linea capitale, limitando l’opposizione al solo profilo dell’illegittimità dell’applicazione della capitalizzazione trimestrale degli interessi e del superamento del tasso soglia di usura degli interessi, oltre che alla nullità della fideiussione per indeterminatezza.

Ne consegue il complessivo rigetto del ricorso.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. Un. 23535 del 2019).

PQM

rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 14.200 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2021

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