Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12562 del 21/05/2010

Cassazione civile sez. trib., 21/05/2010, (ud. 04/02/2010, dep. 21/05/2010), n.12562

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico – Presidente –

Dott. D’ALONZO Michele – Consigliere –

Dott. MERONE Antonio – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Ministero dell’Economia e delle Finanze e Agenzia delle Entrate, in

persona del Direttore pro tempore rappresentati e difesa

dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma,

Via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

M.B.S., elettivamente domiciliato in Roma, Via Luigi

Luciani, n. 1, nello studio dell’Avv. Prof. CARNEO Roberto, che lo

rappresenta e difende, unitamente all’Avv. Giuseppe Lai, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Sardegna, n. 28/7/05, depositata in data 1 luglio 2005;

Sentita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza dal

consigliere Dott. Pietro Campanile;

Sentito l’Avv. Generale dello Stato, Diego Giordano;

Sentite le richieste del Procuratore Generale, in persona del

Sostituto Dott. Wladimiro De Nunzio, il quale ha concluso per il

rigetto del ricorso.

 

Fatto

1.1 – M.B.S. impugnava il rigetto dell’istanza di rimborso delle somme versate, quale medico di base, a titolo di IRAP, relativamente agli anni del 1998 al 2001, sostenendo di essere privo di autonoma organizzazione, non avvalendosi di dipendenti o di collaboratori continuativi ed utilizzando beni strumentali di valore non significativo.

1.2 – La Commissione tributaria provinciale di Cagliari rigettava il ricorso.

1.3 – Il M. interponeva appello; la Commissione Tributaria Regionale della Sardegna, con la decisione indicata in epigrafe, lo accoglieva, col favore delle spese, affermando, in particolare, che, svolgendo l’appellante la propria attività senza l’ausilio di dipendenti, ed avvalendosi di una strumentazione minima, non ricorreva il presupposto dell’esercizio di un’attività autonomamente organizzata.

1.4 – Avverso detta decisione hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate.

L’intimato ha svolto attività difensiva, con controricorso e memoria.

Diritto

2.1 – I ricorrenti, con il primo motivo di ricorso, denunciano violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 19, 21 e 22, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver omesso la Commissione tributaria regionale di rilevare, d’ufficio, l’inammissibilità del ricorso introduttivo, per non essersi formato un silenzio significativo in merito all’istanza, erroneamente presentata all’Ufficio locale delle entrate di Cagliari (OMISSIS).

Il motivo è infondato. A tacere del rilievo inerente alla sua formulazione in violazione del principio di autosufficienza, operante anche quando vengano denunciati errores in procedendo, assume valore risolutivo la circostanza che, come emerge dalla stessa sentenza, il M. non ha impugnato un provvedimento tacito di rigetto della propria istanza di rimborso, bensì un atto di diniego espressamente emanato proprio dall’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Cagliari (OMISSIS).

2.2 – Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione della L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 3, comma 144;

del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, artt. 2, 3, 8, 27 e 36, nonchè omessa, illogica ed incoerente motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione, rispettivamente, all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si sostiene, in primo luogo, che l’esigenza di un’attività “autonomamente organizzata”, come si desumerebbe dalla relazione parlamentare al D.Lgs. n. 137 del 1998, non dovrebbe intendersi nel senso di escludere tout court gli esercenti di arti o professioni non “autonomamente organizzati” dal punto di vista “materiale”, non potendosi prescindere, come chiarito anche dalla Corte Costituzionale con ordinanza n. 426 del 2002, dal reale presupposto impositivo costituito dalla produzione di valore aggiunto.

2.3 – Il motivo è infondato, alla luce dei principi recentemente ribaditi dalle Sezioni Unite di questa Corte, che il Collegio condivide ad ai quali intende dare continuità.

Si è infatti affermato (Cass., 26 maggio 2009, n. 12108) che, in tema di i.r.a.p., il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza dell’organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.

E’ stato altresì precisato che costituisce onere del contribuente, il quale chieda il rimborso dell’imposta asseritamente non dovuta, dare la prova dell’assenza delle predette condizioni.

2.3 – Con riferimento al significato e alla portata della modifica apportata al testo originario della norma contenuta nel D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 2, questa Corte ha già avuto modo di precisare che il dato inerente all’attività “autonomamente organizzata”, assunto dalla legge quale connotato indefettibile dell’attività abituale tassabile, è da interpretare necessariamente in senso oggettivo, non solo perchè l’elemento dell’autonomia, se inteso in senso soggettivo, si risolve in una mera tautologia (il professionista è autonomamente organizzato perchè è un soggetto capace di organizzazione autonoma), che non avrebbe richiesto un apposito intervento legislativo di precisazione; ma soprattutto perchè è l’unica interpretazione “costituzionalmente orientata”, quindi obbligatoria per l’interprete (C. cost., ordin. n. 452/2005, 361/2005, 283/2005, 433/2004; sent. nn. 198/2003, 107/2003, 316/2001, 113/2000), essendo stato evidenziato dal giudice delle leggi, con la sentenza n. 156 del 2001, e non certamente smentito dalla successiva ordinanza n. 426/2002 (di manifesta infondatezza delle identiche eccezioni già rigettate con detta sentenza), che, se la norma fosse accolta nel senso di ritenere applicabile l’imposta anche nel caso d’inesistenza del suddetto elemento oggettivo, risulterebbero violati i principi di eguaglianza e di capacità contributiva, garantiti appunto dall’equiparazione dell’attività professionale a quella imprenditoriale sul filo dell’autonoma organizzazione, connaturata a quest’ultima e soggetta ad accertamento nella prima; e che, pertanto, “nel caso di una attività professionale che fosse svolta in assenza di elementi di organizzazione .. . risulterà mancante il presupposto stesso dell’imposta” (Cass., 16 febbraio 2007, n. 3674; Cass., 16 febbraio 2007, n. 3672).

2.4 – Premesso, quindi, che non può condividersi l’assunto secondo cui i lavoratori autonomi esercenti arti e professioni, indipendentemente dal grado di intensità organizzativa impresso alla propria attività, possano in ogni caso considerarsi soggetti passivi dell’imposta in esame, deve ribadirsi l’esigenza – affermata dalla Corte costituzionale e dalla giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte – di una valu-tazione di merito, da effettuarsi sulla base dei criteri sopra richiamati, valutati complessivamente e logicamente coordinati.

Sotto tale profilo appare evidente come la commissione regionale abbia, fornendo al riguardo congrua, ancorchè sintetica, motivazione, rilevato – nel rispetto dei principi sopra richiamati – l’insussistenza di un’attività “autonomamente organizzata”, ponendo in evidenza, all’esito di un accertamento di fatto incensurabile in questa sede e fondato sulle risultanze documentali, l’assenza di dipendenti e il modesto valore della strumentazione utilizzata.

La decisione impugnata, pertanto, va confermata.

Ricorrono giusti motivi, avuto riguardo ai contrasti giurisprudenziali e alle difficoltà di natura ermeneutica che connotano gli aspetti essenziali della la vicenda esaminata, per l’integrale compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso. Spese compensate.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile – Tributaria, il 4 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2010

 

 

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