Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12558 del 12/05/2021

Cassazione civile sez. II, 12/05/2021, (ud. 28/01/2021, dep. 12/05/2021), n.12558

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26218/2019 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in Vicenza, Contrà Santo

Stefano n. 15, presso lo studio dell’avv.to MICHELE CAROTTA, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1996/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 15/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/01/2021 dal Consigliere Dott. LUCA VARRONE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte d’Appello di Venezia, con sentenza pubblicata il 15 maggio 2019, respingeva il ricorso proposto da B.A., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento con il quale il Tribunale di Venezia aveva rigettato l’opposizione avverso la decisione della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale che aveva, a sua volta, rigettato la domanda proposta dall’interessato di riconoscimento dello status di rifugiato e di protezione internazionale, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione complementare (umanitaria).

2. Il richiedente aveva raccontato di essere assistente autista di camion e che durante un trasporto con il camion di proprietà dello zio era stato fermato dalla polizia e un suo collega, conducente del mezzo, era fuggito mentre egli era stato arrestato e il mezzo sequestrato perchè al suo interno era stata rinvenuta della merce vietata di cui il ricorrente era ignaro. Per risarcire il danno cagionato allo zio dalla vendita del camion confiscato il padre del ricorrente era stato costretto a vendere la propria abitazione e con parte del ricavato aveva finanziato il suo viaggio verso l’Italia. Il ricorrente aveva paura di tornare dal padre, essendoci i ribelli e non avendo più nè parenti nè un’abitazione.

3. La Corte d’Appello riteneva che i fatti non integrassero i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale nè con riferimento alla domanda di riconoscimento dello status di rifugiato nè a quella di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b).

Del pari, doveva essere rigettata la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c). Dalle fonti internazionali, infatti, emergeva che il Gambia era un paese nel quale non sussisteva alcun conflitto armato nel senso richiesto ai fini della suddetta protezione.

Infine, quanto alla richiesta concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari la Corte d’Appello evidenziava che non vi erano i presupposti per il suo accoglimento non avendo questi raggiunto un adeguato livello di integrazione sociale.

4. B.A. ha proposto ricorso per cassazione avverso il suddetto decreto sulla base di quattro motivi di ricorso.

5. Il Ministero dell’interno si è costituito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Il primo motivo di ricorso è così rubricato: Violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c. – Nullità della sentenza per motivazione apparente/inesistente e nullità del procedimento omesso esame circa un fatto decisivo, il tutto in relazione all’art. 116 c.p.c., D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per avere la Corte d’Appello di Venezia violato i canoni legali di valutazione degli elementi istruttori, nonchè per aver omesso l’esame di un fatto decisivo.

La censura attiene alla ritenuta non credibilità del racconto perchè vago e non dettagliato in violazione dei criteri previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e del dovere di collaborazione officiosa, per aver omesso di approfondire le dichiarazioni del richiedente anche in relazione alle condizioni del paese di provenienza sulla base di fonti aggiornate. Il ricorrente aveva compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare il suo racconto.

2. Il secondo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., nonchè nullità della sentenza per motivazione apparente/inesistente e nullità del procedimento nonchè omesso esame circa un fatto decisivo in relazione all’art. 115 c.p.c. e D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2 e 14, per avere la Corte d’Appello omesso di applicare del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c), in violazione dei criteri legali di valutazione degli elementi di prova con riferimento alla credibilità intrinseca del ricorrente

La censura è ripetitiva di quella svolta col secondo motivo con riferimento al giudizio di non credibilità in relazione alla violazione delle norme indicate con riferimento in particolare dell’art. 14, lett. b) e c). In particolare si censurano i criteri logico-interpretativi seguiti dalla Corte d’Appello non aderenti al caso concreto.

3. Il terzo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., nonchè nullità della sentenza per motivazione apparente/inesistente e nullità del procedimento – omesso esame di un fatto decisivo in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.P.R. n. 39 del 1999, artt. 11 e 29, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 bis, per non avere il giudice valutato la vulnerabilità in relazione alla condizione di vita del ricorrente allegate al giudizio, nonchè per aver omesso l’esame di un fatto decisivo.

La censura attiene al rigetto della domanda di rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari con una motivazione che non ha tenuto conto della documentazione versata in atti, comprovante profili di vulnerabilità tali da giustificare l’accoglimento della medesima domanda, anche a prescindere dall’erroneo giudizio di non credibilità del racconto del ricorrente.

4. Il quarto motivo è così rubricato: violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., nullità della sentenza per motivazione apparente inesistente e nullità del procedimento, difetto di motivazione sostanziale della sentenza impugnata.

Secondo il ricorrente non vi sarebbe stata una effettiva valutazione della sua vicenda personale, e sul punto vi sarebbe una assoluta carenza di motivazione.

5. I quattro motivi di ricorso, che stante la loro evidente connessione possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili.

La valutazione in ordine alla credibilità del racconto del richiedente costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito. (Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549).

La Corte d’Appello ha fatto esplicito riferimento a fonti qualificate dalle quali ha tratto la convinzione che il Gambia non sia una zona rientrante tra quelle di cui al D.Lgs. n. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). Il potere-dovere di cooperazione istruttoria, correlato all’attenuazione del principio dispositivo quanto alla dimostrazione, e non anche all’allegazione, dei fatti rilevanti, è stato dunque correttamente esercitato, benchè la vicenda personale narrata sia stata ritenuta non credibile dai giudici di merito e anche non idonea, quanto ai fatti rappresentati (Cass. n. 14283/2019).

Deve ribadirsi che, in tema di protezione sussidiaria, anche l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui alla norma citata, che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito. Il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. ord. 30105 del 2018). Il potere-dovere di cooperazione istruttoria, correlato all’attenuazione del principio dispositivo quanto alla dimostrazione, e non anche all’allegazione, dei fatti rilevanti, è stato dunque correttamente esercitato, benchè la vicenda personale narrata sia stata ritenuta non credibile (Cass. n. 14283/2019).

Inoltre, con riferimento alle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), deve evidenziarsi che il racconto del richiedente non è stato ritenuto nè credibile nè idoneo a rappresentare fatti rilevanti ai fini della protezione sussidiaria. In tal caso, non si impone l’esercizio dei poteri ufficiosi circa l’esposizione a rischio del richiedente in virtù della sua condizione soggettiva.

In ordine al riconoscimento della protezione umanitaria, il diniego è dipeso dall’accertamento dei fatti da parte del giudice di merito, che ha escluso con idonea motivazione, alla stregua di quanto considerato nei paragrafi che precedono l’esistenza di una situazione di sua particolare vulnerabilità, neanche allegata. Il racconto del ricorrente, peraltro, non è stato ritenuto credibile in relazione alle ragioni che hanno dato origine alla partenza e la situazione del paese non è stata ritenuta soggetta ad una violenza indiscriminata. All’accertamento compiuto dai giudici di merito viene inammissibilmente contrapposta una diversa interpretazione delle risultanze di causa.

6. In conclusione il ricorso è inammissibile.

7. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

8. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.000 più spese prenotate a debito;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 28 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2021

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