Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12521 del 21/06/2016

Cassazione civile sez. III, 17/06/2016, (ud. 23/02/2016, dep. 17/06/2016), n.12521

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7761/2012 proposto da:

S.C., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIALE CARSO 1, presso lo studio dell’avvocato VIRGINIA

GRASSO, che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

B.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA POMPEO TROGO

21, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA CASANOVA,

rappresentato e difeso dall’avvocato MASSIMO BONI giusta procura a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4691/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 08/11/2011 R.G.N. 6519/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/02/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;

udito l’Avvocato VIRGINIA GRASSO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per, l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- Con citazione notificata il 24 novembre 2009 il dott. S. C. proponeva appello avverso la sentenza emessa in data 7 ottobre 2008, con la quale il Tribunale di Roma aveva accolto la domanda dell’attore B.F. e, per l’effetto, aveva condannato il convenuto S., rimasto contumace, al risarcimento dei danni patiti a seguito di un intervento di correzione funzionale ed estetica del setto nasale, liquidati nella somma di Euro 14.777,00. Le spese legali erano state poste a carico del soccombente.

In grado d’appello si costituiva l’appellato, eccependo l’inammissibilità dell’appello perchè tardivo, e comunque chiedendone il rigetto.

2.- Con la sentenza qui impugnata, pubblicata in data 8 novembre 2011, la Corte d’Appello di Roma ha dichiarato inammissibile l’appello perchè proposto oltre il termine di trenta giorni dopo la notificazione della sentenza di primo grado, che la Corte ha reputato validamente effettuata, ai sensi dell’art. 140 c.p.c., in data 13 ottobre 2009, presso il domicilio del dottor S., quale risultante dal primo grado del giudizio, perchè ivi era stato notificato l’atto introduttivo della lite.

Ha condannato l’appellante al pagamento delle spese del grado.

3.- Avverso questa sentenza il dottor S.C. propone ricorso con tre motivi.

Resiste con controricorso B.F..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Col primo motivo si deduce violazione, ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., degli artt. 137, 138 e 139 c.p.c..

Il ricorrente sostiene di non avere mai ricevuto la notificazione della sentenza di primo grado, in quanto notificata ad un indirizzo, via (OMISSIS), dove non aveva più nè residenza nè dimora nè domicilio. Deduce di avere formulato la stessa difesa in appello e di avere prodotto un certificato storico anagrafico dal quale sarebbe risultato che, sin dal maggio 2006 (quindi alcuni anni prima della pretesa notifica della sentenza di primo grado che sarebbe stata fatta il 13 ottobre 2009), il S. aveva cambiato la propria residenza, trasferendola in (OMISSIS). Vi sarebbe stata pertanto la violazione degli artt. 138 e 139 c.p.c., perchè il ricorrente non sarebbe stato ricercato presso la propria casa di abitazione (nè presso il luogo dove svolge la propria attività, ben conosciuto dalla controparte), nonchè dell’art. 140 c.p.c., perchè questo prescrive che la procedura ivi prevista si segua solo se non è possibile eseguire la consegna ai sensi degli articoli precedenti.

1.1.- Col secondo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio perchè la Corte non ha considerato le “eccezioni” dell’appellante nè la documentazione da questi prodotta, non avendo fornito alcuna motivazione in merito. Ha invece motivato facendo riferimento al fatto che l’appellante non aveva censurato la dichiarazione di contumacia in primo grado malgrado la notificazione dell’atto introduttivo fosse stata fatta allo stesso indirizzo poi contestato in grado di appello: in proposito, il ricorrente rileva che tra le due notificazioni erano passati più di cinque anni e frattanto aveva trasferito la propria abitazione in via di (OMISSIS) ed aveva provveduto a modificare la residenza anagrafica.

2.- I due motivi vanno esaminati congiuntamente per evidenti ragioni di connessione.

Va rigettata l’eccezione di inammissibilità dell’uno e dell’altro, sollevata, per differenti profili, dalla parte resistente.

Quanto al primo, l’erronea indicazione del n. 3 piuttosto che del n. 4 dell’art. 360 c.p.c. nell’intestazione del motivo non ne comporta l’inammissibilità, atteso che il tenore della censura, quale si evince dal contenuto dell’illustrazione, è tale da doversi intendere come volta a sollevare una questione di nullità della sentenza perchè la dichiarazione di inammissibilità dell’appello sarebbe fondata, secondo il ricorrente, sulla falsa applicazione delle norme in tema di notificazione.

Questa Corte ha già avuto modo di rilevare che ai fini della ammissibilità del ricorso per cassazione, non è necessaria l’esatta indicazione delle norme di legge delle quali si lamenta l’inosservanza, essendo necessario, invece, che si faccia valere un vizio astrattamente idoneo ad inficiare la pronuncia. Ne consegue che è ammissibile il ricorso col quale si lamenti la violazione di una norma processuale sotto il profilo della violazione di legge, anzichè sotto il profilo dell’error in procedendo di cui all’ipotesi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (così Cass. n. 19882/13). Il principio si intende qui ribadito ed è viepiù applicabile al caso di specie, per quanto detto sopra in merito alla chiara individuazione del tipo di vizio denunciato dal ricorrente (cfr. nel senso dell’ammissibilità anche Cass. ord. n. 4036/14).

2.1.- Quanto al secondo motivo, non è corretto l’assunto del resistente secondo cui il vizio dedotto sarebbe un vizio di omessa pronuncia su un’eccezione, da denunciarsi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 e dell’art. 112 c.p.c., non un vizio di motivazione da denunciarsi – come ha fatto il ricorrente – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Ed invero, sebbene nel ricorso si utilizzi impropriamente l’espressione di “eccezione” per indicare la difesa svolta dall’appellante a fronte dell’eccezione di inammissibilità dell’appello sollevata dall’appellato, il vizio che il ricorrente lamenta è dato dal mancato esame da parte della Corte d’appello del certificato di residenza prodotto a seguito di questa eccezione. Si tratta di un documento del quale l’appellante si è avvalso al fine di dimostrare la nullità della notificazione della sentenza effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c., quindi l’inidoneità di questa notifica a far decorrere il termine breve per proporre il gravame ed, in ultima analisi, la tempestività dell’appello questione peraltro da esaminarsi d’ufficio dal giudice del gravame.

Non ricorre l’omessa pronuncia su un’eccezione di parte, piuttosto si tratta di vizio di motivazione sul dato documentale.

2.2.- Giova aggiungere che, pur vertendo il ricorso, come detto sopra, su un error in procedendo, si riscontra un limite ben definito rispetto alla possibilità di questa Corte di esaminare gli atti (di norma riconosciuta qualora si tratti di vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., n. 4). Si intende in proposito ribadire l’orientamento secondo cui non è censurabile, nel giudizio di Cassazione, in funzione dello scrutinio di validità della notifica dell’atto di citazione, l’accertamento della residenza, domicilio o dimora effettuato dal giudice di merito, se non per vizi di motivazione, trattandosi di accertamento in fatto istituzionalmente riservato a lui. In tale ipotesi, infatti, la violazione processuale è soltanto conseguenza della – eventualmente errata statuizione in fatto del giudice a quo, sulla quale, appunto, essenzialmente e direttamente incide la censura del ricorrente (così Cass. n. 19416/04; cfr., nello stesso senso, di recente Cass. n. 17021/15).

Pertanto, è appropriato il mezzo di impugnazione prescelto dal ricorrente, che è appunto la denuncia di vizi di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, considerato che si imputa alla Corte d’appello di essersi occupata dell’eccezione di inammissibilità del gravame, ma di averlo fatto – come si dirà trattando del merito della questione – esaminando solo parte dei documenti a sua disposizione (quali quelli rinvenibili nel fascicolo del primo grado), senza esaminare il documento prodotto dall’appellante.

3.- Quest’ultimo dato corrisponde al vero e costituisce, perciò, la ragione della fondatezza dei motivi di ricorso in esame.

In diritto è opportuno premettere che è vero che quando la notifica risulti eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c. nel luogo indicato nell’atto da notificare, ivi si presume la dimora effettiva del destinatario (cfr., da ultimo, Cass. n.10107/14) e questi, ove intende contestare la circostanza, ha l’onere di fornire la prova contraria, che di regola non può consistere nelle sole risultanze anagrafiche. Tuttavia, queste hanno un’indubbia valenza presuntiva, anche tenuto conto del fatto che l’accertamento dalla residenza del notificando deve avere riguardo alla data della notifica dell’atto processuale della cui validità si discute.

Risulta pertanto insufficiente la motivazione della sentenza della Corte d’Appello che si è fondata sulla correttezza della notificazione dell’atto di citazione introduttivo del primo grado di giudizio per desumere da questa la validità della notificazione della sentenza effettuata allo stesso indirizzo dopo oltre cinque anni e malgrado risultasse che, nelle more del giudizio di primo grado, il ricorrente avesse trasferito la propria residenza anagrafica.

I primi due motivi di ricorso vanno perciò accolti.

4.- Parimenti fondato appare il terzo motivo di ricorso, col quale è dedotta la violazione dell’art. 140 c.p.c. perchè la Corte d’Appello ha tenuto conto della data del 13 ottobre 2009, cioè quella in cui l’ufficiale giudiziario ha consegnato all’ufficio postale la raccomandata informativa prevista nell’ultimo inciso della norma.

E’ corretto in proposito il rilievo del ricorrente circa le conseguenze applicative della sentenza della Corte Costituzionale n. 3 del 14 gennaio 2010, con la quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 140 c.p.c. nella parte in cui prevede che la notifica si perfezioni, per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anzichè con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione.

Contrariamente a quanto sembra aver ritenuto la Corte di merito, non solo la notifica non si perfeziona al momento della spedizione dell’avviso, ma, nel caso in cui la raccomandata non sia ricevuta, il decorso dei dieci giorni per la compiuta giacenza non è segnato dalla consegna dall’ufficiale giudiziario all’ufficio postale, bensì dalla spedizione che l’agente postale faccia della raccomandata all’indirizzo del destinatario.

Va perciò affermato che in tema di notificazione ex art. 140 c.p.c., a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 3 del 2010, deve tenersi distinto il momento del perfezionamento della notificazione nei riguardi del notificante da quello nei confronti del destinatario dell’atto, dovendo identificarsi, il primo, con quello in cui viene completata l’attività che incombe su chi richiede l’adempimento, e, il secondo, con quello in cui si realizza l’effetto della conoscibilità dell’atto; ne consegue che, ai fini della verifica del rispetto del termine di decadenza per l’impugnazione, la notifica a mezzo posta dell’avviso informativo al destinatario si perfeziona non con il semplice invio della raccomandata che dà avviso dell’infruttuoso accesso e degli eseguiti adempimenti, ma decorsi dieci giorni dall’inoltro della raccomandata (cfr. Cass. n. 7324/12), ove questa non venga ricevuta (cfr. Cass. ord. n. 19772/15), dovendosi intendere per inoltro della raccomandata la data in cui questa è spedita dall’agente postale all’indirizzo del destinatario, non quella in cui è consegnata dall’ufficiale giudiziario all’ufficio postale.

Considerato che, nel caso di specie, l’adempimento rilevante ai fini del perfezionamento della notificazione, non essendo stata ricevuta la raccomandata informativa ai sensi dell’art. 140 c.p.c., è quello della scadenza del termine di dieci giorni decorrente dalla sua spedizione da parte dell’agente postale, è errata in diritto la sentenza che ha limitato il proprio accertamento alla verifica della data di consegna degli atti da parte dell’ufficiale giudiziario all’ufficio postale.

In accoglimento dei motivi di ricorso, la sentenza va perciò cassata e le parti vanno rimesse dinanzi alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, per una nuova verifica delle modalità e dei tempi di notificazione della sentenza di primo grado, onde delibare la tempestività dell’appello ed, in caso di verifica positiva, decidere nel merito del gravame.

Si rimette al giudice del rinvio anche la decisione sulle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2016

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