Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12487 del 18/05/2017

Cassazione civile, sez. III, 18/05/2017, (ud. 23/03/2017, dep.18/05/2017),  n. 12487

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5481/2015 proposto da:

R.D.T.G., elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DI VAL GARDENA 3, presso lo studio dell’avvocato LUCIO DE

ANGELIS, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ALBERTO CALTABIANO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

ITAS ASSICURAZIONI SPA, in persona del legale rappresentante Dott.

M.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE

4, presso lo studio MARTELLI & PARTNERS, rappresentata e difesa

dall’avvocato SERGIO TADDEI e STUDIO MARTELLI & PARTNERS giusta

procura in calce al controricorso;

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA già FONDIARIA SAI ASSICURAZIONI SPA,

già MILANO ASSICURAZIONI SPA, in persona del suo Procuratore

G.D., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE FORNACI

38, presso lo studio dell’avvocato FABIO ALBERICI, rappresentata e

difesa dall’avvocato RICCARDO MOLLAME giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1127/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 05/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/03/2017 dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Siderpali s.p.a. – condannata al risarcimento del danno non patrimoniale subito da un proprio dipendente in occasione di un infortunio sul lavoro – richieste ed ottenne l’emissione di un decreto ingiuntivo nei confronti della Milano Assicurazioni s.p.a., a titolo di manleva, in relazione ad una polizza – stipulata nel (OMISSIS) – che assicurava la responsabilità civile della Siderpali verso terzi e prestatori di lavoro.

L’ingiunta propose opposizione deducendo che il rischio era stato assunto in coassicurazione con la Serenissima Assicurazioni s.p.a. e che la polizza operava esclusivamente per il danno previdenziale (relativo alla rivalsa INAIL) e non anche per il danno non patrimoniale patito dal lavoratore.

Nel giudizio di costituì la ITAS Assicurazioni s.p.a. (già Serenissima), chiamata in causa dalla Siderpali, e intervenne R.d.T.G., quale cessionario del credito della Siderpali.

Il Tribunale definì il giudizio con l’estromissione della Siderpali e la revoca del decreto ingiuntivo.

La Corte di Appello ha rigettato il gravame proposto dal R.d.T., il quale ha proposto ricorso per cassazione affidandosi a quattro motivi; hanno resistito, con distinti controricorsi, la Unipolsai Assicurazioni s.p.a. (già Milano Assicurazioni) e l’ITAS Assicurazioni s.p.a.. Hanno depositato memoria il ricorrente e la Unipolsai.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La Corte di Appello ha richiamato precedenti di legittimità secondo cui l’ambito di copertura di un contratto di assicurazione privata che sia stato stipulato in epoca antecedente all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2000 (il cui art. 13 ha introdotto l’indennizzo del danno biologico a carico dell’INAIL) e che faccia riferimento ai casi di responsabilità del datore di lavoro ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, artt. 10 e 11, riguarda unicamente il danno patrimoniale collegato alla riduzione della capacità lavorativa e non anche il danno biologico ed il danno morale subiti dal lavoratore, salva diversa manifestazione di volontà delle parti intesa ad estendere il rischio coperto dalla polizza; ciò premesso, ha ritenuto che, nel caso di specie, il tenore letterale della clausola 13 lett. b) della polizza, che richiamava espressamente del D.P.R. n. 1124 del 1965, artt. 10 e 11, fosse “univoco” nel senso della limitazione della copertura al danno patrimoniale, senza che residuasse “alcun margine di dubbio suscettibile di chiarimenti mediante ricerche sulla comune intenzione delle parti, precluso ogni altro criterio proposto, ai sensi degli artt. 1366 e 1370 c.c.”.

2. Il primo motivo denuncia la violazione degli artt. 1362, 1366 e 1370 c.c..

Il ricorrente assume che la Corte ha omesso di dare rilievo al comportamento complessivo tenuto dalle due compagnie assicuratrici in epoca posteriore alla stipulazione della polizza, segnatamente al fatto che la Milano avesse atteso oltre sette anni dall’infortunio “per disconoscere il proprio obbligo di indennizzo”, provvedendo nel frattempo a pagare la provvisionale liquidata all’infortunato in sede penale (nel cui importo la stessa compagnia aveva dichiarato “assorbito il risarcimento del danno morale”); evidenzia altresì che la Milano aveva gestito per oltre un anno la lite promossa dall’infortunato nei confronti della Siderpali avanti al Giudice del Lavoro, mostrando di avere interesse a contrastare le pretese risarcitorie dell’infortunato; aggiunge che, rimborsando alla coassicuratrice una somma comprendente la liquidazione del danno morale, anche la ITAS aveva confermato, con la propria condotta, che l’assicurazione copriva la Siderpali ben oltre il limite della rivalsa esercitabile dall’INAIL.

Sotto altro profilo, sostiene che non risulta conforme a buona fede un’interpretazione del contratto volta ad affermare che le parti avevano inteso escludere la copertura per il danno biologico, tenuto conto che, all’epoca della stipula della polizza, il dibattito sulla figura del danno biologico era appena agli albori.

Aggiunge che la Corte aveva del tutto ignorato la previsione dell’art. 1370 c.c., che comportava che le clausole -predisposte dalla compagnia – dovevano essere interpretate, nel dubbio, a favore dell’assicurato.

2.1. Il motivo è infondato.

Va innanzitutto considerato che la soluzione accolta dalla sentenza è conforme ai consolidati orientamenti di legittimità secondo cui “in tema di infortuni sul lavoro, l’ambito della copertura di un contratto di assicurazione privata, che faccia riferimento ai casi di responsabilità del datore di lavoro ai sensi della disciplina antinfortunistica di cui al D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 10 (applicabile per il periodo antecedente l’entrata in vigore del D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38) riguarda unicamente il danno patrimoniale collegato alla riduzione della capacità lavorativa e non anche il danno alla salute o biologico ed il danno morale (art. 2059 c.c.), entrambi di natura non patrimoniale, subiti dal lavoratore, salva diversa manifestazione di volontà delle parti intesa ad estendere il rischio coperto dalla polizza anche ai predetti danni” (Cass. n. 25860/2010; conformi, Cass. n. 16376/2006, Cass. n. 5507/2004 e Cass. n. 4920/2004,; cfr. anche Cass. n. 2512/2013).

Ciò premesso e rilevato che la polizza – stipulata nell’anno (OMISSIS) -assicurava espressamente la responsabilità civile gravante sul datore di lavoro ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, artt. 10 e 11, va escluso che risultino violati i criteri ermeneutici di cui all’art. 1362 c.c., in quanto la Corte ha ricostruito la comune volontà delle parti sulla base dello specifico tenore della clausola, ritenendolo a tal punto univoco da non lasciare margini di dubbio e da non comportare la necessità di indagini ulteriori; nè, d’altra parte, la circostanza che la Milano abbia versato una provvisionale penale asseritamente comprensiva del danno morale, costituisce indice univoco del fatto che la copertura assicurativa fosse estesa anche al danno biologico; tanto più alla luce della condotta successiva della compagnia che, nell’anno 1996, comunicò di non voler continuare a gestire il processo penale e la lite civile, ponendo in essere una condotta antitetica rispetto alla volontà di riconoscere l’estensione della garanzia ai danni non patrimoniali.

Nè – in relazione alla dedotta violazione dell’art. 366 c.c. – la circostanza che l’elaborazione della figura del danno biologico fosse ancora agli albori all’epoca della stipula della polizza è idonea a far ritenere che le parti non intendessero escluderlo dalla garanzia, deponendo semmai nel senso che le parti non lo abbiano proprio voluto considerare.

Neppure risulta ipotizzabile la violazione della disposizione dell’art. 1370 c.c., in quanto non ricorre un’ipotesi di dubbio sulla portata oggettiva della clausola che richieda l’interpretazione contro la parte predisponente.

3. Il secondo motivo deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, che viene individuato nella clausola di cui alla lett. A delle condizioni particolari: rilevato che tale clausola estendeva la garanzia alla responsabilità civile personale di ogni dipendente dell’assicurato, il ricorrente assume che essa comportava l’obbligo delle due compagnie a tenere indenne la Siderpali dal risarcimento dovuto al lavoratore infortunato, essendosi trattato di danno provocato da altri dipendenti.

3.1. Il motivo è inammissibile e, comunque, infondato.

Inammissibile perchè viene postulato su un presupposto (il fatto che l’infortunio fosse da ascrivere a responsabilità di altri dipendenti) che non emerge dalla sentenza e non è neppure adeguatamente illustrato in ricorso, che – sotto tale profilo – difetta di autosufficienza.

Infondato, in quanto la circostanza che la garanzia fosse estesa anche al fatto dei dipendenti non sposta il fatto che la copertura riguardasse esclusivamente il danno patrimoniale.

4. Il terzo motivo deduce anch’esso l’omesso esame di un fatto decisivo, costituito dalla circostanza che la Milano Assicurazioni aveva inizialmente assunto la gestione della lite fra la Siderpali e l’infortunato (fino all’anno 1996, quando la compagnia aveva comunicato di non voler ulteriormente gestire la lite sia in sede penale che in ambito civile) che comportava – secondo l’assunto del ricorrente – il riconoscimento del diritto alla copertura assicurativa, dal momento che la causa proposta avanti al Giudice del Lavoro aveva ad oggetto ogni tipologia di danno.

4.1. Anche tale motivo è infondato atteso che l’assunzione della gestione poteva trovare adeguata giustificazione – nel processo penale – nell’interesse della compagnia a impedire l’accertamento della responsabilità penale (che comportava l’affermazione della responsabilità civile dell’assicurato e l’obbligo di copertura da parte dell’assicurazione) e – nella causa civile – nell’interesse a interloquire sulla quantificazione dei danni, in vista della garanzia assunta per il danno patrimoniale.

5. Col quarto motivo, viene denunciata la violazione dell’art. 112 c.p.c., per non avere la Corte pronunciato sul motivo di appello con cui era stata censurata la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di primo grado.

5.1. Il motivo è infondato, giacchè la conferma della sentenza di primo grado e la condanna disposta in appello comportano l’implicito esame (e il rigetto) della doglianza relativa alle spese del primo giudizio.

6. Le spese di lite seguono la soccombenza.

7. Trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite liquidate, per compensi, in Euro 5.400,00 in favore della Unipolsai e in Euro 4.200,00 in favore della ITAS, il tutto oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, al rimborso degli esborsi (liquidati in Euro 200,00 per ciascuna controricorrente) e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2017

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