Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12417 del 11/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 11/05/2021, (ud. 12/01/2021, dep. 11/05/2021), n.12417

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2178/2020 proposto da:

O.W., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato RITA BARBARA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI ANCONA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 916/2019 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 24/05/2019 R.G.N. 1833/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/01/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. la Corte di Appello di L’Aquila, con sentenza pubblicata il 24 maggio 2019, ha confermato la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso proposto da O.W., cittadino (OMISSIS), avverso il provvedimento con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. la Corte ha ritenuto che in base allo stesso narrato del richiedente protezione – che aveva indicato quale causa dell’espatrio l’essere, ricercato dalla polizia a seguito di una falsa accusa mossa dal capo di una setta – non fossero configurabili i presupposti per il riconoscimento sia dello status di rifugiato che della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b); quanto all’ipotesi di cui alla lett. c) di detta disposizione la Corte ha considerato che lo stato di provenienza del richiedente, sito nel sud della Nigeria, fosse fra i meno, interessati dai conflitti armati e dalle violenze e che risultava geograficamente distante migliaia di chilometri dal nord-est nelle cui regioni, invece, si registravano i tali conflitti, sebbene “in fase di regresso”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato, il soccombente con 4 motivi; il Ministero dell’Interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 257 del 2007, artt. 2,3 e 7, per non aver visto riconosciuto lo status di rifugiato; si deduce che “il richiedente protezione internazionale si era rifiutato di rispettare le regole impostegli dal clan e si trovava, essendo stato addirittura accusato di essere l’autore materiale della morte di un uomo, onde evitare persecuzioni, costretto a lasciare il proprio villaggio”; si eccepisce che il “danno grave” per il riconoscimento della protezione può derivare anchè da soggetti privati, in assenza di un’autorità statale che impedisca tali comportamenti dannosi;

2. il motivo è inammissibile;

esso innanzitutto non si misura adeguatamente con la ratio decidendi della sentenza impugnata e si fonda su circostanze diverse da quelle riferite nella motivazione contestata, dove viene riportato che l’istante avrebbe dichiarato che il capo della setta dalla quale aveva deciso di fuoriuscire lo aveva accusato non di un omicidio, bensì di essere “uno dei capi dell’organizzazione criminale”; anche la questione dell’autorità statale “incapace” di tutelarlo da comportamenti dannosi risulta nuova (come tale inammissibile v. Cass. SS.UU. n. 2399 del 2014; Cass. n. 2730 del 2012; Cass. n. 20518 del 2008) e neppure risulta che l’istante abbia allegato e dimostrato, nel giudizio di merito, di essersi rivolto alle autorità di polizia e di non avere ricevuto protezione, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, comma 1; lett. c), (cfr. Cass. n. 29562 del 2020);

3. il secondo motivo lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione al mancato riconoscimento della protezione sussidiaria, di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c); si sostiene che “il giudice di merito avrebbe dovuto compiere un’attenta analisi della documentazione posta a fondamento del ricorso nei due gradi di giudizio” onde riconoscere la situazione di violenza diffusa e generalizzata nel Paese di origine dell’istante;

4. la censura è inammissibile;

i giudici del merito hanno accertato in fatto che nella regione del sud della Nigeria di provenienza del richiedente protezione non fosse in atto una situazione, assimilabile a quella di un conflitto armato generatore di violenza indiscriminata; lo stabilire se tale accertamento sia corretto o meno è questione di fatto, come tale incensurabile in questa sede se non evidenziando l’omesso esame di un fatto decisivo o la manifesta irrazionalità della decisione (Cass. n. 6897 del 2026), mentre nella specie si denuncia una violazione e falsa applicazione di legge senza individuare quale sarebbe l’errore in diritto compiuto dalla Corte territoriale; in realtà chi ricorre si limita a prospettare una diversa valutazione della situazione del Paese di provenienza, con una censura che attiene chiaramente ad una quaestio facti – com’è conclamato dal riferimento nel motivo a non meglio precisati “documenti” depositati nel corso del giudizio e neanche trascritti – che non può essere riesaminata innanzi alla Corte di legittimità, perchè si esprime un mero dissenso valutativo delle risultanze di causa e si invoca, nella sostanza, un diverso apprezzamento di merito delle stesse (tra molte, v. Cass. n. 2563 del 2020);

5. parimenti inammissibili sono sia il terzo motivo, che denuncia ancora, violazione di legge ma anche l’omessa valutazione di un fatto storico decisivo, sia il quarto, che lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.;

i motivi possono essere esaminati congiuntamente in quanto entrambi, via subordinata rispetto al precedente, censurano la motivazione impugnata nella parte in cui ha negato la protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c);

rispetto alla prima censura non viene enucleato il fatto storico decisivo che sarebbe stato omesso dalla Corte territoriale, completamente trascurando gli enunciati di cui alle pronunce di questa Corte a Sezioni unite (sentt. nn. 8053 e 8054 del 2014) resi nell’interpretare dell’art. 360 c.p.c., novellato n. 5;

quanto alla seconda è appena il caso di rammentare che, in tema di valutazione delle prove, il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicchè la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato, attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, novellato (tra le altre v. Cass. n. 23940 del 2017);

6. conclusivamente il ricorso va dichiarato inammissibile; nulla per le spese in quanto il Ministero dell’Interno intimato non ha svolto attività difensiva;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 20012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello; ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 12 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 maggio 2021

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