Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12403 del 16/06/2016


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Cassazione civile sez. III, 16/06/2016, (ud. 04/03/2016, dep. 16/06/2016), n.12403

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2467/2014 proposto da:

D.P.S., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA GERMANICO 96, presso lo studio dell’avvocato BRUNO

TAVERNITI, rappresentata e difesa dall’avvocato FIORENZO CIERI

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

D.P.A.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 532/2013 del TRIBUNALE di VASTO, depositata il

26/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/03/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;

udito l’Avvocato GIUSEPPINA DE MATTEIS per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- Con la sentenza impugnata, pubblicata il 20 novembre 2013, il Tribunale di Vasto ha accolto l’appello proposto da D.P.A. A. avverso la sentenza emessa dal Giudice di Pace di Vasto nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dalla stessa nei confronti di D.P.S..

L’odierna intimata si era opposta alla ingiunzione di pagare la somma di Euro 1.800,00, oltre spese ed accessori, concessa in virtù di un effetto cambiario (relativo al prezzo di un’autovettura, venduta da D.P.S. ad D.P.A.A.), del quale era stata disconosciuta la sottoscrizione con l’atto di opposizione;

dinanzi al giudice di pace si era costituita l’opposta chiedendo di confermare il decreto ingiuntivo e spiegando domanda riconvenzionale con la quale aveva richiesto il risarcimento dei danni derivanti da illecito penale sul presupposto della falsità della sottoscrizione della cambiale (della quale non aveva chiesto la verificazione) e della configurabilità dei reati di falso e truffa contrattuale. Il giudice di primo grado, senza pronunciarsi sulla domanda riconvenzionale, aveva rigettato l’opposizione e confermato il decreto ingiuntivo, stimando che il credito azionato fosse comprovato dalla documentazione acquisita.

2.- D.P.A.A. proponeva appello, dolendosi dell’erronea valutazione delle prove e della circostanza che fosse stata considerata ai fini della decisione la cambiale con sottoscrizione disconosciuta.

Il Tribunale – valutando le risultanze probatorie diverse dal titolo cambiario, e basandosi in particolare sulla quietanza del prezzo contenuta nell’atto di compravendita autenticato da notaio – ha ritenuto non esservi sufficiente prova del credito (relativo al saldo di Euro 1.800,00 a fronte del prezzo convenuto di Euro 5.000,00) ed, accogliendo l’opposizione, ha revocato il decreto ingiuntivo. Ha rigettato, inoltre, la domanda riconvenzionale di risarcimento del danno da illecito penale, oggetto di gravame incidentale.

3.- Per la cassazione della sentenza ricorre D.P.S., affidando le sorti dell’impugnazione a tre motivi di ricorso.

L’intimata non svolge attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Col primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 113 e 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, nonchè erroneo e/o omesso esame di atti e documenti decisivi, perchè il Tribunale avrebbe errato nel ritenere che la documentazione, diversa dall’effetto cambiario (di cui era stata disconosciuta la sottoscrizione con l’atto di opposizione), fosse inidonea a comprovare l’esistenza del credito e a confermare il decreto ingiuntivo emesso.

1.1.- Con il primo mezzo è, altresì, denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 2720 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il giudice non avrebbe correttamente valutato le dichiarazioni contenute nella missiva sottoscritta dal marito dell’odierna intimata.

2.- Entrambe le censure sono inammissibili.

In primo luogo, va rilevato che la ricorrente mostra di non avere colto appieno la vera ratio decidendi della sentenza impugnata, in quanto non censura specificamente l’affermazione del giudice circa la preminente efficacia probatoria della quietanza contenuta nel contratto di compravendita.

In particolare, col ricorso non si contesta espressamente che il contratto di compravendita contenesse una quietanza tipica: se si fosse trattato di quietanza diretta al solvens, avrebbe dovuto essere specificamente impugnata per errore, già dinanzi al giudice di merito, e di tale impugnazione si sarebbe dovuto dare atto in ricorso, atteso che il creditore che, rilasciando quietanza al debitore, ammette il fatto del ricevuto pagamento rende confessione stragiudiziale alla parte, con piena efficacia probatoria, ai sensi degli artt. 2733 e 2735 c.c., sicchè non può impugnare l’atto se non provando, a norma dell’art. 2732 c.c., che esso è stato determinato da errore di fatto o violenza, essendo insufficiente provare la non veridicità della dichiarazione (così, da ultimo, Cass. n. 4196/14).

2.1.- Per altro verso, seppure si voglia dare per presupposto che il giudice di merito abbia considerato l’attestazione dell’avvenuto pagamento del prezzo contenuta nell’atto di compravendita come quietanza “atipica”, si tratterebbe comunque di decisione fondata sul libero apprezzamento del giudicante (alla stregua di quanto di recente ritenuto dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 19888 del 22 settembre 2014, con riferimento tuttavia alla diversa fattispecie della dichiarazione di vendita di autoveicolo del R.D. 29 luglio 1927, n. 1814, ex art. 13, indirizzata al conservatore del pubblico registro automobilistico affinchè non iscriva il privilegio legale per il prezzo).

Sebbene la ricorrente deduca la violazione di norme sostanziali e processuali, i motivi prospettano solo vizi di motivazione, con i quali si finisce per sostenere una diversa valutazione delle emergenze probatorie, chiedendone un nuovo esame.

Considerato che trattasi di attività istituzionalmente riservata al giudice di merito, non sindacabile in cassazione se non sotto il profilo della congruità della motivazione del relativo apprezzamento (cfr., da ultimo, Cass., 26 gennaio 2015, n. 1414), va sottolineato che, come si dirà esaminando i restanti motivi, la norma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo applicabile ratione temporis (tenuto conto della data di pubblicazione della sentenza impugnata), non consente oramai di dedurre il vizio di insufficienza di motivazione, potendo essere dedotto soltanto “l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Nel caso di specie, il Tribunale ha considerato tutti i fatti oggetto di discussione tra le parti ed ha valutato singolarmente e nel loro complesso gli elementi di prova, compresi i documenti sui quali si basa il motivo in esame – specificati nella rubrica con la seguente numerazione: 1) contratto di vendita dell’autovettura; 2) missiva inviata a mezzo fax dal marito di D.P.A.A.; 3) bonifico bancario di Euro 200,00; 4) assegno bancario di Euro 1.960,00 girato in favore di D.P.S.; 5) certificato di avvenuto protesto del detto assegno; 6) cambiale tratta per l’importo di 5000,00 Euro. Quindi, ha ritenuto di attribuire rilevanza probatoria prevalente al contratto di compravendita (contenente l’attestazione di avvenuto pagamento del prezzo, di cui sopra), piuttosto che agli altri documenti.

2.2- Giova aggiungere quanto alla dedotta violazione dell’art. 2720 c.c., che le ragioni di inammissibilità sono due: l’una, perchè la ricorrente vorrebbe attribuire alla missiva sottoscritta dal marito della debitrice il significato di riconoscimento di debito, che invece è stato escluso dal giudice del merito, con motivazione qui insindacabile per le ragioni già dette; l’altra, perchè non è pertinente il richiamo dell’art. 2720 c.c., atteso che la norma non concerne, come sembra ritenere la ricorrente, il riconoscimento di debito, bensì gli atti di ricognizione o di rinnovazione di altri documenti.

3.- Con il secondo motivo è denunciata violazione e erronea applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nonchè motivazione illogica e/o contraddittoria, laddove il Tribunale avrebbe omesso di valutare la prova testimoniale espletata in primo grado.

3.1.- Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile. Va rigettata la censura con la quale è lamentata violazione ed erronea applicazione dell’art. 2697 c.c., in quanto questa Corte ha già avuto modo di precisare che la violazione di detta norma si configura soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne è gravata secondo le regole dettate da quella norma, non anche quando, a seguito di una incongrua valutazione delle acquisizioni istruttorie, il giudice abbia errato nel ritenere che la parte onerata abbia (o non abbia) assolto tale onere, poichè in questo caso vi è soltanto un erroneo apprezzamento sull’esito della prova, sindacabile in sede di legittimità solo per il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr.

Cass., 5 settembre 2006, n. 19064).

Nella specie, non vi è stata erronea inversione dell’onere della prova. Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo il soggetto onerato è il creditore ingiungente, essendo convenuto solo in senso formale e ricoprendo, invece, la veste sostanziale di attore. La regola è stata rispettata dal giudice a quo, il quale ha accolto l’opposizione a decreto ingiuntivo proprio perchè ha reputato non sufficientemente provato il diritto di credito rivendicato dall’opposta.

3.2.- Manifestamente infondata è altresì la denuncia di violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in quanto il giudice ha esposto le ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento della decisione.

La violazione della norma è configurabile sono in quei casi in cui la sentenza manca totalmente di motivazione, ovvero la stessa risulti meramente apparente; ipotesi, che non ricorrono nel caso di specie.

3.3.- Infine, è inammissibile la deduzione di omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria e/o illogica motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto il Tribunale avrebbe omesso di considerare la testimonianza resa in primo grado da tale T..

Il motivo non tiene conto della sostituzione del testo del n. 5 dell’art. 360 c.p.c., attuata con del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134: le sentenze depositate a far data dall’11 settembre 2012, sono ricorribili per cassazione, ai sensi del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), soltanto qualora siano viziate “da un omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Posto che la sentenza impugnata è stata depositata il 20 novembre 2013, le doglianze sono inammissibili poichè formulate sulla base di una norma di legge non più applicabile.

In conclusione, il secondo motivo va rigettato.

4.- Col terzo motivo si censura la sentenza relativamente al rigetto della domanda riconvenzionale, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 75 c.p.p., in combinato disposto con l’art. 185 c.p. e l’art. 2059 c.c., nonchè vizio di “omessa e/o insufficiente e/o illegittima motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio”, in riferimento ai reati di “truffa negoziale, uso di atto falso e falsità in scrittura privata tutti perfettamente configurati in danno della ricorrente D.P. S.”, secondo quanto si legge nella rubrica del mezzo.

Quest’ultimo, oltre a presentare lo stesso profilo di inammissibilità del secondo motivo quanto all’errata deduzione del vizio di cui al n. 5 dell’art. 360 c.p.c., non merita accoglimento nemmeno quanto al dedotto vizio di violazione di legge.

Il Tribunale ha rigettato l’appello incidentale, ritenendo che fosse di competenza del giudice penale accertare la sussistenza dei delitti denunciati dall’appellante incidentale e che comunque quest’ultima non avesse fornito prova alcuna nè della presentazione di querela in sede penale nè dei pregiudizi dei quali reclamava il risarcimento.

4.1.- Le censure prescindono da entrambe queste rationes decidendi.

In particolare, la ricorrente si sofferma sui rapporti tra il giudizio civile ed il giudizio penale e sull’autonomia del primo rispetto al secondo, senza considerare che, nella specie, i reati risulterebbero ascritti a soggetto diverso sia dalle parti contrattuali che dalle parti in causa (vale a dire a tale R. G., coniuge dell’opponente D.P.A.A., rimasto comunque estraneo al giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo) e che il risarcimento non avrebbe potuto essere chiesto direttamente nei confronti della parte contrattuale (nella specie, l’acquirente D.P.A.A.), se non agendo ai sensi dell’art. 1440 c.c.., non certo, ai sensi dell’art. 2043 c.c., per risarcimento ex delictu, come ha preteso di fare la venditrice, qui ricorrente.

In conclusione, il ricorso va rigettato.

Non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità poichè l’intimata non si è difesa.

Avuto riguardo al fatto che il ricorso è stato notificato dopo il 31 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; nulla sulle spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 4 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2016

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