Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12385 del 16/06/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. III, 16/06/2016, (ud. 04/12/2015, dep. 16/06/2016), n.12385

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10899-2011 proposto da:

SOPAF S.P.A. (OMISSIS) in persona del suo legale

rappresentante, Vicepresidente ed Amministratore Delegato Dr.

M.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO 297, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO MONACO, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati NICOLA BOSCO,

ENRICO PARENTI giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO SO.NA.CO IMPIANTI S.R.L. (OMISSIS) in persona del

suo Curatore Dott. T.G., elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA G.P. DA PALESTRINA 63, presso lo studio dell’avvocato

GIANLUCA CONTALDI, rappresentata e difesa dall’avvocato

PIERGIORGIO PICCINI giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrente –

e contro

COMUNE DI GENOVA (OMISSIS);

– intimato –

nonchè da:

COMUNE DI GENOVA (OMISSIS) in persona del Sindaco V.

M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 14 A-

4, presso lo studio dell’avvocato GABRIELE PAFUNDI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANNA MORIELLI giusta

procura speciale a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

SOPAF S.P.A. (OMISSIS) in persona del suo legale

rappresentante, Vicepresidente ed Amministratore Delegato Dr.

M.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO 297, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO MONACO, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati NICOLA BOSCO,

ENRICO PARENTI giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti all’incidentale –

e contro

FALLIMENTO SONACO IMPIANTI SRL (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 317/2010 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 17/03/2010, R.G.N. 1399/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/12/2015 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito l’Avvocato FEDERICA SCAFARELLI per delega;

udito l’Avvocato GABRIELE PAFUNDI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Sopaf s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione contro il Comune di Genova ed il Fallimento Sonaco Impianti s.r.l. avverso la sentenza del 17 marzo 2010, con cui la Corte d’Appello di Genova ha parzialmente riformato la sentenza resa in primo grado inter partes dal Tribunale di Genova, che aveva deciso due giudizi riuniti introdotti dal Comune con un’opposizione a precetto notificato dalla Sopaf e, quindi, con opposizione all’esecuzione successivamente iniziata.

2. I relativi giudizi (risalenti al 2002) avevano tratto origine dalla vicenda stragiudiziale articolatasi con la stipulazione di una compravendita per atto pubblico con cui il Comune di Genova acquistava nel giugno del 1998 da Gifim Trading s.p.a. un complesso immobiliare sito nel centro storico della città, da adibire ad uffici giudiziari, riguardo al quale la Gefim si impegnava ad eseguire lavori di restauro e veniva pattuito il pagamento dilazionato del prezzo.

La venditrice cedeva il suo diritto di credito alla Sopaf ed il Comune, lamentando la cattiva esecuzione del contratto, rifiutavano il pagamento di circa un miliardo e duecento milioni di lire.

Seguivano un ricorso per accertamento tecnico preventivo da parte del Comune di Genova ed altro proposto dalla Sopaf nei confronti di Sonaco Impianti alla quale erano stati appaltati i lavori di restauro.

La Sopaf intimava, quindi, un precetto e iniziava l’esecuzione ed il Comune di Genova faceva successive opposizioni ex art. 615 c.p.c., ai sensi del comma 1 contro il primo ed ai sensi del comma 2 contro la seconda.

La Sopaf vi svolgeva domanda riconvenzionale per il riconoscimento degli interessi moratori e compensativi e chiamava in causa la Sonaco Impianti.

3. Il Tribunale decidendo sulle opposizioni riunite, le rigettava, mentre, in parziale accoglimento della riconvenzionale, condannava il Comune a pagare il prezzo residuo più gli interessi moratori secondo determinate scadenze. Rigettava, invece, la domanda della Sopaf di pagamento di interessi compensativi e compensava le spese tra il Comune e la Sopaf, condannando il Comune e Sopaf in solido a pagare le spese a Sonaco.

4. La Corte d’Appello ha ridimensionato il credito del Comune, condannando la Sopaf a restituire quanto ricevute in eccesso per effetto della sentenza di primo grado. Ha, poi, rigettato la domanda di Sopaf contro Sonaco con gravame delle spese di entrambi i gradi.

5. Al ricorso contro la sentenza della Corte genovese, che prospetta sei motivi, ha resistito con controricorso il Fallimento Sonaco Impianti s.r.l. e con altro controricorso, nel quale ha svolto un motivo di ricorso incidentale, il Comune di Genova.

La ricorrente principale ha resistito al ricorso incidentale con controricorso.

7. Il Comune di Genova ha depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso incidentale dev’essere trattato unitamente a quello principale, dato che è stato proposto in seno ad esso.

2. Con il primo motivo del ricorso principale si deduce, evidentemente imputandolo come error in procedendo alla Corte territoriale, “violazione del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 43, comma 1 ed u.c. (art. 360 c.p.c., n. 3); e conseguentemente violazione dell’art. 305 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 4) e sostiene –

sulla base della deduzione che, a seguito di interlocuzione successiva alla sentenza impugnata con il difensore nel giudizio di appello della Sonaco Impianti, era risultato che essa era stata dichiarata fallita il (OMISSIS) – che in base alla disciplina della L. Fall., art. 43 nel testo introdotto dal D.Lgs. n. 5 del 2006 il giudizio si era estinto, in quanto l’effetto interruttivo ricollegato alla posizione della Sonaco Impianti avrebbe operato automaticamente e non vi sarebbe stata, del resto, la riassunzione.

Ora, nell’illustrazione del motivo, che postula che la norma dell’art. 43 nel testo novellato provocherebbe l’automatico effetto di interruzione del processo in cui sia coinvolto il soggetto fallito, avuto riguardo al cumulo di domande che vi era nel giudizio, si discute espressamente della natura di tale cumulo, assumendosi che la situazione non sarebbe stata di scindibilità, ma di inscindibilità, con la conseguenza che dunque l’effetto estintivo non potrebbe riguardare solo la domanda verso la Sopaf. La giustificazione è data sostenendo genericamente che appellante verso la Sonaco Impianti era anche il Comune.

Senonchè, nell’esposizione del fatto a pagina 26 si è alluso del tutto genericamente alla proposizione dell’appello da parte del Comune, e peraltro, tale carenza si inserisce nel quadro di carenze ulteriori della pregressa esposizione del fatto, che rendono ancora più incerta la percezione della vicenda sostanziale e processuale, sì che riesce impossibile comprendere i termini in cui la questione sollevata con il motivo in esame si potrebbe configurare e dovrebbe essere apprezzata nell’economia del giudizio.

2.1. Va considerato, infatti, che la struttura del ricorso nella parte dedicata all’esposizione del fatto si articola come segue:

a) vi si fa un ampio riferimento all’antefatto sostanziale rispetto all’insorgenza della lite indicando innanzitutto la stipulazione di un atto pubblico di compravendita di un complesso immobiliare e facendo riferimento al suo contenuto, particolarmente quanto alle condizioni di pagamento del prezzo ed alla pattuizione dell’esecuzione di una serie di lavori, nonchè all’immediata consegna dell’unità immobiliare;

b) si allude poi ad un allegato “O” nonchè alla descrizione dei lavori, che la venditrice s.p.a. Gifim Trading si era impegnata ad eseguire, in un atto che viene indicato come “relazione tecnica illustrativa delle opere di adeguamento e messa in ordine funzionale degli impianti meccanici”, redatta dalla s.r.l. Sonaco Impianti e, quindi, di essa si riporta il testo integrale – salvo l’omissione dei punti compresi fra il 4.1. ed il 7.1. – sino al quintultimo rigo della pagina 19 del ricorso;

c) di seguito si allude sino alla pagina 22 del ricorso ad ulteriori svolgimenti della vicenda in via stragiudiziale;

d) si espone, quindi, che il Comune di Genova nel dicembre del 2001 introdusse un procedimento di accertamento tecnico preventivo presso il Tribunale di Genova e che altro ne introdusse la Sopaf contro la s.r.l. Sonaco Impianti e si dice, poi, che “nel frattempo” la Sopaf notificava l’atto pubblico e il precetto, ma non si specifica per che cosa, e, quindi, si dice che il Comune proponeva opposizione “sia tramite citazione ex art. 615 c.p.c., comma 1, sia tramite ricorso ex art. 615 c.p.c., comma 2” e che i relativi giudizi (risalenti al 2002), poi riuniti, sono quelli cui si riferisce il ricorso;

e) si riferisce, quindi, che la Sopaf in detti giudizi si difendeva “respingendo le domande ex adverso” e proponeva “domanda riconvenzionale per il riconoscimento dei dovuti interessi moratori e compensativi” e chiamava in causa la s.r.l. Sonaco Impianti “perchè, se del caso, avesse a rispondere in ordine alla regolarità degli interventi effettuati sul suddetto impianto di riscaldamento e condizionamento dell’aria”;

f) si riferisce, ancora, che il Tribunale disponeva una c.t.u. per l’accertamento al lume delle risultanze del procedimento di accertamento tecnico preventivo, di quali fossero le opere necessarie per garantire la funzionalità ed il miglioramento delle prestazioni dell’impianto di riscaldamento e condizionamento;

g) si riferisce delle conclusioni della c.t.u. e, dopo aver detto che il Tribunale rigettava non meglio precisate istanze istruttorie del Comune e della Sopaf, si riproduce il dispositivo della sentenza di primo grado;

h) si dice, quindi, che il Comune, dopo avere corrisposto con riserva quanto era stato condannato a pagare, proponeva appello e che la Sopaf resisteva con comparsa e svolgeva appello incidentale quanto al disconoscimento degli interessi compensativi e nei confronti della Sonaco Impianti, che si costituiva, per evocare l’accoglimento della garanzia ove fossero state accolte le “domande del Comune”;

i) infine dopo avere alluso alla costituzione della Sonaco Impianti si riporta il dispositivo della sentenza d’appello e tale esposizione finisce alla pagina 28, mentre nella 29, che chiude l’esposizione del fatto, si allude al fallimento della Sonaco Impianti siccome avvenuto in forza di sentenza del Tribunale di Genova del giugno 2007.

2.2. In tal modo, nonostante la lunghezza dell’esposizione, risultano del tutto incerte una serie di elementi individuatori del fatto sostanziale e processuale necessari per valutare se il motivo proposto sia o meno fondato ed in particolare:

aa) quale fosse la pretesa per cui si era intimato il precetto e, dunque, quale fosse stata la pretesa esecutiva oggetto prima dell’opposizione al precetto e, quindi, di quella all’esecuzione proposte dal Comune;

bb) quali fossero le ragioni poste a fondamento delle due opposizioni all’esecuzione proposte dal Comune e le difese svolte dalla Sopaf in detti giudizi, nonchè le ragioni poste a fondamento della domanda riconvenzionale svolta e quelle dedotte a fondamento della domanda di garanzia verso la Sonaco, nonchè le difese svolte da quest’ultima.

2.3. In tale situazione, non solo non è dato comprendere quali fossero i termini con cui la controversia sottesa all’introduzione delle due opposizioni era stata incardinata davanti al tribunale, ma neppure alcunchè è dato conoscere circa i termini della riconvenzionale e della domanda di garanzia, per cui il lettore del ricorso, pur avendo letto la pregressa esposizione del fatto storico anteriore all’insorgenza del giudizio (e, peraltro, dopo essere stato costretto – in ipotesi – a leggere la relazione tecnica di cui si è detto, quasi interamente riprodotta per ben quattordici pagine), non è nella condizione di percepire nè quali fossero stati i termini della materia del contendere derivante dal cumulo fra le domande principali sottese alle opposizioni, la domanda riconvenzionale, la domanda di garanzia nè quali fossero state le prospettazioni difensive svolte da chi con detti atti era stato evocato.

Tale situazione di incertezza sulla percezione del fatto sostanziale e processuale ai fini dello scrutinio del motivo è aggravata dalla circostanza che nulla risulta detto, sempre sommariamente, sulle ragioni della motivazione della sentenza di primo grado e sulle ragioni dell’appello proposto dal Comune, nonchè dell’appello incidentale svolto dalla Sopaf, nonchè circa le ragioni della decisione del giudice d’appello qui impugnata. Di dette carenze, peraltro, sembra essere stata consapevole anche la stessa ricorrente, la quale, nel controricorso avverso il ricorso incidentale del Comune, in modo del tutto irrituale rispetto alla logica di un controricorso ad un ricorso incidentale, articola una nuova esposizione del “fatto e svolgimento processuale” dalla pagina 3 sino alla pagina 31.

Tanto rilevato si evidenzia che nella descritta situazione è reso impossibile lo scrutinio del motivo in esame, atteso che senza che siano stati offerti alla Corte gli elementi per individuare la natura del cumulo originario di cause e della sua evoluzione nel corso del giudizio di primo grado e, quindi, dei limiti e dei contenuti con cui avvenne la devoluzione in appello, Essa non è in grado di valutare come, in ipotesi, dovrebbe operare la normativa che si denuncia violata con il motivo.

Si palesa in sostanza una esiziale carenza – prima ancora che di indicazione specifica degli atti processuali sui quali il motivo si fonda, che potrebbe comportare inammissibilità ai sensi della norma dell’art. 366 c.p.c., n. 6 – delle allegazioni che sarebbero state necessarie per consentire alla Corte di svolgere il suo giudizio nella chiara percezione del suo oggetto: tanto giustifica una valutazione di infondatezza del motivo per inidoneità delle allegazioni a giustificare la soluzione della quaestio iuris nel senso postulato dalla ricorrente.

Nè può sostenersi che questa Corte, vertendosi in ipotesi di denuncia di violazione di norme del procedimento, debba procedere, senza che parte ricorrente abbia identificato gli atti processuali sui quali fonda la censura e prima ancora il contenuto che sorreggerebbe la sua censura, ad un’attività di ricerca negli atti di ciò che possa eventualmente giustificarla: ciò si risolverebbe in una impropria assunzione da parte di questa Corte del compito di “costruire” ed identificare i fatti processuali che possono fondare il motivo, attività che compete alla parte ricorrente, inerendo la formulazione dei motivi e, quindi, di quanto li sorregge solo ad essa.

2.4. Fermi gli esposti rilievi che giustificherebbero una l’infondatezza del motivo per carenza di allegazione degli stessi fatti giustificativi, si deve comunque aggiungere che lo scrutinio del motivo – se lo si potesse svolgere quasi che si dovesse risolvere una questione in astratto e senza la certezza che sia pertinente alla vicenda processuale – supporrebbe la soluzione del problema della rilevabilità dell’ipotetico effetto estintivo – nel regime cui il giudizio è soggetto, che è quello della rilevabilità dell’estinzione anteriore alla L. n. 69 del 2009 e, quindi, non ex officio – da parte di un soggetto diverso da quello che dalla mancata interruzione potrebbe essere stato pregiudicato.

Problema questo riguardo al quale la natura del cumulo assumerebbe decisivo rilievo e che vede divisa la giurisprudenza di questa Corte (si veda in un senso Cass. n. 15948 del 2005 e in senso opposto Cass. n. 6361 del 2007 e 100 del 2011).

Peraltro, non va sottaciuto che la prospettazione giuridica su cui si fonda il motivo si basa su un presupposto che è smentito dalla stessa evocazione in esso di Corte Cost. ord. n. 261 del 2010, che riprende Corte Cost. n. 17 del 2010, la quale dichiarò infondata la questione di costituzionalità dell’ipotetico decorso del termine di riassunzione direttamente dal verificarsi dell’effetto interruttivo ora automatico secondo il novellato testo della L. Fall., art. 43 (e vedi, infatti, ora Cass. n. 5650 del 2013, che, pur ponendosi nella logica dell’interruzione di diritto, esige la conoscenza effettiva:

tale decisione ha così statuito: “In caso di interruzione di diritto del processo, determinata dall’apertura del fallimento, ai sensi del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 43, comma 3, aggiunto dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 41 al fine del decorso del termine per la riassunzione non è sufficiente la sola conoscenza da parte del curatore fallimentare dell’evento interruttivo rappresentato dalla dichiarazione di fallimento, ma è necessaria anche la conoscenza dello specifico giudizio sul quale detto effetto interruttivo è in concreto destinato ad operare. La conoscenza deve inoltre essere “legale”, cioè acquisita non in via di mero fatto, ma per il tramite di una dichiarazione, notificazione o certificazione rappresentativa dell’evento che determina l’interruzione del processo, assistita da fede privilegiata”; nello stesso senso Cass. n. 6331 del 2013).

Il motivo, conclusivamente, risulta per più versi inidoneo a giustificare la chiesta cassazione della sentenza e, dunque, infondato.

3. Con il secondo motivo del ricorso principale si deduce “violazione degli artt. 99 e 342 c.p.c.”.

Vi si discute di una reformatio in pejus della statuizione sulle spese relativa al rapporto di garanzia fra Sopaf e Sonaco Impianti, ma anche qui senza che nella sua illustrazione risultino evidenziati i termini della domanda inerente tale rapporto e quelli della devoluzione al giudice dell’appello.

Termini che, per quanto sopra rilevato, nemmeno è dato evincere dall’esposizione del fatto, che anch’essa è carente nella loro indicazione.

Tale carenza di indicazione comporta che il motivo violi l’art. 366 c.p.c., n. 6, in quanto la Corte non è stata messa in condizione di comprendere come la problematica potrebbe e dovrebbe porsi.

Il motivo è, quindi, inammissibile.

4. Con il terzo motivo il ricorso principale denuncia “violazione dell’art. 1362 c.c., commi 1 e 2, artt. 1363, 1364, 1367 e 1371 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). Omessa ed insufficiente motivazione rispetto a taluni punti relativi a fatti controversi e decisivi per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

Il motivo censura l’accertamento del giudice di merito secondo cui l’oggetto del contratto, per ciò che atteneva ai lavori, era un impianto ben funzionante.

Anche in tal caso si pretende di sollecitare l’esame di questa Corte in una situazione di palese carenza dell’esposizione del fatto sostanziale e processuale rilevante, che, già emergente da quanto si è evocato nell’esaminare il primo motivo, appare confermata e fotografata dall’incipit dell’illustrazione del motivo, posto che esso inizia con un “venendo ai punti centrali della lite…”: invero, essi non sono stati individuati prima, appunto nell’esposizione del fatto, e non li si individua procedendo all’illustrazione del motivo, sicchè lo scrutini della Corte dovrebbe procedere come se essi li avesse per conosciuti.

Non solo: proseguendo nella stessa frase si dice che “… è sufficiente la lettura della sbrigativa motivazione assunta dalla Corte di merito per constatare come questa si sia limitata a porre a fondamento della decisione una ricostruzione del contenuto delle obbligazioni assunte da Sopaf esclusivamente sulla base di una valutazione degli interessi unilaterali del Comune, in luogo di individuare la “comune intenzione delle parti quale rivelata dal complesso della clausole contrattuali, così come vogliono le norme sopra richiamate”.

Tanto evidenzia:

1a) in primo luogo una conferma che lo scrutinio proposto dovrebbe avvenire senza cognizione della res in iudicio deducta;

a2) in secondo luogo che si demanda a questa Corte di leggere la motivazione e di ricercare in essa l’oggetto presumibilmente criticando con il motivo, là dove è onere del ricorrente in Cassazione identificare la motivazione sottoposta a critica, carenza che rende il motivo inidoneo al raggiungimento dello scopo e, perciò, ulteriormente inammissibile;

a3) in terzo luogo che si argomenta sull’allegato “O” di un documento, senza riprodurre le parti che sorreggerebbero l’argomentare direttamente e senza nemmeno farne una riproduzione indiretta con precisazione della parte del documento in cui essa troverebbe corrispondenza: il che integra violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6;

a4) in quarto luogo che la denuncia (pag. 37-38) di un’omessa motivazione su un’eccezione non si accompagna con l’individuazione della sede e dei termini con cui essa era stata dedotta davanti al giudice d’appello, sì da risultare integrata nuovamente una violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Il motivo è, pertanto, per queste plurime ragioni inammissibile.

5. Il quarto motivo denuncia “violazioni degli artt. 99, 112 e 115 c.p.c., degli artt. 1218, 1219, 1372, 1490, 1491, 1494, 1495, 1497 e 2907 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). Contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

Anche tale motivo non è scrutinabile nella situazione di mancata assicurazione della percezione del fatto sostanziale e processuale evidenziata esaminando il primo motivo.

Nell’illustrazione del motivo non si identifica, comunque, la motivazione con cui la Corte territoriale avrebbe commesso la congerie di errores in iudicando di cui sarebbe stata responsabile e neppure si individuano quaestiones facti rispetto alle quali si dovrebbero evidenziare vizi motivazionali. Tanto costituisce ragione di inammissibilità del motivo (a multis Cass. n. 12984 del 206, seguita da numerose conformi), atteso che, sostanziandosi il motivo di ricorso per cassazione che denunci un error iuris o un errore di ricostruzione del fatto (nel regime dell’art. 360 c.p.c., n. 5 anteriore alla riforma del 2012) necessariamente in una critica alla sentenza impugnata è necessario che esso identifichi la motivazione con cui la sentenza avrebbe commesso l’errore, perchè altrimenti resta incognito l’oggetto della critica.

Inoltre, nel’illustrazione del motivo l’onere dell’art. 366 c.p.c., n. 6 è del tutto ignorato, dato che manca l’indicazione specifica delle emergenze processuali della fase di merito di cui si discorre e si suppone che la Corte debba giudicare come se fosse un giudice che conosce o deve conoscere, senza esservi stata messa in grado dall’attività assertiva ed argomentativa, ciò che è accaduto nel giudizio di merito, quasi che Essa potesse comprendere i ragionamenti che il ricorrente svolge, in carenza dell’assicurazione di quella conoscenza per il tramite della necessaria attività espositiva.

6. Con il quinto motivo il ricorso principale prospetta “violazione dell’art. 1218 c.c. e art. 1219 c.c., comma 2, punto 3, art. 1224 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). Omessa motivazione circa un punto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

Il motivo pone una questione in tema di decorrenza degli interessi sulle somme dovute dal Comune.

Con il sesto motivo – che riguarda il rapporto con la Sonaco Impianti -si prospetta “violazione dell’art. 1321 c.c., art. 1322 c.c., comma 2, artt. 1372 e 1374 c.c. – violazione degli artt. 1655 c.c. e segg., in particolare degli artt. 1660 e 1668 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). – omessa e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

6.1. Anche questi altri due residui motivi – in disparte che ai fini del loro scrutinio si presenta sempre di rilevante decisività la carenza di esposizione del fatto – presentano in ogni caso ragioni di inammissibilità simili a quelle appena indicate a proposito del quarto motivo.

4. Il ricorso principale dev’essere, conclusivamente, rigettato.

5. Si deve esaminare a questo punto il ricorso incidentale del Comune, il quale ha natura di impugnazione incidentale tardiva, essendo stato proposto con atto spedito per la notificazione il 14 giugno 2011 si è collocato ben oltre il termine c.d. lungo di cui all’art. 327, comma 1, nel testo anteriore alla L. n. 69 del 2009, sebbene cumulato con i 46 giorni della sospensione dei termini per il periodo feriale dal 1^ agosto 2010 al 15 settembre 2010.

5.1. Con l’unico motivo di ricorso il Comune prospetta “violazione art. 1499 c.c. e art. 2697 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). Omessa e/o insufficiente e/o incompleta motivazione su punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

Il motivo concerne la domanda riconvenzionale con cui la Sopaf aveva preteso oltre agli interessi maturati sul prezzo delle rispettive decorrenze contrattuali dei pagamenti, anche quelli compensativi dalla data di stipula del contratto di compravendita fino alle rispettive date previste nel contratto di compravendita fino a quelle relative al pagamento differito del prezzo.

L’illustrazione del motivo si fonda:

a) sul tenore della riconvenzionale della controparte, i cui fatti costitutivi, tuttavia, non vengono identificati, tacendosi completamente del come e perchè la relativa domanda fosse stata prospettata (tale identificazione non si coglie nemmeno a pag. 6, quando si fa riferimento alla riconvenzionale nel riferire le conclusioni prese dalla Sopaf in sede di costituzione nel giudizio di opposizione;

b) sul contratto (la cui produzione non viene contestualmente indicata, ma viene indicata alla successiva pagina 36), riguardo al quale a pag. 33 viene evocata “l’assenza… di deroghe al disposto dell’art. 1499 c.c.”, ma senza che si riproduca direttamente la parte di esso che sorreggerebbe l’assunto e senza, in alternativa, che se ne riassuma il contenuto, indicando nell’uno e nell’altro caso dove nel contratto la riproduzione diretta od indiretta troverebbe riscontro;

c) sulla motivazione della sentenza di primo grado, evocata genericamente, e sull’appello avversario, parimenti evocato genericamente;

d) sul verbale di udienza del 15 marzo 2006 e sulla conclusionale, atti nei quali sarebbe stata motivatamente contestata la tesi avversaria: tale contestazione, però, si basa sempre sul non meglio identificato contenuto del contratto, in disparte la mancanza di indicazione del se e dove i due atti sarebbero esaminabili, ove prodotti agli effetti dell’art. 369 c.p.c., del comma 2, n. 4 come pure la mancanza – ai sensi di Cass. sez. un. n. 22726 del 2011 –

dell’indicazione di voler fare riferimento alla loro presenza nel fascicolo d’ufficio (indicazione, secondo le Sezioni Unite, legittimante la mancata produzione dei detti atti, ma necessaria per rispettare l’art. 366 n. 6 in punto di onere di indicazione specifica);

d) su una non meglio specificata “documentazioni in atti”, evocata a pagina 34 e dalla quale si dicono emergenti circostanze fattuali che sorreggono il motivo.

Nella descritta situazione il motivo risulta articolato in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, in quanto i documenti e gli atti su cui si fonda non risultano indicati specificamente ai sensi di tale norma nella lettura datane da Cass. sez. un. n. 28547 del 2008 e 7161 del 2010, nonchè dalla citata n. 22726 del 2011 e ribadita costantemente dalla giurisprudenza della Corte.

Il motivo è, pertanto, inammissibile.

Ne segue che inammissibile è il ricorso incidentale tardivo.

6. Le spese del giudizio di cassazione fra ricorrente principale e ricorrente incidentale si possono compensare stante l’esito negativo di ognuno dei ricorsi reciprocamente proposti e, dunque, l’esistenza di una situazione di soccombenza di ognuna di tali parti.

Viceversa, nel rapporto fra ricorrente principale e la curatela fallimentare resistente le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014.

PQM

La Corte dichiara rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile l’incidentale. Compensa le spese del giudizio di cassazione nel rapporto fra ricorrente principale e ricorrente incidentale. Condanna la ricorrente alla rifusione al Fallimento SO.NA.CO. Impianti s.r.l. delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro settemiladuecento, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 4 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA