Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1238 del 18/01/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 1238 Anno 2018
Presidente: D’ASCOLA PASQUALE
Relatore: SCARPA ANTONIO

ORDINANZA
sul ricorso 25182-2016 proposto da:
TOTARO FLORESTANO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
UGO (METTI 114, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO
ANTONIO CAPUTO, rappresentato e difeso dall’avvocato
NICOLA ANTONIO SISTI;
– ricorrente contro
IEZZI ERMENEGILDA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
TRIONFALE N.5637, presso lo studio dell’avvocato
FERDINANDO D’AMARIO, che la rappresenta e difende;
– con troricorrente nonché contro
IEZZI DOMENICO
– intimato –

Data pubblicazione: 18/01/2018

avverso la sentenza n. 772/2016 della CORTE D’APPELLO di
L’AQUILA, depositata il 19/07/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio
del 30/11/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA
FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

motivo di ricorso, la sentenza della Corte d’Appello di L’Aquila
n. 772/2016 dèl 19 luglin 2016, che, dopo aver confermato

fl

difetto di legittimazione attiva di Domenico lezzi, ha dichiarato

cessata la materia del contendere sulla domanda di
Ermenegilda lezzi nei confronti di Florestano Totaro, convenuto
in primo grado davanti al Tribunale di Lanciano, sezione dì
Atessa, con citazione del 12 gennaio 2008, per ottenere la
restituzione delle chiavi di accesso all’immobile sito in via San
Rocco di Tornareccio.
Ermenegilda lezzi resiste con controricorso, mentre l’altro
intimato Domenico lezzi non ha svolto attività difensive.
Florestano Totaro era proprietario di un terzo dell’immobile per
cui è causa ed aveva acquistato i restanti due terzi da
Domenico lezzi con contratto del 30 ottobre 2004, rimanendo
tuttavia prevalente rispetto a tale acquisto, in forza di
trascrizione, quello fatto il 22 dicembre 2004 da Ermenegilda
lezzi, sicché la prima compravendita era poi stata risolta dal
Tribunale di Lanciano con sentenza del 22 marzo 2007. Nel
corso del giudizio davanti alla Corte di L’Aquila, gli appellanti
Domenico lezzi e Ermenegilda lezzi avevano dato atto
dell’avvenuta assegnazione alla seconda della quota di 1/3
dell’immobile di Tornareccio in forza di ordinanza del Tribunale
di Lanciano, cui aveva fatto seguito una scrittura privata
transattiva nel giugno 2011. Dichiarata perciò cessata la
materia del contendere, la Corte d’Appello ha qualificato
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Il ricorrente Florestano Totaro impugna, articolando un unico

l’azione intentata da Ermenegilda lezzi, in quanto proprietaria
pro quota del bene, come actio restitutoria di natura personale,
e non come rivendica di quota ideale, ritenendola, ai fini della
soccombenza virtuale, da accogliere; la Corte di merito ha
tuttavia compensato le spese processuali di entrambi i gradi,

difetto di legittimazione di Domenico lezzo.
Il ricorso di Florestano Totaro deduce la violazione e falsa
applicazione degli artt. 948, 1102, 1103 c.c. e, “in genere, dei
principi che regolano il diritto di proprietà e la comunione
noché dei principi che regolano l’actio restitutoria di natura
personale, in relazione alla possibilità di rilascio di un bene in
comproprietà pro indiviso”,

ricollegando all’erronea

qualificazione della natura personale dell’azione spiegata da
Ermenegilda lezzi l’ingiusta compensazione delle spese di lite.
Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse
essere rigettato per manifesta infondatezza, con la
conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c.,
in relazione all’art. 375, comma 1, n. 5), c.p.c., il presidente ha
fissato l’adunanza della camera di consiglio.
Va evidenziato come spetti al giudice del merito, nel caso in cui
dichiari cessata la materia del contendere, di deliberare il
fondamento della domanda per decidere sulle spese secondo il
principio della soccombenza virtuale, con apprezzamento di
fatto la cui motivazione non postula certo di dar conto di tutte
le risultanze probatorie, e che è sindacabile in cassazione sol
quando, a sua giustificazione, siano enunciati motivi
formalmente illogici o giuridicamente erronei, cosa che non si
evince nel caso di specie. In materia di spese giudiziali, il
sindacato di legittimità trova, invero, ingresso nella sola ipotesi
in cui il giudice di merito abbia violato il principio della
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essendo da confermare il rigetto dell’appello sul punto del

soccombenza, ponendo le spese a carico della parte risultata
totalmente vittoriosa, e ciò vale sia nel caso in cui la
controversia venga decisa in ognuno dei suoi aspetti,
processuali e di merito, sia nel caso in cui il giudice accerti e
dichiari la cessazione della materia del contendere e sia,

stregua del principio della cosiddetta soccombenza virtuale
(Cass. Sez. 1, 27/09/2002, n. 14023). Quando, pertanto, un
giudizio sia stato definito con sentenza dichiarativa della
cessazione della materia del contendere comprensiva, è
ammissibile il ricorso per cassazione sul capo della decisione
concernente le spese del giudizio soltanto se il suo oggetto sia
limitato alla verifica della correttezza dell’attribuzione della
qualità di soccombente, attraverso il riscontro dell’astratta
fondatezza delle ragioni delle difese spiegate dal ricorrente per
cassazione (Cass. Sez. 3, 14/07/2003, n. 10998). Peraltro, la
statuizione di cessazione della materia del contendere, che
comporta l’obbligo per il giudice di provvedere sulle spese
processuali, lascia salva la facoltà di disporne motivatamente la
compensazione, totale o parziale (Cass. Sez. 6 – L,
17/02/2016, n. 3148; Cass. Sez. L, 21/06/2004, n. 11494).
Può altrimenti proporsi ricorso, ove il giudice, nel dichiarare
cessata la materia del contendere abbia, come nel caso in
esame, disposto la compensazione delle spese processuali, se
non sussistano “giusti motivi” esplicitamente indicati nella
motivazione, nel regime introdotto dall’art. 2, comma 1, lett.
a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263, e anteriore a quello
modificato dalla legge 18 giugno 2009, n. 69, applicabile nella
specie ratione temporis,

laddove la Corte di L’Aquila ha

compiutamente indicato le ragioni della disposta
compensazione.
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perciò, chiamato a decidere sul governo delle spese alla

La Corte d’Appello di l’Aquila ha dato per pacifico l’esaurimento
tra le parti di ogni ragione di contrasto, per aver le stesse
rappresentato in una scrittura transattiva che Ermenegilda
lezzi avesse avuto la consegna delle chiavi dell’immobile,
scopo essenziale cui tendeva l’azione proposta nel presente

venuto meno il dovere del giudice di pronunziare sul merito
della domanda, essendo cessato per le parti l’interesse alla
decisione, con conseguente sentenza finale dichiarativa della
cessazione della materia del contendere. Di tale sentenza le
parti potevano allora dolersi in sede di impugnazione solo
contestando l’esistenza del presupposto per emetterla,
risultando invece precluso per difetto di interesse ogni altro
motivo di censura, ivi compresi quelli, spiegati nel ricorso in
esame, attinenti alla qualificazione dell’azione proposta, atteso
che è comunque onere della parte, che contesti la decisione
per questioni di merito, impugnare preliminarmente la
declaratoria di cessazione della materia del contendere (Cass.
Sez. U, 09/07/1997, n. 6226, Cass. Sez. 3, 01/06/2004, n.
10478; Cass. Sez. 1, 28/05/2012, n. 8448; Cass. Sez. 6 – L,
13/07/2016, n. 14341).
Le considerazioni svolte dal ricorrente circa la qualificazione
dell’azione prescelta dalla Corte d’Appello, se, cioè, si trattasse
di un giudizio di rivendicazione di quota ideale di un bene in
comproprietà

“pro indiviso”,

e se potesse ordinarsi al

comproprietario di restituire l’intero bene alla comunione o di
rilasciare la sola quota di esso, non incidono, peraltro, sulla
verifica della correttezza dell’attribuzione della qualità di
soccombente in capo al Totaro, il quale non permetteva alla
comproprietaria lezzi di disporre della rispettiva quota, ovvero

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giudizio. Tale pronunzia ha pertanto affermato che fosse

di fare uso della cosa comune secondo il suo diritto ai sensi
degli artt. 1102 e 1103 c.c.
Il ricorso va perciò rigettato e il ricorrente va condannato a
rimborsare alla controricorrente Ermenegilda lezzi le spese del
giudizio di cassazione, mentre non occorre provvedere al

svolto attività difensiva.
Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1,
comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, che ha
aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al
d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da
parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente
rigettata.

P. Q. M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare
alla controricorrente le spese sostenute nel giudizio di
cassazione, che liquida in complessivi C 1.700,00, di cui C
200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di
legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del
2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del
2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il
versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a
titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso,
a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Ric. 2016 n. 25182 sez. M2 – ud. 30-11-2017
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riguardo per l’altro intimato Domenico lezzi, il quale non ha

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2
Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 30

novembre 2017.

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