Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12376 del 09/05/2019

Cassazione civile sez. lav., 09/05/2019, (ud. 13/03/2019, dep. 09/05/2019), n.12376

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1898/2015 proposto da:

P.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA UGO DE CAROLIS

77, presso lo studio dell’avvocato LUCIO LAURITA LONGO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROBERTO PONCHIONE;

– ricorrente –

contro

ARTSANA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA GIULIANA 72, presso lo

studio dell’avvocato ALDO SIMONCINI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato STEFANO ZUCCHI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 826/2014 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 05/11/2014 R.G.N. 28/2014.

Fatto

RILEVATO

che:

P.R. adiva il Tribunale di Asti ed esponeva di aver stipulato un contratto di agenzia con la Artsana s.p.a. a far tempo dall’ottobre 1988; deduceva che dal luglio 2000 la preponente non aveva più corrisposto provvigioni relative ad ordini provenienti dalle filiali Unifarma Distribuzione s.p.a. di (OMISSIS), e che in ragione del perdurante inadempimento, era stato indotto a recedere dal contratto per giusta causa in data 14/8/2002. Sulla scorta delle enunciate premesse, chiedeva condannarsi la convenuta al pagamento delle provvigioni maturate e non corrisposte, nonchè dell’indennità sostitutiva del preavviso e di fine rapporto.

Costituitasi, la società resisteva alla domanda. Espletata ctu contabile, il giudice adito accoglieva il ricorso e condannava la Artsana s.p.a. al pagamento in favore di controparte, della somma di Euro 22.001,36 a titolo di indennità sostitutiva del preavviso ed Euro 23.933,60 per indennità di fine rapporto.

Detta pronuncia veniva riformata dalla Corte d’Appello di Torino, che con sentenza resa pubblica il 5/11/2014 riduceva la condanna della società al pagamento della indennità di fine rapporto, nella misura di Euro 7.475,58 e condannava il P. alla corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso già percepita.

La Corte di merito perveniva a tali conclusioni dopo aver rilevato che il mancato invio di ordinativi della Unifarma, non era dipeso da una iniziativa della preponente, bensì dalla decisione unilaterale della cliente che aveva scelto di accentrare gli ordini in capo alla propria sede regionale di (OMISSIS). Essendo la Artsana s.p.a. rimasta estranea a tale riorganizzazione aziendale, non aveva alcun obbligo di comunicare all’agente la modifica del proprio portafoglio clienti.

Nell’ottica descritta il recesso comunicato dal P., doveva ritenersi non sorretto da giusta causa e, di conseguenza, insussistente il diritto all’indennità sostitutiva del preavviso azionato, residuando in favore del ricorrente esclusivamente il diritto all’indennità di fine rapporto.

Avverso tale decisione P.R. interpone ricorso per cassazione affidato a due motivi. Resiste con controricorso la società intimata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 1362,1363,1175,1375 e 1749 c.c., nonchè omesso esame di un fatto decisivo in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si ribadisce che la preponente, acquisita la notizia che la cliente avrebbe acquistato i prodotti solo presso la sede di (OMISSIS), avrebbe dovuto comunicarla all’agente. Si critica la sentenza impugnata per avere tralasciato di considerare il dato obiettivo della riduzione della zona disposta dalla casa mandante, dato che prescinde dall’iniziativa della variazione di zona, ed involve la tematica della violazione dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto di agenzia.

2. Il motivo va disatteso per le ragioni di seguito esposte.

Al di là di ogni considerazione in ordine alla promiscuità della tecnica redazionale adottata – e definita dalla mescolanza e sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, connotate da profili di irredimibile eterogeneità (vedi ex plurimis, Cass. 23/10/2018 n. 26874, in motivazione Cass. 6/5/2016 n. 9228), non può tralasciarsi di considerare che la critica appare volta a pervenire ad una sostanziale rivalutazione nel merito della questione relativa alla riduzione della zona di competenza, non consentita nella presente sede.

Secondo l’insegnamento di questa Corte, invero, in tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sè, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (vedi Cass. 10/2/2015 n. 2465).

L’interpretazione dei contratti, e degli atti negoziali in genere, è infatti riservata all’esclusiva competenza del giudice di merito, essendo il sindacato di legittimità limitato alla sola verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., nonchè alla coerenza e logicità della motivazione, nei più rigorosi termini sanciti dal novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nell’interpretazione resa dalle Sezioni Unite di questa Corte (vedi S.U. n. 8053 del 2014).

Pertanto, qualora venga dedotta la violazione dei citati canoni interpretativi, deve essere precisato in qual modo il ragionamento del giudice se ne sia discostato, senza che sia sufficiente all’uopo il generico richiamo ai criteri astrattamente intesi e neppure una critica della ricostruzione della volontà dei contraenti non riferibile a tale violazione, ma consistente nella prospettazione di un risultato interpretativo diverso da quello accolto nella sentenza impugnata.

3. Nella specie, il ricorrente si è limitato a prospettare una lacuna nel processo interpretativo seguito dal giudice del gravame, il quale avrebbe “omesso il dato letterale delle norme (individuali e collettive) in questione: nessuna di esse distingue circa la provenienza della causa della variazione (dalla casa mandante ovvero dal cliente) e quindi occorreva arrestarsi al dato oggettivo della mera diminuzione della zona per l’agente P.”.

Detta prospettazione, collegata tout court alla violazione delle disposizioni in tema di correttezza e buona fede che governano la materia delle obbligazioni, non appare sostenuta da specifiche argomentazioni idonee ad esplicare le modalità e delle considerazioni attraverso i quali il giudice si sarebbe discostato dai canoni ermeneutici di corretta interpretazione del contratto, così arrecando un vulnus ai principi enunciati in relazione alla clausola generale di correttezza e buona fede invocati.

Ed invero, deve rimarcarsi che la Corte distrettuale, nell’interpretare l’art. 7 del contratto di agenzia (alla cui stregua “Secondo le esigenze di organizzazione, di produzione o di mercato valutate dalla Mandante, i clienti e i prodotti assegnati…possono essere modificati previa comunicazione scritta all’Agente…”) ha sostenuto che l’obbligo di comunicazione da parte di Artsana all’agente, non riguardava qualunque variazione di zona, ma solo quelle conseguenti alla volontà della preponente, derivanti da una nuova e diversa valutazione, da parte della mandante, delle proprie esigenze di organizzazione, di produzione o di mercato.

Era emerso, infatti, che le filiali Unifarma di (OMISSIS) non avevano più effettuato ordini da luglio 2000 e ciò era dipeso non da una decisione di Artsana, ma unicamente della cliente Unifarma, sicchè non poteva con figurarsi alcun obbligo a carico della preponente di comunicare all’agentè una “variazione di zona” che tale non era, essendo da considerare come una riduzione del suo portafoglio clienti dovuta ad una scelta del tutto autonoma di uno di essi.

In tal senso, la critica formulata si traduce in un sindacato in relazione al merito del ragionamento su cui si fonda l’interpretazione del contratto accolta nella sentenza impugnata: questa risulta invece fondata, per quanto sinora detto, su argomentazioni del tutto congrue, non rispondenti ai requisiti della assoluta omissione o della irredimibile contraddittorietà che avrebbero giustificato il sindacato in questa sede di legittimità, entro il confine segnato dal novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 7 aprile 2014; onde la statuizione resiste alla censura all’esame.

4. Il secondo motivo prospetta, del pari, violazione degli artt. 1362,1363,1175,1375,1749, nonchè dell’art. 1418 c.c. ed omesso esame di un fatto decisivo in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Si richiama il contenuto delle clausole contrattuali ed il tenore dell’A.E.C. (pur non applicabile al contratto inter partes), dai quali si desume il chiaro obbligo a carico della casa mandante, di comunicare tutte le variazioni di zona all’agente, a prescindere dalla circostanza che dipendano da iniziative unilaterali proprie o della cliente. Si deduce che osta ad una interpretazione delle norme nel senso auspicato dalla Artsana s.p.a., e recepito dalla Corte di merito, la considerazione che una tale disciplina sarebbe nulla con riferimento al requisito della determinatezza e determinabilità del contratto (ex artt. 1346-1348 c.c.) non essendo ammissibile che la determinazione di comunicare o meno una variazione di zona, sia rimessa alla discrezionalità di una delle parti.

La decisione di Unifarma di accentrare gli ordini esclusivamente a Fossano, aveva influito sulla condotta della Artsana di ridefinire la propria struttura organizzativa con evidenti ricadute sulle zone degli agenti, in assenza, tuttavia, di adempimento dei doverosi obblighi di comunicazione scaturenti dal contratto e dalla legge.

5. Anche siffatta censura presenta le medesime carenze riscontrate in relazione al motivo che precede, per la tecnica redazionale non appropriata e per la finalità non consentita che la ispira, di pervenire ad una rivalutazione dell’interpretazione dell’atto negoziale già congruamente elaborata dal giudice del gravame.

6. In definitiva, il ricorso deve, pertanto, essere rigettato.

Il ricorrente, secondo il principio della soccombenza, va condannato alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 13 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2019

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