Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12365 del 15/06/2016

Cassazione civile sez. VI, 15/06/2016, (ud. 09/05/2016, dep. 15/06/2016), n.12365

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAGONESI Vittorio – Presidente –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – rel. Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10790-2015 proposto da:

N.M., elettivamente domiciliato in ROMA, P.LE DELLE

MEDAGLIE D’ORO, 34, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI

MAZZITELLI, rappresentato e difeso dall’avvocato ANDREA MARVASI,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PIAVE

52, presso lo studio dell’avvocato VITA LUCREZIA VACCARELLA,

rappresentata e difesa dall’avvocato DONATA GIORGIA CAPPELLUTO,

giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 606/14 V.G. della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA

del 13/02/2015, depositato il 20/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/05/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCO ANTONIO GENOVESE;

udito l’Avvocato Cappelluto Donata Giorgia difensore del

controricorrente che si riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 20 luglio 2015, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.:

“Con decreto in data 20 febbraio 2015, la Corte d’Appello di Bologna, ha accolto il reclamo proposto dalla signora M.C. contro il decreto pronunciato, nel contraddittorio con il marito, N.M., dal Tribunale di Parma che, in accoglimento della domanda di modifica proposta da quest’ultimo, ai sensi dell’art. 710 c.p.c., aveva escluso l’assegno di mantenimento in favore della M. e ridotto quello in favore dei figli nella misura di Euro 400,00 mensili, per ciascuno dei due. Secondo la Corte territoriale, per quello che ancora interessa e rileva in questa sede, avendo il N., nel novembre del 2012, raggiunto l’accordo di separazione con il coniuge non poteva dolersi della riduzione del proprio reddito netto (passato da 32.482,00, nel 2011, a 17.010,00, nel 2012), poichè – quale socio e amministratore della snc che gestiva il supermercato di sua comproprietà – si presume che fosse a conoscenza del lamentato calo del fatturato e della redditività dell’impresa.

Avverso la sentenza della Corte d’Appello ha proposto ricorso il N., con atto notificato il 25 maggio 2015, sulla base di due motivi, con i quali si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 156 v.c. oltre che vizi motivazionali, e art. 91 c.p.c..

La signora M. resiste con controricorso.

Il ricorso appare manifestamente infondato, giacchè, sotto le apparenti spoglie della violazione del menzionato primo dispositivo di legge (art. 156 c.c.), chiede a questa Corte un sostanziale riesame delle risultanze processuali ed una diversa valutazione della prova presuntiva posta a base della decisione compiuta dai giudici di secondo grado.

Infatti, nell’impianto motivazionale della decisione impugnata, non sono ravvisabili i vizi di violazione di legge ipotizzati dal ricorrente, atteso che la Corte ha stringatamente, ma assai chiaramente, motivato in ordine all’inesistenza della cd.

sopravvenienza, ritenendo che il N., per la qualità rivestita in una società di persone (della quale era anche amministratore), avente ristretta base associativa, fosse (al di là delle espressioni usate dal medesimo giudice distrettuale) sostanzialmente consapevole dell’andamento della sua azienda, al 31 ottobre dello stesso anno (2012) in cui aveva concluso l’accordo di separazione, che ora chiede di modificare ai sensi dell’art. 156 c.c..

Del resto, al ricorrente, in questa sede, neppure gioverebbe l’errore sulla piena consapevolezza della propria condizione al momento del raggiunto accordo, atteso che “In tema di separazione consensuale, applicandosi in via analogica l’art. 156 c.c., comma 7, i giustificati motivi che autorizzano il mutamento delle relative condizioni consistono in fatti nuovi sopravvenuti, modificativi della situazione in relazione alla quale gli accordi erano stati stipulati;

ne consegue che gli eventuali vizi (nullità o annullabilità) che inficiano la validità dell’accordo di separazione omologato e la sua eventuale simulazione non sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c. ma attraverso un giudizio ordinario, secondo le regole generali” (Sez. 1, Sentenza n. 24321 del 2007);

che, pertanto, le censure della ricorrente, tutte miranti alla inammissibile ripetizione del giudizio di merito (attraverso il riesame di fatti oggetto di apprezzamento nella fase di merito), con riferimento alle decisioni (come quella oggetto del presente giudizio) pubblicate oltre il termine di trenta giorni successivo all’entrata in vigore della L. n. 134 del 2012 (che ha convertito il D.L. n. 83 del 2012), si infrangono sull’ interpretazione così chiarita dalle SU civili (nella Sentenza n. 8053 del 2014): la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione;

che, l’opposta tesi (sostenuta dal ricorrente), circa l’esistenza del vizio omissivo (o eccessivo) della motivazione, derivante dall’utilizzazione delle espressioni “si presume”, “si deve ritenere”, non integra la ragione di nullità ma solo di imprecisione nell’espressione, con la quale chiaramente ha inteso provare, in base alle menzionate presunzioni, la piena consapevolezza del proprio reddito anche per l’anno 2012, ciò che non può formare oggetto di denuncia per vizio motivazionale (semmai, solo sotto il profilo dell’inferenza logica dai dati certi considerati: società a ristretta base, qualità di amministratore e socio della stessa, accordo raggiunto a fine anno, ecc.);

che la denuncia di violazione dell’art. 91 c.p.c. è manifestamente infondata alla luce del principio di diritto posto da questa Corte (Sez. 1, Sentenza n. 13229 del 2011)secondo cui “In materia di spese processuali, l’identificazione della parte soccombente è rimessa al potere decisionale del giudice del merito, insindacabile in sede di legittimità, con l’unico limite di violazione del principio per cui le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa.”.

In conclusione, si deve disporre il giudizio camerale ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. e art. 375 c.p.c., n. 5.”.

Considerato che il Collegio condivide la proposta di definizione contenuta nella relazione di cui sopra, alla quale non risultano essere state mosse osservazioni critiche;

che, perciò, il ricorso, manifestamente infondato, deve essere respinto, in applicazione dei richiamati ed enunciati principi di diritto;

che, alla reiezione del ricorso, consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali di questa fase, che si liquidano come da dispositivo, ma non anche al raddoppio del contributo unificato, essendosi discusso anche del mantenimento dei figli della coppia sicchè esso, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10 è esentato dal pagamento del contributo unificato quando – come nella specie – si sia discusso di questioni relative alla prole (capo 4^ del titolo 2^ del Libro 4^ c.p.c.), essendo compreso, un tale caso, fra quelli stabiliti nel del TU del 2002, art. 10, commi 2 e 3.

PQM

La Corte, Respinge il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara che NON sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis. Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 1 della Corte di cassazione, dai magistrati sopra indicati, il 9 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2016

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