Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12364 del 10/05/2021

Cassazione civile sez. II, 10/05/2021, (ud. 03/11/2020, dep. 10/05/2021), n.12364

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23294-2019 proposto da:

H.M., ammesso al patrocinio a spese dello Stato ed

elettivamente domiciliato in Roma, v.le delle Milizie 38, presso lo

studio dell’avvocato Stefania Paravani, rappresentato e difeso

dall’avvocato Valentina Nanula;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), ope legis rappresentato e difeso

dall’Avvocatura Generale dello Stato con sede in Roma, Via Dei

Portoghesi 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 848/2019 della Corte d’appello di Brescia,

depositata il 27/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/11/2020 dal Consigliere dott. Annamaria Casadonte.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– H.M., cittadino del (OMISSIS), ha impugnato per cassazione la sentenza che ha respinto il di lui gravame averso la pronuncia che ha confermato il diniego dello status di rifugiato nonchè della protezione sussidiaria e di mancato riconoscimento delle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, disposti dalla competente Commissione territoriale;

– a sostegno della domanda il richiedente asilo ha sostenuto di essere fuggito dal (OMISSIS) e che nel ristorante dove lavorava era accaduto che una ragazza venisse violentata ed uccisa da due ragazzi che lavoravano con lui; i responsabili della violenza lo avevano poi incolpato e la polizia lo aveva cercato; temendo di essere condannato alla pena di morte aveva perciò lasciato il (OMISSIS) alla volta della Libia e da lì era poi arrivato in Italia nel giugno 2015;

– la corte d’appello ha ritenuto la vicenda riferita non credibile, evidenziando come il richiedente asilo abbia cambiato più volte la versione dei fatti; conseguentemente, la corte territoriale ha escluso il riconoscimento della protezione fondata sulla credibilità della riferita persecuzione, così come la protezione sussidiaria; ha, inoltre, precisato le ragioni della mancata considerazione della violenza indiscriminata presente in Libia quale paese di transito e, da ultimo, l’insufficienza del documentato contratto di lavoro ai fini della ravvisabilità della condizione di vulnerabilità rilevante per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari;

– la cassazione della sentenza impugnata è chiesta con ricorso affidato a due motivi cui resiste con controricorso l’intimato Ministero dell’Interno.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 per non avere la corte d’appello assolto all’onere di cooperazione istruttoria gravante in capo all’autorità giudiziaria nella delibazione della domanda di protezione internazionale nelle due forme dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria;

– la sentenza impugnata viene censurata in riferimento alla ritenuta inattendibilità della vicenda narrata, contestandosi che, diversamente da quanto ritenuto dalla corte bresciana, il (OMISSIS) è caratterizzato da gravi compromissioni delle libertà fondamentali e da un trattamento violento nelle carceri, circostanza rilevante e che, diversamente da quanto sostenuto nella sentenza impugnata, giustifica il riconoscimento della protezione ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b);

– ad avviso della ricorrente sussistono altresì i presupposti in ragione delle condizioni socio-poltiche del (OMISSIS) per il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c);

– la censura appare inammissibile perchè non attinge la valutazione di non credibilità della vicenda narrata posta dalla corte territoriale a fondamento del diniego dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria;

– è noto che l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona. Qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. 16925/2018; id. 28862/2018);

– ciò posto, l’aver ritenuto nel caso di specie, non credibile il racconto, giustifica la mancata attivazione del dovere di cooperazione ufficiosa in relazione allo status di rifugiato ed alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b);

– con riguardo poi alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. c) deve darsi atto che la corte territoriale precisa che l’impugnazione svolta dall’odierno ricorrente era circoscritta al mancato esame da parte del tribunale della situazione della Libia, paese dal quale il ricorrente è transitato prima di arrivare in Italia;

– a tale proposito la corte precisa che detta circostanza non viene in considerazione ex se, come sembra sostenere il richiedente asilo, il quale valorizza la situazione di violenza indiscriminata presente in Libia ai fini della domanda di protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, lett. c);

– l’assunto è inammissibile poichè le condizioni del paese di transito non vengono in considerazione nell’ambito della protezione sussidiaria le cui valutazione, finalizzata alla verifica del grave danno inteso quale minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale, sono da circoscrivere al Paese di provenienza del richiedente asilo e verso il quale va disposto il rimpatrio forzato in caso di rigetto della protezione;

– con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 6 per non avere la corte territoriale riconosciuto la sussistenza delle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno motivi umanitari, in ragione del livello di integrazione e di radicamento raggiunto nel paese di accoglienza, nonchè dell’attuale situazione interna del (OMISSIS) ed anche riguardo alla situazione della Libia, paese dove il ricorrente si era trattenuto diverso tempo prima di raggiungere l’Italia;

– la censura appare inammissibile poichè non si confronta con il principio interpretativo correttamente applicato dalla corte territoriale nella valutazione dell’esistenza di specifiche condizioni soggettive od oggettive di vulnerabilità;

– in particolare, la corte territoriale ha evidenziato, nell’ambito della valutazione comparativa (cfr. Cass. 4455/2018) fra le condizioni nel paese di accoglienza e quelle del paese di provenienza, che il positivo percorso di integrazione sociale, basato sulla esistenza di un regolare contratto di lavoro, non è, in assenza di una situazione di pregiudizio dei diritti fondamentali cui il richiedente asilo sarebbe esposto in caso di rimpatrio forzato, sufficiente a configurare la specifica e soggettiva condizione di vulnerabilità rilevante ai fini del rilascio del permesso umanitario;

– allo stesso modo nessuna specifica allegazione di vulnerabilità risulta essere stata svolta in connessione al periodo trascorso in Libia e, conseguentemente, anche sotto questo profilo la censura appare inammissibile;

– l’esito sfavorevole di entrambi i motivi, giustifica, dunque, l’inammissibilità del ricorso;

– in applicazione del principio della soccombenza, parte ricorrente è condannata alla rifusione delle spese di lite a favore del controricorrente nella misura liquidata in dispositivo;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite a favore del controricorrente e liquidate in Euro 2100,00 per compensi oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Seconda civile, il 3 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2021

 

 

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