Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12324 del 09/05/2019

Cassazione civile sez. II, 09/05/2019, (ud. 08/02/2019, dep. 09/05/2019), n.12324

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1108-2016 proposto da:

S. ANDREA ALIMENTARI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, e L.R., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

CRESCENZIO n. 82, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO BONOLI,

che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI, in persona del

Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI n. 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ex lege;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1021/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 30/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/02/2019 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso depositato il 9.7.2008 presso il Tribunale di Trani L.A. e S. Andrea Alimentari S.r.l. impugnavano l’ordinanza-ingiunzione emessa dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali in data 9.6.2008, con la quale era stato loro ingiunto, in solido, il pagamento della somma di Euro 288.960 per violazione della L. n. 1407 del 1960, art. 8 per avere essi detenuto per la vendita un ingente quantitativo di olio extra vergine non avente i requisiti minimi previsti dalla legge.

I ricorrenti lamentavano che il prelievo del campione da parte dell’autorità era avvenuto in modo irregolare, che l’olio non era destinato alla vendita ma soltanto stoccato in un magazzino, che il cartello recante l’indicazione “olio extra vergine” trovato poco distante non era riferito alla sostanza esaminata e che l’unica irregolarità riscontrata – consistente nel cd. “difetto di riscaldo” – era prevista non già dalla L. n. 1407 del 1960 ma dal Regolamento CE n. 2586/1991. Contestavano inoltre il raddoppio della sanzione, protestando l’assenza di dolo.

Si costituiva il Ministero resistendo all’opposizione.

Il Tribunale, con sentenza n. 130/2012, rigettava il ricorso compensando le spese.

Interponevano appello gli odierni ricorrenti e la Corte di Appello di Bari, con la sentenza oggi impugnata n. 1021/2015 rigettava il gravame condannando gli appellanti alle spese del grado. Propongono ricorso per la cassazione di detta decisione L.A. e S. Andrea Alimentari S.r.l. affidandosi a quattro motivi. Il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha depositato atto di costituzione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione del Regolamento CE n. 2568/1991 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 in quanto la Corte di Appello non avrebbe ravvisato la violazione della normativa sulla conservazione dei campioni prelevati per le indagini tecniche presupposte all’irrogazione della sanzione.

La doglianza va dichiarata inammissibile per difetto di specificità, poichè i ricorrenti non chiariscono da quale atto o documento acquisito al processo di merito emergerebbe la prova della contestata violazione della normativa sulla conservazione dei campioni, nè in quale momento detta prova sarebbe stata acquisita agli atti del giudizio. Ne consegue che la censura, per come è formulata, attinge valutazioni di merito che non sono utilmente censurabili in questa sede, non potendo il motivo di ricorso risolversi in una generica istanza di revisione del convincimento del giudice di merito tesa ad ottenere una nuova pronuncia sul fatto (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione della L. n. 1407 del 1960, art. 5 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 perchè la Corte di Appello non avrebbe considerato che l’olio esaminato non era in vendita, come il ricorrente aveva eccepito sin dal principio, ma ammassato in un deposito interrato. La norma sopra richiamata prevede che l’olio debba essere detenuto per la vendita e privo delle caratteristiche previste; difettando la prima condizione, non sarebbe possibile elevare alcuna sanzione amministrativa.

La doglianza è infondata. La Corte di Appello ha affermato che “nell’ampia dizione utilizzata dall’art. 5 (chiunque “detiene per la vendita”) deve ricomprendersi il caso in cui vengano conservati o in silos oppure in vasche ovvero in cisterne ingenti quantità di olio, rispetto alle quali risulti una qualità diversa da quella stabilita dalla legge (Cassazione penale sez. III 27/05/1998 n. 7844): al riguardo bene ha motivato il giudice di primo grado desumendo la destinazione alla vendita dalla quantità di olio rinvenuta, dalle qualità soggettive del detentore e dall’attività espletata, trattandosi di elementi oggettivamente ricavabili dagli atti, senza la necessità di una previa contestazione alla parte ingiunta. In tal senso, è irragionevole sostenere, come ha fatto l’appellante, che la denominazione riportata sul cartello posizionato vicino alla cisterna sia irrilevante perchè apposta soltanto a fini di inventario, perchè la legge, come già detto, prevede il controllo sulla corretta classificazione dell’olio già nella fase di detenzione precedente alla vendita in senso stretto e tanto allo scopo specifico di prevenire le frodi” (cfr. pagg. 7 e 8 della sentenza impugnata). Con l’ampia motivazione appena richiamata la Corte territoriale ha avallato la presunzione in base alla quale già il Tribunale aveva ritenuto sussistente il requisito della detenzione finalizzata alla vendita, valorizzando gli elementi oggettivi dell’ingente quantitativo, della qualità soggettiva del detentore e della attività da questi svolta. Il motivo in esame non contesta specificamente il ragionamento presuntivo appena descritto, posto che il ricorrente non contesta nessuno dei diversi elementi valorizzati dalla Corte di Appello. La doglianza, di conseguenza, finisce per non cogliere la ratio della decisione impugnata.

Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano la violazione della L. n. 689 del 1981, art. 1, comma 2 dell’art. 23 Cost. e della L. n. 1407 del 1960, art. 8 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 perchè la Corte di Appello non avrebbe considerato che il Regolamento CE n. 2568/91 aveva demandato ai singoli Stati la fissazione delle sanzioni amministrative e che l’Italia non aveva provveduto in tal senso. Di conseguenza, ad avviso dei ricorrenti sarebbe stata applicata al caso di specie una sanzione non prevista dalla legge.

La censura è infondata. La Corte di Appello, sul punto, chiarisce che “occorre puntualizzare che l’ordinanza ingiunzione ha applicato la L. n. 1047 del 1960, artt. 5 e 8 come depenalizzati dal D.Lgs. n. 507 del 1999, non direttamente il Reg. Cee 2568/91; tale regolamento, invero, ha disciplinato il panel, l’esame organolettico e precisato i limiti del difetto di riscaldo, ma la L. n. 1047 del 1960, art. 5 diversamente da quanto sostenuto da parte appellante, già prevedeva con la sua ampia dizione in divieto di “vendere, detenere per la vendita o mettere comunque in commercio per il consumo alimentare” gli oli che, oltre a non possedere le caratteristiche prescritte dagli artt. 1, 2 e 3 cit. legge, all’analisi “… posseggano costanti chimico-fisiche atte ad indicare la presenza d’olio estraneo o di composizione anomala”; è evidente, pertanto, che l’utilizzo della congiunzione disgiuntiva “o” rende sussumibile la presente fattispecie sotto questa norma e, conseguentemente, sotto la correlata sanzione del successivo art. 8″ (cfr. pag. 6 della sentenza impugnata). La sanzione, quindi, era già prevista dalla normativa interna e il giudice nazionale si è limitato ad applicare le disposizioni della L. n. 1047 del 1960, richiamando il successivo Regolamento CE n. 2568/91 non già per la definizione della fattispecie sanzionata, ma soltanto per la disciplina correlata alle modalità di prelievo ed esame dell’olio oggetto della contestazione. Peraltro, va rilevato che il Regolamento non ha un effetto automaticamente disapplicativo della normativa nazionale, quando quest’ultima non contrasta con la norma comunitaria.

Con il quarto motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione della L. n. 1407 del 1960, art. 8 e della L. n. 689 del 1981, art. 1, comma 2 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 perchè la Corte di Appello non avrebbe escluso il raddoppio della sanzione senza rilevare che questo era stato applicato in difetto di motivazione specifica.

La doglianza è infondata. La Corte territoriale infatti ha precisato che “Quanto infine al raddoppio della sanzione, deve considerarsi che tale misura era prevista dall’art. 8, al comma 2, nella formulazione vigente all’epoca dell’ingiunzione (poi modificata con L. 4/2011) e che il raddoppio era giustificato dalla particolare gravità del fatto contestato (e cioè l’ingente quantità del prodotto detenuto, pari a 28.000.000 kg)” (cfr. pag.7 della sentenza impugnata). Tale statuizione non viene specificamente attinta dal motivo, in quanto i ricorrenti non contestano il presupposto del raddoppio, ovverosia l’ingente quantitativo dell’olio detenuto per la vendita, che costituisce elemento sufficiente a giustificare la specifica sanzione disposta nel caso di specie.

In definitiva, il ricorso va rigettato.

Nulla per le spese, non avendo il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali notificato controricorso.

Poichè il ricorso per cassazione è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, va dichiarata la sussistenza, ai sensi del Testo Unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dei presupposti per l’obbligo di versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 8 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2019

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