Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12307 del 19/05/2010

Cassazione civile sez. I, 19/05/2010, (ud. 21/04/2010, dep. 19/05/2010), n.12307

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.V.N.e.H.F.F., elettivamente

domiciliato in Roma, Via F. S. Nitti 11, presso l’avv. GAGLIARDI

Stefano, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

R.L., elettivamente domiciliata in Roma, Via C. Poma 4/D,

presso l’avv. FAMIGLIETTI Renato, che la rappresenta e difende giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 4803/08 del

19.11.2008.

Udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

21.4.2010 dal Relatore Cons. Dott. Carlo Piccininni;

Uditi gli avv. Gagliardi per il ricorrente e Famiglietti per la

resistente;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARESTIA Antonietta, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 19.11.2008 la Corte di Appello, Sezione per i Minorenni, di Roma rigettava l’impugnazione proposta da S.v.

N.e.H.F.F. avverso la decisione con la quale il Tribunale per i Minorenni di Roma aveva dichiarato la sua paternità naturale nei confronti di R.G..

In particolare l’appellante si era doluto della rilevanza attribuita alle prove testimoniali, che non avrebbero suffragato neppure l’esistenza di una relazione sentimentale con la madre di G., R.L., nonchè alla sua mancata risposta all’appuntamento fissato dal consulente tecnico per l’espletamento di una perizia per l’accertamento del DNA, oltre che all’interrogatorio formale.

La Corte tuttavia riteneva che le deposizioni dei testi escussi ( D., la madre della R., C.R., e D.S., compagno di questa) si saldassero sia con le dichiarazioni rese dall’appellata in sede di interrogatorio formale, che con il comportamento processuale dell’appellante, il quale segnatamente non aveva presenziato nè all’udienza fissata per l’interrogatorio formale, nè ai due appuntamenti stabiliti per le prove ginatologiche, finalizzate all’accertamento del DNA. Avverso la decisione S. proponeva ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, cui resisteva R.L. con controricorso, cui poi faceva seguito memoria.

La controversia veniva quindi decisa all’esito dell’udienza pubblica del 21.4.2010.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i motivi di impugnazione S.v.N.e.H. F. ha rispettivamente denunciato: 1) violazione degli artt. 115, 116 e 244 c.p.c., artt. 2727, 2729 e 2697 c.c., nonchè vizio di motivazione, per il peso probatorio attribuito alle deposizioni testimoniali. Il teste D.S. si sarebbe invero limitato a riferire di aver incontrato diverse volte la coppia in questione al bar, la madre della R. sarebbe stata potenzialmente interessata all’esito della causa, D. avrebbe reso una deposizione sostanzialmente in linea con quella di D.S..

In assenza dunque di ulteriori riscontri le indicazioni dei testimoni escussi, per la loro genericità, non avrebbero consentito di pervenire alle conclusioni tratte dal giudice del merito.

Nè avrebbero avuto rilevanza in senso contrario le dichiarazioni di R.L. in sede di interrogatorio formale, la mancata risposta del S. a quello a lui deferito, l’omessa partecipazione alla consulenza disposta per l’accertamento del DNA, e ciò in quanto detti elementi avrebbero potuto essere correttamente considerati quali argomenti di prova, in quanto tali inidonei, nell’assenza di ulteriori certi riscontri, a dare dimostrazione dell’assunto dell’originaria ricorrente; 2) violazione degli artt. 2730, 2734 e 269 c.c., art. 115 c.p.c., in quanto la normativa vigente escluderebbe che la paternità naturale possa essere desunta soltanto dalle dichiarazioni della madre e dall’esistenza di una relazione sentimentale con il padre all’epoca del concepimento, relazione di cui non vi sarebbe stata prova e rispetto alla quale non si sarebbe tenuto debito conto delle stesse dichiarazioni della R., che aveva qualificato come “liberi” i rapporti tra le parti;

3) violazione degli artt. 24, 30 e 32 Cost., art. 2697 c.c., art. 116 c.p.c., per il fatto che la consulenza tecnica per l’accertamento del DNA era stato disposta nell’ambito di un quadro probatorio incompleto (il relativo provvedimento ammissivo aveva infatti preceduto, e non seguito, l’escussione dei diversi testi), ed il relativo mancato espletamento, anzichè essere interpretato come corretto esercizio del diritto di difesa, era stato valutato come decisivo elemento probatorio a favore dell’originaria ricorrente;

4) violazione degli artt. 232, 132, 269 e 84 c.p.c., con riferimento all’omessa considerazione delle motivazioni addotte dal F. S. per giustificare la sua mancata risposta all’interrogatorio formale;

5) difetto di motivazione in ordine alla sussistenza dell’interesse della minore alla dichiarazione giudiziale di paternità.

Con i primi quattro motivi di impugnazione il ricorrente ha sostanzialmente lamentato l’erronea valutazione delle risultanze processuali sotto diversi aspetti, e cioè: a) per la rilevanza attribuita alle deposizioni dei testi D.S., C. e D.; b) per quella riconosciuta alla mancata risposta di esso ricorrente all’interrogatorio formale; c) per l’omessa partecipazione alla consulenza disposta per l’accertamento del DNA; d) per l’impossibilità di desumere la paternità naturale dalla dichiarazione della madre e dalla non provata esistenza di una relazione sentimentale fra la madre ed il presunto padre; e) per essere stati qualificati dalla R. come “liberi” i rapporti fra le parti; f) per la rilevanza probatoria assegnata all’omessa presentazione del preteso padre per l’espletamento della consulenza finalizzata all’accertamento del DNA, comportamento processuale che sarebbe stato viceversa riconducibile al corretto esercizio del diritto di difesa; g) per l’analoga rilevanza attribuita alla mancata risposta all’interrogatorio formale del S., rispetto alla quale non si era tenuto conto delle giustificazioni addotte.

I rilievi sono infondati.

Ed infatti al riguardo va considerato che in tema di dichiarazione giudiziale di paternità l’art. 269 c.c., comma 4, secondo il quale la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra questa ed il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale, non esclude che tali circostanze, nel concorso di altri elementi, anche presuntivi, possano essere utilizzate a sostegno del proprio convincimento dal giudice del merito.

Questi è infatti dotato di ampio potere discrezionale e può legittimamente basare il proprio apprezzamento in ordine all’esistenza del rapporto di filiazione anche su risultanze probatorie indiziarie, previa indicazione degli elementi su cui intende fondare la pronuncia (C. 06/22490, C. 06/18224, C. 05/27392, C. 05/12166, C. 04/13665, C. 03/2640).

Orbene nella specie la Corte territoriale ha formulato il proprio giudizio sulla base del contenuto delle dichiarazioni dei testi escussi, dal cui esame complessivo ha tratto il convincimento dell’esistenza di una relazione fra le parti durante il tempo del concepimento, nonchè dal comportamento processuale del ricorrente, che per ben due volte ha mancato all’appuntamento fissato per l’espletamento della consulenza tecnica finalizzata all’accertamento del DNA, e non si è inoltre presentato a rendere l’interrogatorio formale.

Si tratta dunque di valutazione di merito basata sulla deposizione dei testi escussi, correttamente considerata anche alla luce del comportamento processuale del S. (art. 116 c.p.c., comma 2), e non adeguatamente contrastata dalle indicazioni in senso contrario del ricorrente.

Ed invero, quanto alla riconducibilità dell’omessa presentazione per l’accertamento del DNA all’esercizio del diritto di difesa, la questione non presenta profili di opinabilità sotto l’aspetto considerato, e ciò in quanto la stessa Corte di appello non ha espresso al riguardo un’opinione contraria (“la scelta.. di rifiutare di sottoporsi agli esami necessari.. – pur se incoercibile nè sanzionata da alcuna norma – ..”), ma si è più semplicemente limitata ad apprezzarne la rilevanza ai sensi dell’art. 116 c.p.c.;

quanto alla mancata risposta all’interrogatorio formale, la cui incidenza probatoria è prescritta dall’art. 232 c.p.c., la Corte di appello ha ritenuto irrilevante la giustificazione addotta, e ciò indipendentemente dalle non contrastate contestazioni in punto di fatto indicate nella sentenza impugnata (p. 2) e sollevate al riguardo dalla R. (p. 12 del controricorso) circa la costante presenza in (OMISSIS) del ricorrente; quanto infine alle indicazioni rese dalla stessa R. in sede di interrogatorio formale, secondo le quali i suoi rapporti con il S. sarebbero stati “liberi”, l’equivocità del termine, contrariamente a quanto sostenuto, non consente di desumere con certezza una potenziale disponibilità della M. a rapporti sessuali con una pluralità di persone.

Resta da ultimo il quinto motivo di impugnazione, che per vero risulta inammissibile per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., in relazione al motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, che stabilisce che la censura di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione deve contenere un momento di sintesi, che ne circoscriva puntualmente i limiti e che consenta di individuare le ragioni per le quali la motivazione sarebbe inidonea a sorreggere la decisione (C. 08/11652, C. 08/8897, C. 08/4309, C. 07/16002), momento di sintesi viceversa nella specie insussistente.

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato, con condanna del ricorrente, soccombente, al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 21 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 19 maggio 2010

 

 

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