Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12304 del 17/05/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 17/05/2017, (ud. 27/04/2017, dep.17/05/2017),  n. 12304

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9026-2012 proposto da:

ROMA CAPITALE, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

TEMPIO DI GIOVE 21, e rappresentata e difesa dall’avvocato DOMENICO

ROSSI unitamente all’avvocato ANTONIO CIAVARELLA giusta procura

speciale notarile in atti;

– ricorrente –

e contro

JOELA DI D.R.M. & DI.NE.AN. SNC;

– intimata –

avverso la sentenza n. 23/2011 della COMM.TRIB.REG. di ROMA,

depositata il 16/02/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/04/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO

La società intimata impugnava dinanzi alla CTP di Roma tre avvisi di accertamento relativi all’omesso versamento di parte dell’ICI dovuta per gli anni 2000 – 2002 in relazione alla proprietà dei locali siti in via (OMISSIS), nei quali la società svolge la propria attività commerciale.

Sosteneva la contribuente che erroneamente era stata applicata l’aliquota del 6,9 per mille in luogo della corretta aliquota del 4,9 per mille, dovuta per effetto dell’utilizzo diretto degli immobili adibiti a negozi o botteghe da parte dello stesso soggetto passivo di imposta.

La CTP con la sentenza n. 395/10/09 del 7 luglio 2009 rigettava il ricorso, rilevando che il beneficio dell’aliquota agevolata era subordinato alla previa presentazione all’amministrazione comunale di una denuncia in merito al possesso dei requisiti prescritti per il suo godimento.

A seguito di appello proposto dalla società, la CTR di Roma con la sentenza n. 23/2/11 del 16/2/2011, in accoglimento del gravame annullava gli avvisi impugnati.

Osservava che il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 6 consente ai Comuni di poter determinare le aliquote Ici tra un minimo ed un massimo e che ciò era appunto accaduto anche per il Comune di Roma, che, in relazione alle annualità oggetto di causa, aveva previsto per le unità immobiliari adibite a negozi e botteghe, nel caso in cui il soggetto passivo dell’imposta sia il titolare dell’attività che in tali locali si esercita ovvero sia il legale rappresentante o l’amministratore della società di persone o a responsabilità limitata che è titolare di tale attività, un’aliquota agevolata del 4,9 per mille. Nelle stesse delibere era però previsto che la fruizione della agevolazione era subordinata alla presentazione di una comunicazione ai sensi ed agli effetti dell’art. 14, comma 4 del regolamento ICI, attestante la sussistenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi, denunzia da redigere sulla base degli appositi moduli.

Le delibere poi prevedevano che la mancata presentazione della comunicazione determinava altresì l’applicazione della sanzione di cui al D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 14, comma 3.

Ad avviso della CTR tali disposizioni non potevano però prevalere su di una norma di rango superiore quale la L. n. 212 del 2000, art. 6 che si impone quale espressione di principi generali dell’ordinamento tributario, anche sugli atti normativi e sugli statuti in materia tributaria degli enti locali, i quali dovevano essere adeguati nel termine di sei mesi dall’entrata in vigore della legge de qua.

In particolare l’art. 6 dispone che non possano essere richiesti documenti ed informazioni già in possesso dell’amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche indicate dal contribuente.

Il Comune pertanto non poteva imporre ai contribuenti un obbligo di comunicazione relativo al possesso dei requisiti per la fruizione dell’agevolazione ICI, secondo quanto previsto dalle varie delibere annuali.

La circostanza che nei locali oggetto di causa fosse svolta l’attività commerciale di cui alla tabella merceologica 9^ da parte della stessa società proprietaria dei locali, emergeva dal fatto che era stato lo stesso Comune a rilasciare la relativa autorizzazione, sicchè pretendere che la società dovesse inviare la comunicazione così come prescritto dalle delibere si poneva in contrasto con la suddetta norma di rango primario. Roma Capitale ha chiesto la cassazione della sentenza del giudice di appello con ricorso affidato a due motivi.

La società intimata non ha svolto difese in questa fase.

Con il primo motivo di ricorso si denunzia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 6 in combinato disposto con il regolamento ICI approvato con Delib. Consiglio Comunale di Roma 21 dicembre 1998, n. 335 (e successive modifiche ed integrazioni) ed erronea applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 6.

Assume l’ente ricorrente che, per effetto dell’interpretazione cui ha aderito la sentenza impugnata, si avrebbe la situazione paradossale per la quale ogni qual volta il contribuente si trovi nelle condizioni di poter fruire di un’agevolazione, la stessa andrebbe applicata, anche in assenza di una formale volontà di avvalersene. Deve pertanto escludersi l’applicabilità nella fattispecie della previsione di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 6 con la conseguenza, che, non avendo l’originaria ricorrente comunicato formalmente, e nei termini prescritti, la volontà di avvalersi del regime agevolato, non poteva fruire dello stesso, palesandosi quindi legittimi gli avvisi impugnati.

Il secondo motivo invece lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 112 c.p.c., laddove la CTR ha affermato che fosse noto al Comune che la società svolgesse l’attività nei locali sottoposti a tassazione, in quanto si tratta di un’affermazione fondata su di un ragionamento presuntivo, mai invocato dalla stessa contribuente.

I motivi sono infondati.

Quanto al primo, con il quale si contesta la corretta applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 6 così come operata dai giudici di merito, che hanno ritenuto sostanzialmente illegittima la prescrizione di rango normativo secondario del Comune nella parte in cui imponeva al contribuente di dover comunicare al Comune stesso dati già a conoscenza dell’ente impositore, reputa il Collegio che debba darsi continuità a quanto già affermato, sebbene in relazione a fattispecie analoga, da parte di questa Corte.

In tal senso si veda Cass. n. 18455/2016, a mente della quale, in tema di i.c.i. e nella ipotesi di immobile inagibile, inabitabile e comunque di fatto inutilizzato, l’imposta, anche in assenza di richiesta del contribuente, va comunque ridotta al 50 per cento, ai sensi del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 8, comma 1; qualora dette condizioni di inagibilità o inabitabilità – accertabili dall’ente locale o comunque autocertificabili dal contribuente – permangano per l’intero anno, il trattamento agevolato deve estendersi a tutto il relativo arco temporale (conf. Cass. n. 12015/2015).

In tali occasioni la Corte, tenuto conto del principio di collaborazione e buona fede che deve improntare i rapporti tra ente impositore e contribuente (L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 1), di cui è espressione anche la regola secondo la quale al contribuente non può essere richiesta la prova dei fatti documentalmente noti all’ente impositore (L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 4), ha ritenuto che nessun altro onere probatorio gravasse nella fattispecie sul contribuente (23531/2008), con la conseguenza che andava comunque riconosciuta la riduzione dell’imposta dovuta.

Trattasi di affermazioni suscettibili di trovare applicazione anche al caso di specie, ove le condizioni soggettive ed oggettive previste dalle delibere comunali con le quali sono stati fissati i criteri per il pagamento dell’ICI, prevedono per la situazione della contribuente una riduzione dell’aliquota sulla base della quale calcolare l’imposta dovuta, sicchè deve reputarsi corretta l’applicazione operata nella sentenza impugnata dei principi ricavabili dal citato L. n. 212 del 2000, art. 6.

Quanto invece al secondo motivo, deve evidenziarsi che lo stesso, sebbene formalmente denunzi una violazione di legge, in realtà mira a contestare l’apprezzamento dei fatti e delle prove così come compiuto dal giudice di merito.

Va infatti esclusa la violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo la sentenza deciso unicamente sull’impugnazione degli avvisi emessi dal Comune, verificando se effettivamente sussistevano le condizioni legittimanti la pretesa riduzione dell’imposta (come appunto richiesto dalla contribuente), così come del pari deve escludersi la violazione dell’art. 2697 c.c., non avendo in alcun modo operato un’indebita inversione dell’onere della prova.

La decisione gravata sulla scorta del materiale istruttorio in atti, ha ritenuto che, come emergeva dal rilascio della autorizzazione n. 298, la società contribuente svolgeva l’attività nei locali per cui è causa sin dal 1985. Trattasi di documento la cui presenza in atti non è contestata, e che ben poteva quindi il giudice, in applicazione del principio di acquisizione della prova, utilizzare ai fini della formazione del proprio convincimento, a prescindere da un’espressa richiesta della parte di fondare sul medesimo la decisione.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Nulla a disporre per le spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 17 maggio 2017

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