Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1230 del 21/01/2020

Cassazione civile sez. trib., 21/01/2020, (ud. 17/09/2019, dep. 21/01/2020), n.1230

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. GILOTTA Bruno – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 17929/2016, proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato;

– ricorrente –

contro

Ferro s.r.l. unipersonale, in persona del rappresentante legale pro

tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Angelo Contrino ed

elettivamente domiciliata a Roma presso ii cui studio in Roma, via

Pompeo Magno, 3, presso lo studio dell’avv. Sara Madama.

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 573/’16 della Commissione

Tributaria Regionale della Lombardia, depositata il 28 gennaio 2016,

avente ad oggetto diniego interpello n. 96676/2012 IRES soc. comodo

2011.

Fatto

RILEVATO

CHE:

L’Agenzia delle Entrate ricorre per un unico motivo per la cassazione della sentenza sopra indicata con la quale la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, riformando quella di primo grado, ha accertato il diritto della ricorrente alla disapplicazione della L. n. 724 del 1994, art. 30 per il periodo d’imposta 2011 negato dal Direttore Regionale dell’Agenzia delle Entrate di Milano – sostenendo che l’atto impugnato non fosse impugnabile.

La società ha resistito depositando tempestivo controricorso.

Per la trattazione della causa è stata fissata l’adunanza in camera di consiglio del 17 settembre 2019, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c., e art. 380 bis 1, c.p.c., il primo come modificato ed il secondo introdotto dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, conv. in L. n. 168 del 2016.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

Ferro s.r.l. unipersonale, proprietaria di uno stabilimento industriale, aveva proposto istanza di disapplicazione della disciplina sulle società di comodo per l’anno d’imposta 2011, adducendo il recesso anticipato del conduttore, l’impossibilità di darlo in locazione e la persistenza dei costi di conservazione.

A fronte del diniego dell’Agenzia la contribuente proponeva ricorso davanti alla Commissione Tributaria Provinciale di Milano, che lo riteneva inammissibile in quanto il provvedimento impugnato non era previsto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 e non aveva contenuto impositivo.

Per l’opposto la Commissione Tributaria Regionale riteneva il ricorso ammissibile e fondato nel merito.

L’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza, denunciando “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4: violazione e / o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19” e ritenendo di non condividere l’orientamento giurisprudenziale (cass., 17010/2012) sul quale la sentenza si era fondata e rilevando come la risposta del Direttore Regionale all’interpello potesse fondarsi solo su quanto asserito e documentato dal contribuente, senza possibilità di istruttoria alcuna; dovesse essere data entro il termine massimo di novanta giorni dalla presentazione della domanda e non fosse vincolante per l’Ufficio operatore, che avrebbe potuto non emettere l’accertamento da parte del contestando, e negando quindi al parere della Direzione Regionale natura provvedimentale ed efficacia immediatamente lesiva degli interessi del contribuente. Ha richiamato i principi espressi da cass., sez. un. 16293 del 24 luglio 2007, per l’individuazione degli avvisi di accertamento e di liquidazione impugnabili davanti al giudice tributario, e la modifica introdotta dal D.Lgs. n. 156 del 2015, art. 1, alla L. n. 212 del 2000, art. 11 che ha ridefinito l’istituto dell’interpello disapplicativo rafforzandone la natura di atto consultivo normalmente non autonomamente impugnabile.

Il ricorso è infondato.

Sulla questione posta dall’Agenzia delle Entrate si è consolidato un orientamento giurisprudenziale (da ultimo, Cass., 12150/2019) secondo il quale “in tema di contenzioso tributario, l’elencazione degli atti impugnabili contenuta nel D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19 ha natura tassativa, ma non preclude la facoltà di impugnare anche altri atti, ove con gli stessi l’Amministrazione porti a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria, esplicitandone le ragioni fattuali e giuridiche, siccome è possibile un’interpretazione estensiva delle disposizioni in materia in ossequio alle norme costituzionali di tutela del contribuente (artt. 24 e 53 Cost.) e di buon andamento dell’amministrazione (art. 97 Cost.), ed in considerazione dell’allargamento della giurisdizione tributaria operato con la L. 28 dicembre 2001, n. 448″ (Cass. n. 13963 del 5 giugno 2017; n. 11929 del 28 maggio 2014).

E’ stata, in particolare, riconosciuta la facoltà di ricorrere al giudice tributario avverso tutti gli atti adottati dall’ente impositore che, esplicitando concrete ragioni (fattuali e giuridiche) che la sorreggono, porti, comunque, a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria, senza necessità di attendere che la stessa, ove non sia raggiunto lo scopo dello spontaneo adempimento cui è naturaliter preordinata, si vesta della forma autoritativa di uno degli atti dichiarati espressamente impugnabili dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19: sorge, infatti, in capo al contribuente destinatario, già al momento della ricezione della notizia, l’interesse, ex art. 100 c.p.c., a chiarire, con pronuncia idonea ad acquisire effetti non più modificabili, la sua posizione in ordine alla stessa e, quindi, ad invocare una tutela giurisdizionale, comunque, di controllo della legittimità sostanziale della pretesa impositiva (e/o dei connessi accessori vantati dall’ente pubblico) (Cass. n. 17010 del 5 ottobre 2012).

Ne consegue che il contribuente ha la facoltà, ncn l’onere, d’impugnazione di atti diversi da quelli specificamente indicati nel citato D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, il cui mancato esercizio non determina alcuna conseguenza sfavorevole in ordine alla possibilità di contestare la pretesa tributaria in un secondo momento; ciò comporta che la mancata impugnazione da parte del contribuente di un atto non espressamente indicato dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 citato non determina, in ogni caso, la non impugnabilità (ossia la cristallizzazione) di questa pretesa, che può essere successivamente reiterata in uno degli atti tipici previsti dallo stesso D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 (in termini, Cass. n. 21045 del 8/10/2007; Cass. Sez. U, n. 10672 del 11/5/2009; Cass. n. 27385 del 18/11/2008; Cass. n. 14373 del 15/6/2010; Cass. n. 8033 del 7/4/2011; Cass. n. 10987 del 18/5/2011; Cass. n. 16100 del 22/7/2011)”.

E’ stato anche precisato (Cass., 3775/2018) che la tassatività dell’elencazione degli atti impugnabili contenuta nel D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 non preclude la facoltà di impugnare anche altri atti, ove con gli stessi l’Amministrazione porti a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria, di talchè quest’ultimo ha la facoltà di impugnare il diniego del Direttore Regionale delle Entrate di disapplicazione di norme antielusive del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 37 bis, comma 8, in quanto seppur atto non rientrante in quelli indicati dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, è il provvedimento con il quale l’Amministrazione porta a conoscenza del contribuente, pur senza efficacia vincolante per questi, il proprio convincimento in ordine ad un determinato rapporto tributario.

In applicazione di questo principio è stato anche ritenuto (Cass., 3315/2016) che è immediatamente impugnabile dal contribuente anche la comunicazione d’irregolarità, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis, comma 3 (cd. avviso bonario).

E’ stato infine affermato (Cass., 15457/19; cass., 32962/2018) che “le risposte rese dall’Amministrazione finanziaria agli atti di interpello di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 11 non sono impugnabili, trattandosi di meri pareri che non incidono direttamente in danno del contribuente, salvo quelli resi a seguito di richiesta di disapplicazione di norme antielusive i quali, anche secondo la disciplina anteriore alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 156 del 2015, possono essere impugnati in quanto contenenti una compiuta pretesa tributaria”.

Trattandosi di giurisprudenza formatasi proprio sulle questioni qui poste dall’Agenzia delle Entrate, e dalla quale non c’è motivo per discostarsi, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna l’Agenzia delle Entrate alla rifusione, in favore della Ferro s.r.l. unipersonale, delle spese del presente grado, che liquida in Euro 2.500,00, oltre al 15% per spese generali, contributi e iva.

Così deciso in Roma, il 17 settembre 2019.

Depositato in cancelleria il 21 gennaio 2020

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