Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12297 del 07/06/2011

Cassazione civile sez. II, 07/06/2011, (ud. 18/04/2011, dep. 07/06/2011), n.12297

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.R., (OMISSIS) elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA NOMENTANA NUOVA 117, presso lo studio dell’avvocato

CASTAGNA MARIO ENNIO, rappresentata e difesa dall’avvocato ZORZI

SEBASTIANO;

– ricorrente –

contro

Z.R., (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, ex lege, rappresentato e

difeso dall’avvocato SCALIA DOMENICO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 267/2005 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 09/03/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/04/2011 dal Consigliere Dott. VINCENZO CORRENTI;

udito l’Avvocato Mario E. CASTAGNA, con delega depositata in udienza

dell’Avvocato ZORZI Sebastiano, difensore della ricorrente che ha

chiesto di riportarsi agli atti;

udito l’Avvocato SCALIA Domenico, difensore del resistente che ha

chiesto di riportarsi anch’egli;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

LETTIERI Nicola che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 7.3,1996 M.R. conveniva davanti al Tribunale di Catania Z.R. per ottenere la condanna al rilascio di un tratto di terreno di cui il convenuto si era impossessato nonchè ai danni per il mancato godimento. Il convenuto eccepiva di aver acquistato il terreno con contratto 28.12.1976 stipulato con scrittura privata con i danti causa dell’attrice ed, in subordine, chiedeva dichiararsi l’usucapione abbreviata.

Con sentenza 2.7.1998 il Tribunale rigettava la domanda, decisione confermata dalla Corte di appello di Catania, con sentenza 267/05, che richiamava un consolidato orientamento giurisprudenziale: sebbene gli artt. 214 e 215 c.p.c. si riferiscano al disconoscimento di un originale, tali norme sono considerate applicabili anche a quello delle copie, previsto dall’art. 2719 c.c. e, comunque, essendo la contestazione dell’autenticità di una copia, eccezione in senso proprio, va proposta entro i termini dell’art. 183 c.p.c..

Dalla lettura del contratto 28.12.1976 si evinceva la volontà di trasferire la proprietà e non un obbligo a contrarre, essendo la redazione dell’atto pubblico una mera regolarizzazione formale di un negozio già stipulato ed efficace.

I fatti successivi circa una diversa interpretazione del contratto non erano stati dedotti.

Ricorre la M. con due motivi, resiste controparte.

Il Collegio ha deliberato la motivazione in forma semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo si lamenta violazione degli artt. 214 e 215 c.p.c., dell’art. 2719 c.c. e di norme di diritto perchè la Corte di appello ha richiamato la giurisprudenza che assimila le copie agli originali ma ha trascurato quella di segno contrario nè era mai stato prodotto l’originale.

Col secondo motivo si lamentano vizi di motivazione per essere stato ritenuto il contenuto della scrittura un contratto di vendita mentre era un preliminare e non era stata data esecuzione. Le censure non meritano accoglimento.

Rispetto alla ineccepibile motivazione della sentenza che ha richiamato la consolidata giurisprudenza circa l’assimilazione delle copie all’originale in tema di disconoscimento, alla tardività della eccezione ed al chiaro contenuto dell’atto, la ricorrente si limita a dedurre, col primo motivo, l’esistenza di altra giurisprudenza che nemmeno riporta senza impugnare la statuizione sulla tardività dell’eccezione. Lamenta, poi, col secondo motivo, generici vizi di motivazione senza riportare il contenuto della scrittura, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso e senza formulare impugnativa ex art. 1362 c.c., donde l’inammissibilità delle doglianze.

L’opera dell’interprete, mirando a determinare una realtà storica ed obiettiva, qual è la volontà delle parti espressa nel contratto, è tipico accertamento in fatto istituzionalmente riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali d’ermeneutica contrattuale posti dagli artt. 1362 c.c. e segg., oltre che per vizi di motivazione nell’applicazione di essi; pertanto, onde far valere una violazione sotto entrambi i due cennati profili, il ricorrente per cassazione deve, non solo fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito siasi discostato dai canoni legali assuntivamente violati o questi abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti.

Di conseguenza, ai fini dell’ammissibilità del motivo di ricorso sotto tale profilo prospettato, non può essere considerata idonea – anche ammesso ma non concesso lo si possa fare implicitamente – la mera critica del convincimento, cui quel giudice sia pervenuto, operata, come nella specie, mediante la mera ed apodittica contrapposizione d’una difforme interpretazione a quella desumibile dalla motivazione della sentenza impugnata, trattandosi d’argomentazioni che riportano semplicemente al merito della controversia, il cui riesame non è consentito in sede di legittimità (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.04 n. 15381, 23.7.04 n. 13839, 21.7.04 n. 13579, 16.3.04 n. 5359, 19.1.04 n. 753).

Nè può utilmente invocarsi, come sembra dalla ricorrente, la mancata considerazione del comportamento delle parti.

Ad ulteriore specificazione del posto principio generale d’ordinazione gerarchica delle regole ermeneutiche, il legislatore ha, inoltre, attribuito, nell’ambito della stessa prima categoria, assorbente rilevanza al criterio indicato nel primo comma dell’art. 1362 c.c. – eventualmente integrato da quello posto dal successivo art. 1363 c.c. per il caso di concorrenza d’una pluralità di clausole nella determinazione del pattuito – onde, qualora il giudice del merito abbia ritenuto il senso letterale delle espressioni utilizzate dagli stipulanti, eventualmente confrontato con la ratio complessiva d’una pluralità di clausole, idoneo a rivelare con chiarezza ed univocità la comune volontà degli stessi, cosicchè non sussistano residue ragioni di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l’intento effettivo dei contraenti – ciò che è stato fatto nella specie dalla corte territoriale, con considerazioni sintetiche ma esaustive – detta operazione deve ritenersi utilmente compiuta, anche senza che si sia fatto ricorso al criterio sussidiario dell’art. 1362 c.c., comma 2 che attribuisce rilevanza ermeneutica al comportamento delle parti successivo alla stipulazione (Cass. 4.8.00 n. 10250, 18.7.00 n. 9438, 19.5.00 n. 6482, 11.8.99 n. 8590, 23.11.98 n. 11878, 23.2.98 n. 1940, 26.6.97 n. 5715, 16.6.97 n. 5389); non senza considerare, altresì, come detto comportamento, ove trattisi d’interpretare, come nella specie, atti soggetti alla forma scritta ad substantiam, non possa, in ogni caso, evidenziare una formazione del consenso al di fuori dell’atto scritto medesimo (Cass. 20.6.00 n. 7416, 21.6.99 n. 6214, 20.6.95 n. 6201, 11.4.92 n. 4474).

In definitiva il ricorso va rigettato, con la conseguente condanna alle spese.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese liquidate in euro 2200, di cui 2000 per onorari, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 18 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2011

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