Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12294 del 15/06/2016


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Cassazione civile sez. III, 15/06/2016, (ud. 02/03/2016, dep. 15/06/2016), n.12294

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15978/2014 proposto da:

C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUCREZIO

CARO, 62, presso lo studio dell’avvocato SEBASTIANO RIBAUDO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ENZO LUCIO ORAZIO CALUNNIATO

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.S., MA.RO., MA.GR.,

CA.CA.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 151/2014 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 06/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/03/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per l’inammissibilità in subordine per

il rigetto del ricorso.

Fatto

I FATTI

C.D., proprietario di un ampio fondo rustico sito in (OMISSIS), in parte locato a M.S., conveniva in giudizio l’affittuario chiedendo la risoluzione del contratto di affittanza agraria per grave inadempimento del conduttore, assumendo che questi avrebbe violato il divieto contrattuale di subaffitto, avendo subaffittato ad altri ( Ma.Se. e il genero Ca.Ca.) parte dei terreni oggetto del contratto, come risultante anche da una dichiarazione proveniente dai Ma. e Ca. prodotta.

La domanda del C. veniva rigettata sia in primo grado che in appello.

La corte d’appello, in particolare, escludeva che l’attore avesse fornito prova idonea dell’inadempimento dell’affittuario di gravità tale da giustificare la risoluzione del contratto di affitto agrario.

C.D. propone tre motivi di ricorso nei confronti di M.S., Ma.Ro. e Gr. (eredi di Ma.Se.) e Ca.Ca. per la cassazione della sentenza n. 151/2014, depositata dalla sezione specializzata agraria della Corte d’Appello di Messina il 6.3.2014, notificata il 17.4.2014 e prodotta in copia notificata.

Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2702, 2730 e 2735 c.c., nonchè degli artt. 115, 116, 214 e 215 c.p.c.. Nell’assunto del ricorrente, la corte d’appello non avrebbe adeguatamente considerato il valore legale di confessione stragiudiziale proprio della dichiarazione unilaterale contenuta nella scrittura privata proveniente dai Ma. e Ca., subaffittuari, nella quale essi riconoscevano di aver ricevuto in affitto dal M. parte del fondo del ricorrente, senza sapere che il terreno oggetto del contratto fosse di proprietà del C..

Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione della L. n. 203 del 1982, art. 21, in relazione agli artt. 2702, 2730 e 2735 c.c., nonchè degli artt. 115,116, 214 e 215 c.p.c..

I due motivi possono essere trattati congiuntamente in quanto connessi e sono infondati. Il ricorrente non esplicita chiaramente, all’interno del primo motivo, quale interesse avrebbe alla valorizzazione del valore confessorio della dichiarazione resa dai subaffittuari. Si può dedurre dalle sue argomentazioni che la dichiarazione confessoria dei subaffittuari avrebbe dovuto spiegare i suoi effetti anche nei confronti dell’altro convenuto, ovvero l’affittuario M., al fine di costituire la base di prova dell’azione del ricorrente, volta a far accertare la violazione del divieto di subaffitto da parte dell’affittuario M., e ad ottenere la risoluzione per inadempimento dell’affittanza agraria.

Quindi lamenta sostanzialmente che la corte non abbia ritenuto provata l’esistenza del subaffitto, non dando peso alle dichiarazioni dei testimoni e non valorizzando adeguatamente la confessione stragiudiziale resa dai subaffittuari, la quale avrebbe valore di prova legale vincolante anche per l’affittuario.

In realtà, da un lato si contesta la valutazione dei fatti operata dalla corte d’appello, dall’altra la denuncia di violazione di legge, alquanto oscura, è infondata laddove vuole attribuire valore di prova legale alla dichiarazione confessoria resa stragiudizialmente da due convenuti nei confronti del terzo convenuto, ovvero l’affittuario, il quale non si trova in posizione di coobbligato solidale con i dichiaranti i ma in posizione del tutto autonoma rispetto ad essi.

Premesso che, in ogni caso, anche se fosse un litisconsorte necessario, troverebbe applicazione la norma di cui all’art. 2733 c.c., comma 3, secondo la quale, in caso di litisconsorzio necessario, la confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti è liberamente apprezzata dal giudice (Cass. S.U. n. 10311 del 2006) nel caso di specie, essendo autonome le posizioni dei vari convenuti nessun effetto di prova legale può spiegare nei confronti del M., affittuario, la dichiarazione resa dai subaffittuari.

Con il terzo motivo il ricorrente ripropone la violazione di legge in relazione agli articoli in precedenza menzionati, e ad essa aggiunge la denuncia di violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ovvero l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Sotto il profilo del dedotto vizio di motivazione, il motivo è inammissibile.

La sentenza gravata è stata depositata il 6.3.2014, pertanto nel presente giudizio risulta applicabile il testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con la L. 7 agosto 2012, n. 134. Tale testo – in forza della quale le sentenze ricorribili per cassazione possono essere impugnate “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti” – si applica infatti, per il disposto del suddetto art. 54, comma 3 ai ricorsi per cassazione avverso sentenze pubblicate dall’11 settembre 2012, trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione del D.L. n. 83 del 2012.

Tanto premesso, il motivo di ricorso è inammissibile perchè fa riferimento ad una più ampia nozione di vizio di motivazione non più vigente al momento del deposito del ricorso.

La nuova e più circoscritta area di rilevanza, all’interno del sindacato di legittimità, del vizio di motivazione, in riferimento alle sentenze pubblicate dall’11 settembre 2012, in poi, va intesa, in applicazione dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, tenendo conto della prospettiva della novella, mirata ad evitare l’abuso dei ricorsi basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai precetti costituzionali, supportando la generale funzione nomofilattica della Corte di cassazione. Ne consegue che, come già affermato da questa Corte: a) l'”omesso esame” non può intendersi che “omessa motivazione”, perchè l’accertamento se l’esame del fatto è avvenuto o è stato omesso non può che risultare dalla motivazione; b) i fatti decisivi e oggetto di discussione, la cui omessa valutazione è deducibile come vizio della sentenza impugnata, sono non solo quelli principali ma anche quelli secondari; c) è deducibile come vizio della sentenza soltanto l’omissione e non più l’insufficienza o la contraddittorietà della motivazione, salvo che tali aspetti, consistendo nell’estrinsecazione di argomentazioni non idonee a rivelare la “ratio decidendi”, si risolvano in una sostanziale mancanza di motivazione (v. Cass. n. 7983 del 2014).

Nel caso di specie il ricorrente non ipotizza neppure una sostanziale mancanza di motivazione, del resto da escludersi attesa l’argomentata motivazione della corte d’appello, ma piuttosto contesta l’esito in fatto cui è pervenuta la corte d’appello, che, pur seguendo un percorso motivazionale diverso, è giunta a confermare il decisum della sentenza di primo grado.

Nel contestare sostanzialmente il valore dato dalla corte d’appello alle risultanze istruttorie, il ricorrente non va ad intaccare, neppure sotto il profilo della violazione di legge, la ratio fondamentale della decisione, laddove la corte d’appello, pur avendo ritenuto provato che su una parte del ben più ampio fondo del C. abbiano pascolato, per alcune settimane, anche gli animali di proprietà dei Ca. e Ma., non ha ritenuto tale violazione degli obblighi del contratto di affitto da parte del M. così rilevante da giustificare la risoluzione dell’affittanza agraria, attesa la mera occasionalità della concessione e la scarsa significatività di una cessione comunque parziale, non risultando provato un integrale distacco dal fondo dell’affittuario.

Il ricorso va complessivamente rigettato.

Nulla sulle spese, non avendo gli intimati svolto attività difensiva.

Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed il ricorrente ne è uscito soccombente. Tuttavia, trattandosi di controversia in materia agraria, la Corte dà atto della insussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 2 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2016

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