Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12253 del 10/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 10/05/2021, (ud. 04/11/2020, dep. 10/05/2021), n.12253

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7028-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

P.F., elettivamente domiciliato in ROMA VIA TUSCOLANA

1020 ED. 107/E, presso lo studio dell’avvocato DONATELLA CILLIS,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNI LEVATI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 85/2013 della COMM. TRIB. REG. di PERUGIA,

depositata il 13/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/11/2020 dal Consigliere Dott. FRANCESCO FEDERICI.

 

Fatto

CONSIDERATO

che:

L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza n. 85/02/2013, depositata il 13 settembre 2013 dalla Commissione tributaria regionale dell’Umbria, che, a conferma della pronuncia di primo grado, aveva annullato l’avviso di accertamento notificato a P.F..

L’atto impositivo, unitamente ad altri due avvisi di accertamento, era stato notificato al P.F., nonchè a P.V. ed alla società Navello s.n.c., della quale i P. era soci rispettivamente con le quote del 95% e del 5%, relativamente all’anno d’imposta 2004. Con gli avvisi di accertamento l’Agenzia delle entrate, disconoscendo costi perchè non inerenti, aveva rettificato le perdite dichiarate dalla società da Euro 107.734,00 ad Euro 36.334,00. Tale rettifica aveva consentito il riemergere di reddito imponibile in capo al P.F.. Stessa conseguenza si era verificata in capo al P.V..

Contestando gli esiti fiscali degli accertamenti la società e i suoi soci avevano separatamente impugnato gli atti dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Perugia, che, previa loro riunione, aveva annullato gli atti impositivi con sentenza n. 170/01/2010. L’Agenzia delle entrate aveva appellato la pronuncia dinanzi alla Commissione tributaria regionale dell’Umbria, che con la sentenza ora al vaglio della Corte aveva estinto il giudizio nei confronti della società e del P.V. per intervenuto condono, mentre aveva confermato la sentenza di primo grado per la posizione non condonata del P.F..

L’Ufficio ricorrente ha censurato la sentenza con due motivi:

con il primo per nullità della sentenza per carenza dei requisiti di cui al D.P.R. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, comma 1, n. 2 e 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, mancando l’esposizione dello svolgimento del processo e la motivazione della pronuncia;

con il secondo per insufficiente motivazione su fatti decisivi e controversi per il giudizio e per omesso esame di fatti oggetto di discussione fra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

ha chiesto dunque la cassazione della sentenza.

Si è costituito il P.F., che ha contestato i motivi del ricorso, del quale ha chiesto il rigetto.

Nell’adunanza camerale del 4 novembre 2020 la causa è stata trattata e decisa.

Diritto

RITENUTO

che:

Il primo motivo trova fondamento perchè la sentenza è retta da motivazione apparente.

Sussiste l’apparente motivazione della sentenza ogni qual volta il giudice di merito ometta di indicare su quali elementi abbia fondato il proprio convincimento, nonchè quando, pur indicandoli, a tale elencazione ometta di far seguire una disamina almeno chiara e sufficiente, sul piano logico e giuridico, tale da permettere un adeguato controllo sull’esattezza e logicità del suo ragionamento. Ed in sede di gravame la decisione può essere legittimamente motivata per relationem ove il giudice d’appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, sì da consentire, attraverso la parte motiva di entrambe le sentenze, di ricavare un percorso argomentativo adeguato e corretto, ovvero purchè il rinvio sia operato così da rendere possibile ed agevole il controllo, dando conto delle argomentazioni delle parti e della loro identità con quelle esaminate nella pronuncia impugnata, mentre va cassata la decisione con cui il giudice si sia limitato ad aderire alla decisione di primo grado senza che emerga, in alcun modo, che a tale risultato sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (cfr. Cass., sent. 14786/2016; 7/04/2017, n. 9105). La motivazione del provvedimento impugnato con ricorso per cassazione deve infatti ritenersi apparente quando, ancorchè graficamente esistente ed eventualmente sovrabbondante nella descrizione astratta delle norme che regolano la fattispecie dedotta in giudizio, non consente alcun controllo sull’esattezza e la logicità del ragionamento decisorio, così da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6 (Cass., 30/06/2020, n. 13248; cfr. anche 5/08/2019, n. 20921). L’apparenza peraltro si rivela ogni qual volta la pronuncia evidenzi una obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che ha condotto il giudice alla formazione del proprio convincimento, come accade quando non vi sia alcuna esplicitazione sul quadro probatorio (Cass., 14/02/2020, n. 3819).

Nel caso di specie il giudice regionale, dopo aver preso atto della definizione dei giudizi ai sensi del D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, con riferimento alle posizioni di P.V. e della Navello s.n.c., sul rapporto processuale pendente

ancora nei confronti del P.F. si è limitata ad affermare che “l’appello dell’Agenzia delle Entrate non merita accoglimento, in quanto come già affermato dai giudici di primo grado, l’Agenzia ha operato su mere ipotesi, mentre le formulazioni operate da parte del contribuente Sig. P.F. sono formalmente ineccepibili, stante anche la regolarità delle operazioni contabili della società stessa.”.

La motivazione, a fronte di un atto d’appello nel quale l’Amministrazione finanziaria si era diffusa sulle ragioni del recupero ad imponibile di costi ritenuti indeducibili, afferenti a questioni distinte (ammortamenti relativi ad opere eseguite su beni di terzi, non inerenza di costi per lavoro dipendente) ed analiticamente esaminate, va ricondotta nell’alveo della motivazione apparente. Essa infatti si compone di affermazioni generiche, con considerazioni del tutto svincolate dalle censure dell’appellante, sicchè risulta impossibile a questo collegio un controllo sul percorso logico e sulla correttezza del ragionamento seguito dal giudice regionale. Nè il richiamo alla decisione di primo grado è stato operato secondo i principi di diritto enunciati, tanto più che la stessa pronuncia del giudice di primo grado era stata censurata in sede d’appello per carenza di motivazione.

L’accoglimento del primo motivo assorbe il secondo.

Il ricorso va dunque accolto.

La sentenza va cassata perchè nulla e il processo va rinviato alla Commissione tributaria regionale dell’Umbria, che in diversa composizione, oltre che sulle spese del giudizio di legittimità, provvederà al riesame dell’appello della Agenzia.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza e rinvia alla Commissione tributaria regionale dell’Umbria, in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2021

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