Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12246 del 06/06/2011

Cassazione civile sez. I, 06/06/2011, (ud. 02/03/2011, dep. 06/06/2011), n.12246

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

R.V., + ALTRI OMESSI

con domicilio

eletto in Roma, via Andrea Doria n. 48, presso l’Avv. ABBATE

Ferdinando Emilio che li rappresenta e difende come da procure in

calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI;

– intimata –

per la cassazione del decreto della Corte d’appello di Roma rep. 4032

depositato il 13 giugno 2008;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 2 marzo 2011 dal Consigliere relatore Dott. Vittorio

Zanichelli.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Le parti indicate ricorrono per cassazione nei confronti del decreto in epigrafe della Corte d’appello che, liquidando in favore di ciascuno Euro 7.000,00 per anni sette di ritardo, ha accolto parzialmente il loro ricorso con il quale è stata proposta domanda di riconoscimento dell’equa riparazione per violazione dei termini di ragionevole durata del processo svoltosi in primo grado avanti al TAR del Lazio a far tempo dall’aprile 1993 e fino al 10.12.2003.

L’intimata Amministrazione non ha proposto difese.

La causa è stata assegnata alla camera di consiglio in esito al deposito della relazione redatta dal Consigliere Dott. Vittorio Zanichelli con la quale sono stati ravvisati i presupposti di cui all’art. 375 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denuncia violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 1173 c.c. per avere il giudice del merito liquidare gli interessi a far tempo dalla data della pronuncia e non da quella della domanda.

La censura è manifestamente fondata in quanto è principio già affermato dalla Corte quello secondo cui “Atteso il carattere indennitario dell’obbligazione nascente dall’accoglimento della domanda di danni conseguenti alla irragionevole durata del processo (ex L. n. 89 del 2001) gli interessi legali sulla somma liquidata decorrono dalla data della domanda di equa riparazione, stante la regola che gli effetti della pronuncia retroagiscono alla data della domanda, nonostante il carattere di incertezza e di liquidità del credito prima della pronuncia giudiziaria” (Cassazione civile, sez. 1^, 17 giugno 2009, n. 14072).

Il secondo motivo che attiene alla liquidazione delle spese è assorbito, dovendosi procede a nuova statuizione sul punto.

Il ricorso deve dunque essere accolto nei limiti indicati e cassato il decreto impugnato.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa nel merito e pertanto determinata la decorrenza degli interessi dalla data della domanda.

Le spese di entrambi i gradi di giudizio seguono la soccombenza.

Quanto alla liquidazione delle spese del giudizio di merito non può essere seguito il criterio propugnato dalla difesa dei ricorrenti secondo il quale, essendo stati proposti distinti ricorsi ex L. n. 89 del 2001, riuniti dalla Corte d’appello solo in esito alla discussione in camera di consiglio, spetterebbero gli onorari e i diritti distintamente per ogni procedimento fino al momento della riunione.

Giova premettere, quando alla vicenda del processo presupposto, che i ricorrenti sono stati parti di una medesima procedura iniziata nell’aprile 1993 avanti al TAR del Lazio, avendo proposto un’identica domanda concernente il riconoscimento del diritto all’adeguamento triennale dell’indennità giudiziaria. Ciononostante, pur essendo la domanda di riconoscimento dell’equo indennizzo per l’eccessiva durata di tale procedura basata sullo stesso presupposto giuridico e fattuale, hanno proposto nello stesso ristretto arco temporale quattordici distinti ricorsi alla Corte d’appello competente con il patrocinio del medesimo difensore.

Come è già stato ritenuto dalla Corte con sentenza n. 10634/10.

Tale condotta deve ritenersi configurare un abuso del processo.

La giurisprudenza della Corte ha già avuto modo di affrontare il tema dell’utilizzo dello strumento processuale con modalità tali da arrecare non solo un danno al debitore senza necessità o anche solo apprezzabile vantaggio per il creditore ma anche da interferire con il funzionamento dell’apparato giudiziario ed ha ritenuto una tale condotta lesiva sia del canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in quanto contrastante con il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., sia contraria ai principi del giusto processo in quanto la inutile moltiplicazione dei giudizi produce un effetto inflattivo configgente con l’obiettivo costituzionalizzato della ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost. (Sent.

Sezioni Unite, 15 novembre 2007, n. 23726).

Tali principi, pur enunciati in tema di rapporti negoziali, possono trovare applicazione anche in fattispecie quali quella in esame laddove l’evento causativo del danno e quindi giustificativo della pretesa sia identico come unico sia il soggetto che ne deve rispondere e plurimi soli i danneggiati i quali, dopo aver agito unitariamente nel processo presupposto così dimostrando la carenza di interesse alla diversificazione delle posizioni ed avere sostanzialmente tenuto la stessa condotta in fase di richiesta dell’indennizzo agendo contemporaneamente con identico patrocinio legale e proponendo domande connesse per l’oggetto e per il titolo, instaurano singolarmente procedimenti diversificati pur destinati inevitabilmente (come puntualmente avvenuto nella fattispecie) alla riunione.

Una tale condotta, che è priva di alcuna apprezzabile motivazione e incongrua rispetto alla rilevate modalità di gestione sostanzialmente unitaria delle comuni pretese, contrasta innanzitutto con l’inderogabile dovere di solidarietà sociale che osta all’esercizio di un diritto con modalità tali da arrecare un danno ad altri soggetti che non sia inevitabile conseguenza di un interesse degno di tutela dell’agente, danno che nella fattispecie graverebbe sullo Stato debitore a causa dell’aumento degli oneri processuali: ma contrasta altresì e soprattutto con il principio costituzionalizzato del giusto processo inteso come processo di ragionevole durata (SS.UU. n. 23726/07, sopra citata) posto che la proliferazione oggettivamente non necessaria dei procedimenti incide negativamente sull’organizzazione giudiziaria a causa dell’inflazione delle attività che comporta con la conseguenza dì un generale allungamento dei tempi processuali.

Al riscontrato abuso delle strumento processuale non può tuttavia conseguire la sanzione dell’inammissibilità dei ricorsi, posto che non è l’accesso in sè allo strumento che è illegittimo ma le modalità con cui è avvenuto, ma comporta l’eliminazione per quanto possibile degli effetti distorsivi dell’abuso e quindi, nella fattispecie, la valutazione dell’onere delle spese come se unico fosse stato il procedimento fin dall’origine”.

Ciò posto, e ritenuto il valore della controversia (art. 10 c.p.c., comma 2) pari alla somma delle singole pretese riconosciute (Euro 224.000,00) l’Amministrazione deve essere condanna per il giudizio di merito al pagamento di complessivi Euro 4.948,00.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa il decreto impugnato in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, determina la decorrenza degli interessi dalla data della domanda; condanna l’Amministrazione al pagamento delle spese del giudizio di merito che liquida in complessivi Euro 4.948,00, di cui Euro 2.005,00 per onorari e Euro 1.903,00 per diritti, oltre spese generali e accessori di legge, da distrarsi in favore dei difensori antistatari F. E. Abbate e G.B. Ferraiolo, nonchè della metà di quelle del giudizio di legittimità che, per l’intero, liquida in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 3.600,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge, dichiarando compensato il residuo; spese da distrarsi in favore del difensore antistatario F.E. Abbate.

Così deciso in Roma, il 2 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2011

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