Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12236 del 14/06/2016


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Cassazione civile sez. II, 14/06/2016, (ud. 10/05/2016, dep. 14/06/2016), n.12236

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24501-2011 proposto da:

IMPRE.CO.GE. SRL (OMISSIS), elettivamentedomiciliato in ROMA,

V. GAETANO DONIZETTI 7, presso lo studio dell’avvocato DANIELA

GIAMPORTONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ROSARIO

DELL’OGLIO giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

Contro

CONDOMINIO (OMISSIS), rappresentato e

difeso dall’avv. GIUSEPPINA BRUNO, giusta procura a margine del

controricorso, domiciliato presso la Cancelleria della Corte di

Cassazione;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1064/2010 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 30/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/05/2016 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

udito l’Avvocato Dell’Oglio per la ricorrente;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO LUCIO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Impre.Co.Ge. S.r.l. con atto di citazione notificato in data 4 luglio 2002 conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Palermo il condominio in (OMISSIS) affinchè fosse dichiarata nulla ovvero annullata la delibera del 29-30 maggio 2002, con la quale il condominio aveva approvato il bilancio relativo agli anni 2000 e 2001 ripartendo il compenso all’amministratore, le spese di amministrazione, quelle relative alla tinteggiatura ed all’adeguamento alle prescrizioni di cui alla L. n. 146 del 1990 in proporzione delle quote millesimali di cui alla Tabella A allegata al regolamento condominiale, anzichè, come sempre avvenuto in passato, a quelle di cui alla Tabella B, violando in tal modo la prescrizione di cui all’art. 1123 c.c. Nella resistenza del condominio, il tribunale con la sentenza del 13 gennaio 2005 rigettava la domanda, condannando l’attrice anche al rimborso delle spese di lite.

All’esito del giudizio di appello proposto dall’odierna ricorrente, la Corte di Appello di Palermo, con la sentenza n. 1064 del 30 luglio 2010, rigettava il gravame, ritenendo, per quanto ancora rileva in questa sede, che pur sussistendo un conflitto tra la previsione di cui all’art. 4 del regolamento, il cui secondo comma prevede che le spese relative alla conservazione e manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, delle cose comuni o destinate all’uso comune, nonchè di quelle di amministrazione dello stabile devono essere a carico dei condomini in proporzione al valore delle rispettive quote di cui alla tabella B, e quella di cui all’art. 14, che invece prevede che le spese relative alla conservazione e manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, delle cose comuni o destinate all’uso comune, nonchè di quelle di assicurazione RCT ed amministrazione del fabbricato, quelle relative ad innovazioni ed al funzionamento dei servizi comuni siano a carico dei condomini in proporzione delle quote millesimali di cui alla diversa Tabella A, riteneva condivisibile la conclusione già raggiunta dal Tribunale.

Ed, infatti, mentre l’articolo 4 risulta inserito tra le disposizioni di carattere generale del regolamento, l’art. 14 è specificamente dettato al fine di individuare il criterio di riparto delle spese, circostanza questa che impone di dover dare prevalenza, nel conflitto tra le due previsioni, a quella specificamente dettata in materia di spese.

D’altronde anche il principio di conservazione, che presiede all’attività di interpretazione del contratto, e nel caso di specie di un regolamento di natura contrattuale, nell’ipotesi in cui una stessa situazione sia disciplinata da due previsioni tra loro in insanabile contrasto, lungi dall’imporre di dover dare significato ad entrambe ovvero di privare entrambe di efficacia, impone piuttosto di optare per la prevalenza di quella previsione che meglio soddisfi l’interesse delle parti.

Pertanto, pur potendo il regolamento in astratto disciplinare la materia delle spese, seguendo criteri diversi da quelli di cui all’art. 1123 c.c., un’eventuale deroga a tali criteri legali avrebbe dovuto essere espressa in termini univoci, e comunque più chiari rispetto a quanto emerge dalla lettura dell’articolo del regolamento indicato dall’attrice.

Per l’effetto andava attribuita prevalenza alla disposizione di cui all’art. 14 che, nel richiamare la tabella A, prevede il riparto delle relative spese tra tutti i condomini, ivi inclusa la ricorrente, proprietaria del cantinato e di alcune unità a piano terra, invece escluse dalla previsione di cui alla Tabella B. Per la cassazione di tale sentenza, la Impre.Co.Ge. S.r.l. ha proposto ricorso, affidato a tre motivi.

Il condominio di (OMISSIS) ha resistito con controricorso.

La ricorrente ha depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363 e 1367 c.c., lamentandosi che l’interpretazione delle previsioni regolamentari offerta dal giudice di merito confliggerebbe con le norme in questione.

Con il secondo motivo di ricorso si denunzia anche la contraddittorietà della motivazione, sempre in punto di interpretazione delle previsioni regolamentari, assumendosi che non sarebbero stati adeguatamente valutati alcuni elementi rilevanti, omettendosi poi del tutto di valutare il comportamento tenuto dal condominio nel corso di oltre trent’anni, durante i quali si era fatta costante applicazione delle previsioni di cui alla Tabella B. Infine, con il terzo motivo di ricorso si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., sul presupposto che, una volta accertata la nullità della sentenza impugnata, resterebbe caducata anche la condanna alle spese disposta in sede di gravame.

2. Il ricorso è infondato e pertanto deve essere rigettato.

In primo luogo deve premettersi che costituisce orientamento assolutamente consolidato nella giurisprudenza della Corte quello secondo cui (cfr. da ultimo Cassazione civile, sez. 2^, 08/01/2016, n. 138) non è censurabile in Cassazione l’interpretazione del regolamento di condominio compiuta dai giudici di merito salvo che per violazione dei canoni ermeneutici o per vizi di motivazione (conf. Cassazione civile, sez. 2^, 23/05/2012, n. 8174; Cassazione civile, sez. 2, 04/04/2011, n. 7633).

Inoltre, e proprio in relazione all’interpretazione del regolamento condominiale di origine contrattuale, si è ribadito che (cfr.

Cassazione civile, sez. 2, 19/10/2012, n. 18052) ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto, il cui rilievo deve essere verificato alla luce dell’intero contesto contrattuale, sicchè le singole clausole vanno considerate in correlazione tra loro, dovendo procedersi al loro coordinamento a norma dell’art. 1363 c.c. e dovendosi intendere per “senso letterale delle parole” tutta la formulazione letterale della dichiarazione negoziale, in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone, e non già in una parte soltanto, quale una singola clausola di un contratto composto di più clausole, dovendo il giudice collegare e raffrontare tra loro frasi e parole al fine di chiarirne il significato.

Una volta ribadita la necessità di fare applicazione delle regole legali di interpretazione in materia di contratti anche al caso in esame, va altresì ricordato che costituisce principio di diritto del tutto consolidato presso questa Corte di legittimità, quello secondo il quale, con riguardo all’interpretazione del contenuto di una convenzione negoziale adottata dal giudice di merito, l’invocato sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sè, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati appunto a quel giudice, ma deve appuntarsi esclusivamente sul (mancato) rispetto dei canoni normativi di interpretazione dettati dal legislatore all’art. 1362 c.c. e ss., e sulla (in) coerenza e (il)logicità della motivazione addotta (cosi, tra le tante, Cass., Sez. 3, 10 febbraio 2015, n. 2465): l’indagine ermeneutica, è, in fatto, riservata esclusivamente al giudice di merito, e può essere censurata in sede di legittimità solo per inadeguatezza della motivazione o per violazione delle relative regole di interpretazione, con la conseguenza che non può trovare ingresso la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca nella prospettazione di una diversa valutazione ricostruttiva degli stessi elementi di fatto esaminati dal giudice a quo.

In tale prospettiva appare altresì incensurabile la soluzione ermeneutica alla quale sia pervenuto il giudice del merito laddove sia una delle possibili interpretazioni (cfr. Cass. 7500/07; Cass. 24539/09), non essendo, quindi, necessario che quella data dal giudice sia l’unica interpretazione possibile (Cass. 4178/07; Cass. n. 10131/06).

Tornando alla formulazione del ricorso appare evidente al Collegio che, ancorchè nel primo motivo venga dedotta la violazione delle regole di interpretazione del contratto, manchi tuttavia una puntuale indicazione delle precise violazioni delle regole legali di interpretazione, risolvendosi in realtà la critica nella sostanziale sollecitazione alla Corte a pervenire ad una diversa interpretazione conforme ai desiderata della ricorrente, senza che però le critiche all’iter argomentativo del giudice di appello consentano di addivenire alla conclusione che l’interpretazione auspicata dalla società attrice sia l’unica effettivamente possibile, ovvero che quella adottata dal giudice di merito si palesi del tutto implausibile.

In effetti, e stando a quelle che sono le espressioni letterali utilizzate nelle singole previsioni regolamentari, la stessa ricorrente non può esimersi dal riconoscere l’esistenza di un insanabile contrasto tra la disposizione di cui all’art. 4 e quella di cui all’art. 14, le quali con riferimento alla medesima tipologia di spese, fanno riferimento, quanto ai criteri di riparto a due diverse tabelle, entrambe allegate al regolamento.

Di tale contraddittorietà ha dato puntualmente contezza la sentenza gravata, la quale, al fine di risolvere il contrasto scaturente dalle confliggenti previsioni regolamentari, ha ritenuto di dover privilegiare il criterio rappresentato dalla rubrica dei due articoli, dando quindi prevalenza a quanto previsto dall’art. 14 che, secondo quanto emerge dall’intestazione e dalla collocazione nel corpo del regolamento, risulta espressamente deputato a dettare le regole di riparto delle spese condominiali, a fronte della diversa rubrica dell’art. 4 che invece recita “valori proporzionali”, avvalendosi di una formula che quindi non appare immediatamente correlata con lo scopo di offrire la disciplina delle modalità di riparto delle spese.

Trattasi di interpretazione che risulta fondata sulla corretta ricostruzione della volontà contrattuale ex art. 1362 c.c., condotta sulla scorta di criteri connotati da logicità e coerenza e che come tale non risulta, per quanto detto, sindacabile in questa sede.

Nè appare possibile invocare una pretesa contraddittorietà tra la rubrica degli articoli in esame e la rubrica delle tabelle richiamate, in quanto la pur differente formulazione prevista per la Tabella A (ripartizione millesimale delle quote di proprietà dell’edificio) non contrasta con la sua utilizzabilità, per effetto del richiamo di cui all’art. 14, ai fini del riparto delle spese tra i proprietari delle singole unità in proprietà esclusiva.

Del pari incensurabile appare la decisione della Corte distrettuale laddove, avendo dato atto del dato, evidentemente non contestato dalla stessa ricorrente, della contraddittorietà tra le due previsioni, ha stabilito che, in base ai principi affermati da questa Corte in tema di conservazione del contratto, non è possibile privare di efficacia entrambe le disposizioni, ma occorre individuare quale debba in ogni caso prevalere, in conformità della volontà delle parti (Cass. n. 2773/1996).

Non illogica e coerente con le suddette regole appare quindi la soluzione raggiunta nel caso di specie, mediante il richiamo alla necessità di privilegiare, tra le due soluzioni interpretative, o meglio al fine di risolvere il contrasto scaturente dalla chiara interpretazione delle due previsioni regolamentari, quella che asseconda la regola legale di cui all’art. 1123 c.c., anche in considerazione della necessità che una deroga alla norma di legge debba essere espressamente prevista (in tal senso si veda Cass. n. 5081 del 1990, secondo cui non è configurabile una deroga ai criteri di cui all’art. 1123 c.c. con riguardo alla mera esistenza di una tabella, allegata al regolamento, per la ripartizione di spese particolari di pertinenza dei soli appartamenti).

Nè coglie nel segno la denunzia di contraddittorietà della motivazione laddove si sostiene che l’opzione a favore della prevalenza dell’art. 14 renderebbe di fatto priva di qualsivoglia utilizzazione la Tabella B, di cui vi è menzione nell’art. 4 del regolamento, e ciò a differenza di quanto invece accadrebbe per la Tabella A, che, anche a dar rilievo determinante all’art. 4 per il riparto delle spese di amministrazione e di ordinaria e straordinaria manutenzione, potrebbe essere comunque applicata per le ipotesi di ricostruzione o perimento dell’edificio, atteso che, come si evince dalla stessa lettura della sentenza gravata (pag. 8 primo rigo), vi sarebbe nel regolamento la diversa previsione di cui all’art. 8 che, relativamente alle spese per l’acqua e per l’impianto di illuminazione, fa riferimento alla Tabella B, la quale per l’effetto, anche a ritenere recessiva la previsione di cui all’art. 4, sarebbe comunque destinata a mantenere una sua utilità.

Del pari inconferente appare la invocata necessità di tenere conto del comportamento complessivo tenuto dalle parti.

Ed, invero, premesso che secondo la giurisprudenza della Corte (cfr.

da ultimo Cass. n. 25840/2014) il principio “in claris non fit interpretatio” rende superfluo qualsiasi approfondimento interpretativo del testo contrattuale quando la comune intenzione dei contraenti sia chiara, non essendo a tal fine però sufficiente la chiarezza lessicale in sè e per sè considerata, sicchè detto principio non trova applicazione nel caso in cui il testo negoziale sia chiaro, ma non coerente con ulteriori ed esterni indici rivelatori della volontà dei contraenti, premesso altresì che la stessa ricorrente concorda sul fatto che le clausole in esame, intese singolarmente e sulla base delle chiare espressioni letterali utilizzate, portano ad una lettura che le pone in insanabile contrasto, il richiamo al comportamento delle parti, lungi dal completare l’attività di interpretazione, sarebbe in realtà un criterio per stabilire in che modo risolvere il contrasto, adducendo quindi un criterio alternativo rispetto a quelli fatti propri dal giudice di merito, e come detto connotati da logicità e congruenza, sicchè la deduzione mira anche in tale prospettiva a richiedere alla Corte di optare per una diversa interpretazione, che però non è l’unica possibile, risultato questo non consentito in questa sede.

In tal senso si veda anche Cass. n. 152/1981, che con specifico riferimento all’interpretazione del regolamento di condominio, ha affermato che il criterio posto, in tema di interpretazione della volontà contrattuale dall’art. 1362 c.c., comma 2, che attribuisce rilevanza al comportamento delle parti, posteriore alla conclusione del contratto, ha carattere sussidiario, sicchè il giudice è tenuto ad avvalersene solo quando il significato del contratto e la particolare clausola sia dubbia, ma non allorchè l’accertamento della comune intenzione delle parti (nella specie: clausola di regolamento condominiale) sia stata dedotta utilizzando il fondamentale criterio interpretativo logico letterale.

Ne consegue che stante la piana interpretazione letterale dell’art. 14, ed attesa la coerenza delle argomentazioni che hanno indotto la Corte distrettuale ad affermarne la prevalenza sull’art. 4, non è dato richiamare il comportamento delle parti per sovvertire il risultato ermeneutico al quale è giunto il giudice di merito.

Peraltro anche l’eventuale approvazione dei consuntivi negli anni precedenti, facendo applicazione della previsione di cui all’art. 4, non risulta se sia avvenuta con delibere adottate all’unanimità ovvero a maggioranza, atteso che solo nel primo caso sarebbe stato possibile ipotizzare un comportamento sicuramente ascrivibile alla intera compagine condominiale, risolvendosi altrimenti la deroga ai criteri di riparto di matrice regolamentare nella semplice adozione di una delibera invalida (in tal senso si veda Cass. n. 15702/2004, per la quale è ininfluente, ai fini interpretativi, una successiva delibera condominiale, adottata a maggioranza e contenente una diversa ripartizione delle spese rispetto a quanto previsto nella clausola regolamentare, rilevando che un comportamento complessivo posteriore al regolamento contrattuale sarebbe stato utilizzabile, ai sensi dell’art. 1362 c.c., solo se riferibile a tutti i condomini “uti singuli”).

Infine nemmeno conferente appare il richiamo ad una pretesa volontà del soggetto predisponente il regolamento contrattuale, atteso che tale argomentazione che si fonda sul presunto interesse dell’originario unico costruttore a dettare una deroga ai criteri di riparto delle spese tra tutti i condomini, onde avvantaggiare le unità immobiliari (e precisamente quelle poste nel piano cantinato ed al piano terra) delle quali aveva mantenuto la disponibilità, presupporrebbe la dimostrazione, del tutto carente, che effettivamente la società costruttrice, e che ha predisposto il regolamento, si fosse riservata la proprietà di tali beni (e ciò anche a voler tacere circa la novità della questione sollevata solo in questa sede).

Il rigetto dei primi due motivi implica che debba essere disatteso anche il terzo motivo di ricorso, la cui proposizione era chiaramente subordinata all’accoglimento dei primi due, mirando semplicemente a ribadire la necessità di dover intervenire anche sul capo relativo alle spese quale diretta conseguenza dell’auspicata, ma non intervenuta, riforma della sentenza d’appello.

3. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese del giudizio che liquida in complessivi Euro 3.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari a1 15 % sui compensi, ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda Sezione Civile, il 10 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 giugno 2016

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