Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12224 del 10/05/2021

Cassazione civile sez. III, 10/05/2021, (ud. 10/11/2020, dep. 10/05/2021), n.12224

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 35837/2018 R.G. proposto da:

L.M.A., rappresentata e difesa dall’Avv. ANGELO

MARIA PUNZI, domiciliata in Roma presso la Cancelleria della Corte

di Cassazione;

– ricorrente –

contro

S.G., rappresentato e difeso dall’Avv. VITO ZIZZI, con

domicilio eletto in Roma presso lo Studio dell’AVV. LEONARDO MUSA,

in Piazza Giovanni Randaccio n. 1;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 483/2018 della Corte d’Appello di Lecce, resa

pubblica il l’8 maggio 2018, successivamente emendata, con procedura

di correzione di errore materiale, con ordinanza del 7 ottobre 2018,

pubblicata il 17 ottobre 2018, non notificata.

Lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del sostituto

Procuratore Generale Dott. FRESA Mario, che ha chiesto di rimettere

la trattazione del ricorso alla Pubblica Udienza;

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 10 novembre

2020 dal Consigliere Dott. Marilena Gorgoni.

 

Fatto

RILEVATO

che:

S.G., adducendo di avere ricevuto da L.M.A. l’incarico di seguire la ristrutturazione dell’immobile di proprietà del figlio, V.A., sito in (OMISSIS), e lavori di bonifica di un terreno in contrada (OMISSIS), sosteneva di aver sopportato spese eccedenti le somme messegli a disposizione da L.M.A., nella misura di Euro 34.752,69, di cui chiedeva in giudizio il pagamento.

L.M.A. si costituiva con il figlio V.A., sostenendo che, allo scopo di agevolare le operazioni di ristrutturazione, aveva aperto un conto corrente presso il Banco di Napoli, cointestandolo a S.G., chiedeva il rigetto della domanda attorea, per difetto di prova dei presupposti per ottenere i pagamenti (in particolare, asseriva la mancanza di riscontro contabile), deduceva il difetto di legittimazione passiva del figlio, lamentava l’emissione da parte di S.G. di un assegno dell’importo di Euro 4.608,00 a favore della Curia vescovile di (OMISSIS) per ragioni estranee allo svolgimento del mandato, chiedeva di disporre il procedimento di rendimento dei conti, ex artt. 263 c.p.c. e segg. e instava perchè S.G. venisse condannato, oltre che per responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c., al pagamento della somma di Euro 5.000,00, per la risoluzione per inadempimento del contratto di mandato, alla restituzione di Euro 30.000,00, al risarcimento del danno ex delicto, nella misura di Euro 5.000,00.

Il Tribunale di Brindisi, con la sentenza n. 159/2012, condannava la convenuta al pagamento di Euro 5.100,84, ne rigettava la domanda riconvenzionale, ritenendo provato che S.G. avesse sborsato Euro 80.400,00 per eseguire l’incarico ricevuto, e che, avendo potuto contare solo su Euro 75.229,16, messigli a disposizione sul conto corrente dalla mandante, avesse diritto al pagamento della differenza, escludeva che S.G. avesse distratto somme versate sul conto corrente utilizzandole per scopi personali, negava che vi fosse prova del versamento da parte della mandante di Euro 40.000,00 in contanti, riteneva S.G. responsabile dell’inadempimento dell’obbligo di diligenza e di quello di rendicontazione gravanti ex lege sul mandatario, accoglieva, di conseguenza, la domanda di risoluzione del contratto per inadempimento formulata da L.M.A., compensava le spese di lite.

L.M.A. e V.A. impugnavano la suindicata decisione, contestando il calcolo aritmetico operato dal giudice di prime cure e le conseguenze che ne erano state tratte nonchè il mancato riconoscimento del suo diritto ad ottenere la restituzione di Euro 34.138,00.

Anche S.G. impugnava, in via incidentale, la decisione, chiedendo il pagamento di Euro 34.752,69.

La Corte d’Appello di Lecce, con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, rideterminava l’importo che L.M.A. era tenuta a restituire a S.G., portandolo ad Euro 27.883,64, regolava le spese di lite, confermava nel resto la decisione di prime cure.

Con ordinanza interlocutoria n. 8818/20 questa Corte riteneva opportuno il rinvio della trattazione del ricorso, in attesa della decisione della Corte Costituzionale sulla regola della partecipazione ai Collegi d’Appello dei giudici onorari.

La trattazione del ricorso è stata fissata in Camera di Consiglio ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., n. 1; sono state depositate conclusioni scritte da parte del Procuratore Generale, in persona del sostituto Dott. Fresa, il quale ha chiesto di rimettere la trattazione del ricorso alla Pubblica udienza.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Va, in primo luogo, osservato che la trattazione del ricorso è possibile, nonostante l’ordinanza di rimessione alla pubblica udienza, sulla scorta delle seguenti considerazioni:

a) essa non è vincolante per il Presidente titolare; b) nessun motivo di ricorso è riconducibile alla presenza del giudice ausiliario tra i componenti del collegio di appello; c) solo l’eventuale accoglimento della questione di costituzionalità determinerebbe un’ipotesi di nullità per difetto di costituzione del giudice, ai sensi dell’art. 158 c.p.c., sulla cui rilevabilità d’ufficio si registra il contrasto giurisprudenziale rilevato da Pubblico Ministero.

1.1. Si può dunque passare allo scrutinio dei motivi.

2. Con il primo L.M.A. invoca la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4. La sentenza, pur avendo ritenuto fondato il primo motivo di appello, con cui veniva lamentato l’errore del giudice di prime cure nel calcolo delle spese che S.G. aveva dimostrato di aver sostenuto per adempiere al mandato ricevuto – l’importo era di Euro 68.400,00 e non di Euro 80.400,00 – l’aveva condannata a corrispondere al mandatario, oltre agli Euro 5.100,00 già accertati dal primo giudice, anche l’ulteriore importo di Euro 22.783,64, per un totale di Euro 27.883,64.

Il motivo merita accoglimento.

La Corte d’Appello ha, infatti, accertato, accogliendone sul punto i motivi di appello, che a S.G. dovesse essere corrisposta dalla mandante la somma di Euro 22.783,64, derivante dal riconoscimento di ulteriori spese, rispetto a quelle accertate dal giudice di prime cure: e precisamente di Euro 10.000,00, per lavori di falegnameria eseguiti dalla ditta Safs, di Euro 2.000,00, per lavori di vetreria realizzati dalla Vetreria Z., di Euro 2.483,64, pagati alla ditta Ferrara, di Euro 2.500,00, corrisposti all’Autotrasporti D., di Euro 5.800,00, pagati alla ditta Euro Alba. Senonchè, pur affermando di accogliere il primo motivo di ricorso di L.M.A., riconoscendo l’errore di calcolo in cui era incorso il giudice di prime cure, quello di Appello si era limitato ad aggiungere alla somma che l’appellante era stata condannata a pagare a S.G. dal primo giudice, pari ad Euro 5.100,00, quella di Euro 22.783,64.

E’ vero che la Corte d’Appello aveva ritenuto necessario procedere ad un nuovo accertamento dei fatti, al fine di determinare l’entità delle somme spettanti a S.G., ma avendo espressamente dichiarato di accogliere il motivo di appello con cui L.M.A. aveva lamentato che la somma delle spese che il Tribunale di Brindisi aveva riconosciuto come direttamente riferibili al contratto di mandato non ammontavano ad Euro 84.000,00, bensì ad Euro 68.400,00, e che, pertanto, avendo ricevuto dalla mandante Euro 75.229,16, S.G. dovesse essere condannato a restituirle la differenza, la Corte d’Appello non avrebbe dovuto addizionare Euro 5.100,00 ad Euro 22.783,64, come se nel calcolo effettuato dal Tribunale fosse mancato solo il riconoscimento delle ulteriori somme riconosciute a S.G..

3. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per avere ritenuto, per un verso, di risolvere il contratto di mandato per inadempimento di S.G., senza condannarlo alla restituzione degli importi richiesti, essendo stata acquisita agli atti la prova della corretta esecuzione dei lavori, della mancanza di qualsivoglia contestazione, del fatto che la mandante spesso verificava di persona l’andamento dei lavori e che riceveva trimestralmente gli estratti conto della banca, per avere rigettato, per altro verso, la domanda di S.G. di rimborso di somme ulteriori, ritenendo non raggiunta la prova certa in ordine alla riferibilità degli esborsi richiesti all’oggetto del mandato.

Il motivo deduce in modo errato il vizio della violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, atteso che, per dimostrarne l’esistenza parte dal riferire dall’inizio della illustrazione, cioè dalla pag. 14 sino alla pag. 19, il suo secondo motivo di appello integralmente trascrivendolo e, poi, una parte della motivazione della sentenza di primo grado dalla seconda metà della pag. 19 stesa sino quino rigo della successiva e solo dopo, argomentando evidentemente da quanto sarebbe da desumere da ciò che ha trascritto, passa – dopo averla riportata – ad esporre la pretesa motivazione apparente perchè intrinsecamente contraddittoria.

Ora, il vizio ai sensi dell’art. 132, n. 4 citato è vizio che, connotando la motivazione come requisito di contenuto-forma della sentenza, per essere predicato dev’essere argomentato esclusivamente sulla base della sentenza, perchè è la sentenza stessa e solo essa che deve rivelarne l’esistenza.

Tanto basta a dire infondato il motivo, non senza doversi pure rilevare che nella parte successiva dell’esposizione si assume una contraddizione nella motivazione che non riesce comunque a spiegare sulla base della sola lettura della stessa, atteso che dalla motivazione stessa non si evince la relazione indicata dalla ricorrente fra ciò che la sentenza ha riconosciuto a favore del S. in accoglimento parziale del suo secondo motivo di appello incidentale e ciò che ha negato alla ricorrente esaminando il motivo di appello della stessa.

Tanto più che in questa parte successiva si fanno riferimenti a risultanze fattuali delle quali si sollecita l’apprezzamento.

4. Con il terzo motivo, subordinato al precedente, la ricorrente assume la violazione e/o falsa applicazione di norma di diritto ed in particolare dell’art. 1458 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, non avendo la sentenza impugnata fatto conseguire alcun effetto restitutorio all’accoglimento della domanda di risoluzione del contratto per inadempimento: domanda che, invece, avrebbe dovuto comportare il venir meno, con effetto retroattivo, del diritto di S.G. di trattenere quanto ricevuto e non utilizzato per adempiere al mandato.

Il motivo è inammissibile, in quanto vi si sostiene che era stata evocata la norma dell’art. 1458 c.c., con il secondo motivo di appello, ma omette di indicare dove e come ciò era avvenuto, in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, sicchè la questione non sfugge al rilievo di novità eccepito dalla parte resistente.

A tanto si aggiunga che la ricorrente parte da una premessa in iure non corretta, cioè che la risoluzione per inadempimento comporti ipso iure un effetto restitutorio integrale e per giunta unilaterale, postulato dalla retroattività della risoluzione. Il che, in verità, non è, giacchè l’effetto retroattivo che consegue all’esercizio del rimedio solutorio rimuove alla radice il contratto, ma non è idoneo a governare la restituzione delle prestazioni eventualmente eseguite. Significa, in altri termini, che la retroattività deve conformarsi all’esigenza di tutelare i valori espressi pialle parti nel rapporto sinallagmatico eseguito che nella specie si è svolto come rapporto di durata, il che evidenzia che si è risolto a partire da un certo momento.

5. In definitiva, a Corte accoglie il primo motivo di ricorso; ritiene infondato il secondo e inammissibile il terzo; cassa la decisione in relazione al motivo accolto e rinvia la controversia alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione, anche pere la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, rigetta i restanti; cassa la decisione in relazione al motivo accolto e rinvia la controversia, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio dalla Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 10 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2021

 

 

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