Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12198 del 06/06/2011

Cassazione civile sez. lav., 06/06/2011, (ud. 08/02/2011, dep. 06/06/2011), n.12198

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. DI CERBO Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. FILABOZZI Antonio – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 17013/2009 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO Luigi, che la rappresenta e difende,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C.

MORIN 45, presso lo studio dell’avvocato TOSCANO GIUSEPPE MARIA,

rappresentata e difesa dall’avvocato SALMERI Ferdinando, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 782/2008 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, depositata il 21/07/2008 R.G.N. 302/05;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

08/02/2011 dal Consigliere Dott. VINCENZO DI CERBO;

udito l’Avvocato FIORILLO LUIGI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata in data 21 luglio 2008 la Corte d’appello di Reggio Calabria ha confermato la sentenza di prime cure che aveva dichiarato l’inefficacia del licenziamento intimato da Poste Italiane s.p.a. a P.A.M. con decorrenza 1 gennaio 2002 e aveva condannato la suddetta società a reintegrare la lavoratrice nel posto di lavoro oltre al risarcimento del danno ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18.

In particolare riteneva che la comunicazione prevista dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, concernente le modalità di applicazione dei criteri di scelta, fosse inadeguata in quanto contenente unicamente l’elenco dei lavoratori prescelti e pertanto priva di indicazioni concernenti le modalità di comparazione tra le posizioni soggettive dei diversi lavoratori al fine di individuare i destinatari del provvedimento espulsivo; ciò impediva la verifica in concreto della coerenza della scelta effettuata dalla società rispetto ai criteri stabiliti negli accordi sindacati.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso Poste Italiane s.p.a. affidato a un unico motivo illustrato da memoria. La lavoratrice resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo di ricorso Poste Italiane s.p.a. denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, e art. 5, comma 3. Contesta la statuizione della sentenza impugnata secondo cui la comunicazione della società ai sensi dell’art. 4, comma 9, prima citato era insufficiente essendo priva delle indicazioni previste dalla legge. Premesso che il criterio di scelta concordato con le organizzazioni sindacali faceva riferimento a tutti i dipendenti con diritto a pensione di anzianità o vecchiaia, deduce che nella comunicazione de qua inviata il 14 dicembre 2001 erano state puntualmente specificate le modalità dei recessi anche attraverso il richiamo alle pattuizioni contenute negli accordi con le OOSS del 17 e 23 ottobre 2001.

I ricorso è fondato e deve essere pertanto accolto.

La sentenza impugnata ha, in sostanza, ritenuto che la comunicazione inviata dall’azienda all’Ufficio regionale del lavoro e della massima occupazione competente, alla Commissione regionale per l’impiego e alle associazioni di categoria di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 2, fosse priva dei requisiti previsti dal comma 9 dello stesso art. 4 atteso che tale comunicazione, nella parte in cui si riferisce alle modalità di applicazione dei criteri di scelta, può dirsi adeguata solo allorchè contenga la puntuale indicazione degli elementi che sorreggono la salutazione comparativa in relazione a tutti i dipendenti tra i quali la scelta è stata operata e non solo ai destinatari del recesso. Nel caso di specie, ad avviso della Corte territoriale, la comunicazione conteneva soltanto l’elenco dei lavoratori da licenziare e cioè l’esito della comparazione effettuata e pertanto non consentiva di verificare in concreto la reale aderenza ai criteri di scelta fissati e la loro corretta esecuzione.

Tale iter motivazionale deve considerarsi erroneo.

Secondo il costante insegnamento di questa Corte di legittimità (cfr., in particolare, Cass. 9 agosto 2004 n. 15377), in tema di procedura di mobilità, la previsione di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, secondo cui il datore di lavoro, nella comunicazione ivi prevista deve dare una “puntuale indicazione” dei criteri di scelta e delle modalità applicative, comporta che, anche quando il criterio prescelto sia unico, il datore di lavoro deve provvedere a specificare nella detta comunicazione le sue modalità applicative, in modo che la stessa raggiunga quel livello di adeguatezza sufficiente a porre in grado il lavoratore di percepire perchè lui – e non altri dipendenti – sia stato destinatario del collocamento in mobilità o del licenziamento collettivo e, quindi, di poter eventualmente contestare l’illegittimità della misura espulsiva, sostenendo che, sulla base del comunicato criterio di selezione, altri lavoratori – e non lui – avrebbero dovuto essere collocati in mobilità o licenziati.

Discende dal suddetto principio che, poichè la specificità dell’indicazione delle modalità di applicazione del criterio di scelta adottato è funzionale a garantire al lavoratore destinatario del provvedimento espulsivo la piena consapevolezza delle ragioni per cui la scelta è caduta su di lui, in modo da consentirgli una puntuale contestazione della misura espulsiva, il parametro per valutare la conformità della comunicazione al dettato di cui all’art. 4, comma 9, deve essere individuato nell’idoneità della comunicazione, con riferimento al caso concreto, di garantire al lavoratore la suddetta consapevolezza.

La sentenza impugnata non ha fatto corretta applicazione del suddetto principio avendo basato la propria decisione esclusivamente sul rilievo formale che, poichè la comunicazione conteneva l’elenco dei soli lavoratori destinatari del provvedimento espulsivo e non di tutti i dipendenti fra i quali era stata operata la scelta, essa non era idonea a consentire una verifica in concreto della reale aderenza della scelta operata dal datore di lavoro ai criteri fissati in sede di accordo sindacale. Nessuna valutazione è stata fatta dalla Corte territoriale sul contenuto complessivo della comunicazione inviata in data 14 dicembre 2001 (anche se menzionata nella narrativa della sentenza impugnata) con la quale si dava puntuale indicazione dell’unico criterio di scelta adottato e che accompagnava la trasmissione dell’elenco citato in sentenza.

Da tale comunicazione inviata ai sensi della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, e dal richiamo nella stessa contenuto agli accordi sindacali in data 17-18 ottobre 2001, si evince che la scelta dei lavoratori oggetto del provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro è stata operata, in esecuzione degli accordi suddetti, sulla base di un unico criterio, che individuava i destinatari del provvedimento espulsivo in tutti i lavoratori che entro il 31 dicembre 2001 sarebbero stati in possesso dei requisiti previsti dalla legge per avere diritto alla pensione di anzianità o di vecchiaia. L’elenco dei suddetti lavoratori, menzionato dalla sentenza impugnata ed allegato a tale comunicazione doveva essere esaminato alla luce del suddetto criterio di scelta che, avendo natura oggettiva e riguardando, senza alcuna distinzione, tutti i lavoratori in possesso dei requisiti sopra indicati, rendeva superflua ogni comparazione con i lavoratori privi del suddetto requisito. In altre parole per la verifica della corretta applicazione del suddetto criterio era sufficiente il riscontro della sussistenza, in capo al lavoratore interessato, del requisito del diritto alla pensione di anzianità o di vecchiaia, requisito desumibile dall’elenco inviato come allegato alla comunicazione de qua.

Ha errato pertanto la Corte territoriale che, nell’applicare la disciplina di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, e, in particolare nel valutare l’adeguatezza della comunicazione prevista dalla norma suddetta rispetto ai parametri ivi indicati, ha basato le proprie conclusioni su un elemento formale costituito dalla comunicazione dell’elenco dei soli lavoratori prescelti (e quindi privo dell’indicazione dell’intera platea di lavoratori nell’ambito della quale la scelta è stata operata) senza valutare, in conformità alla ratio legis della disposizione in esame, la comunicazione nel suo complesso e senza, in particolare, considerare che, per le ragioni prima indicate, in relazione al criterio di scelta adottato, indicato specificamente nella comunicazione stessa, la compilazione e trasmissione dell’elenco dei soli destinatari del provvedimento espulsivo, era pienamente idonea a soddisfare quell’esigenza di tutela, sopra individuata, posta alla base della norma prima citata. Da ciò consegue che il vizio procedurale che, a parere della Corte d’appello, avrebbe inficiato il licenziamento non sussiste.

In accoglimento del ricorso la sentenza impugnata deve essere cassata. Rilevato che l’unico profilo di illegittimità del licenziamento in esame è quello esaminato nei suddetti motivi e che una volta ritenuta l’insussistenza di tale profilo di illegittimità, rispetto al quale non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, il licenziamento stesso deve ritenersi pienamente legittimo, sussistono i presupposti per decidere la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ. e per l’effetto l’originaria domanda del lavoratore deve essere rigettata.

Considerato l’esito della controversia e tenuto conto della complessità della fattispecie esaminata, si ritiene conforme a giustizia compensare integralmente fra le parti le spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa e, decidendo nel merito, rigetta la domanda della lavoratrice; compensa le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2011

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