Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12178 del 07/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/05/2021, (ud. 23/03/2021, dep. 07/05/2021), n.12178

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10147-2020 proposto da:

A.D.A.A., elettivamente domiciliato presso la

cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA.

rappresentato e difeso dall’avvocato VITTORIA LUPI;

– ricorrente-

contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE DI ROMA 2 SEZIONE DI ANCONA, PROCURATORE GENERALE

PRESSO CORTE CASSAZIONE;

– intimati –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– resistente –

avverso il decreto RG. n. 4089/2019 del TRIBUNALE di ANCONA,

depositato l’08/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di Consiglio non

partecipata del 23/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. TRICOMI

LAURA.

 

Fatto

RITENUTO

che:

A.D.A.A., nato in Bangladesh, impugnava dinanzi al Tribunale di Ancona la decisione della Commissione Territoriale, che aveva dichiarato inammissibile ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29, comma 1, la domanda di protezione internazionale da lui proposta in data 10/9/2018.

Il Tribunale, respinta l’istanza di sospensione avanzata in sede cautelare, ha rigettato il ricorso.

Sulla premessa che, nel caso in esame, ricorreva una domanda di protezione reiterata, in quanto vi era già stato un diniego ad una precedente domanda proposta dal ricorrente in sede amministrativa, confermato dal Tribunale di Ancona e dalla Corte di appello distrettuale, sul quale, infine, si era pronunciata la Corte di cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso del richiedente con ordinanza del 13/7/2018, il Tribunale ha ravvisato l’infondatezza del ricorso sulla decisiva considerazione che il richiedente non aveva prodotto “nuovi elementi” a sostegno della domanda, avendo rappresentato il medesimo racconto in merito alle ragioni di fuga, in termini che non mutavano la valutazione di carente attendibilità dello stesso, aveva allegato un documento di non agevole comprensione le cui risultanze non mutavano la valutazione di carente attendibilità espressa nell’ambito del primo procedimento e l’unico aspetto di novità rappresentato era la circostanza, non decisiva perchè non costituiva una nuova risultanza rispetto alla storia narrata, che il richiedente stava svolgendo attività lavorativa sul territorio nazionale.

Il richiedente propone ricorso per cassazione con quattro mezzi. Il Ministero dell’Interno ha depositato mero atto di costituzione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.1. Con il primo motivo si denuncia la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame circa il motivo del ricorso introduttivo per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29, comma 1; omessa audizione del ricorrente e omesso avviso circa la possibilità di produrre osservazioni a sostegno della domanda di protezione internazionale reiterata.

Il ricorrente si duole che non sia stato esaminato il motivo di impugnazione con il quale si era doluto dell’omessa audizione dinanzi alla Commissione; si duole che il Tribunale non abbia tenuto conto delle dichiarazioni rese all’udienza di comparizione svoltasi il 31/10/2019 ove aveva dichiarato, riferendo delle vicende che avevano coinvolto la sua famiglia “ci hanno mandato via di casa, ora i miei genitori vivono in una barca, di solito mando i soldi, ma adesso non hanno telefono e non hanno indirizzo perchè vivono nella barca, me lo ha detto un amico che li ha visti partire, non vedo i genitori da otto anni” (fol. 4 del ricorso).

1.2. Con il secondo motivo si denuncia la violazione dell’art. 738, comma 3, e s. e degli artt. 359 e 184 c.p.c. e della Convenzione di Ginevra, perchè il Tribunale non avrebbe proceduto all’assunzione in maniera esaustiva della prova orale del ricorrente.

Il ricorrente sostiene che sarebbe errato l’assunto contenuto nel decreto circa il fatto che l’unico elemento di novità era costituito dallo svolgimento di attività lavorativa in Italia da parte del ricorrente, mentre egli aveva allegato “le nuove persecuzioni nel suo Paese di origine che sono state la causa delle angherie subite dalla sua famiglia che ha perso ogni bene” (fol.6 del ricorso).

Si duole che in merito non siano stati attivati i poteri officiosi di indagine.

1.3. Con il terzo motivo si denuncia la erronea valutazione dei fatti e la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2017, artt. 14 e 16, in relazione al diniego dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, deducendo la condizione di perseguitato e la presenza in Bangladesh di una situazione sociopolitica connotata da violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato interno o internazionale.

1.4. Con il quarto motivo si denuncia la erronea valutazione dei fatti e la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al diniego della protezione umanitaria, rappresentando di essersi inserito positivamente nel tessuto sociale italiano e di non poter rientrare nel proprio Paese, essendo stato privato della casa e del terreno.

Il ricorrente lamenta che il Tribunale, senza indagare sulle ragioni del precedente rigetto della richiesta di protezione internazionale, si sia limitato a redigere una sorta di trattato in tema di reiterazione delle domande di protezione.

2.1. Il ricorso è inammissibile e i motivi possono essere, pertanto, trattati congiuntamente.

2.2. Sul piano normativo, giova rammentare che il D.Lgs. n. 25 del 2008, all’art. 29, prevede che la Commissione territoriale dichiari inammissibile la domanda di protezione senza procedere all’esame anche nel caso in cui (lettera b) il richiedente abbia reiterato identica domanda dopo l’assunzione di una decisione da parte della Commissione stessa senza addurre nuovi elementi in merito alle sue condizioni personali o alla situazione del suo Paese di origine.

L’art. 32 della Direttiva 01/12/2005 n. 852005/85/CE (Direttiva del Consiglio recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato), in tema di domande reiterate, prevedeva che se una persona che ha chiesto asilo in uno Stato membro rilascia ulteriori dichiarazioni o reitera la domanda nello stesso Stato membro, questo può esaminare le ulteriori dichiarazioni o gli elementi della domanda reiterata nell’ambito dell’esame della precedente domanda o dell’esame della decisione in fase di revisione o di ricorso, nella misura in cui le autorità competenti possano tenere conto e prendere in considerazione tutti gli elementi che sono alla base delle ulteriori dichiarazioni o della domanda reiterata in tale ambito.

Tale disciplina è stata sostituita da quella, sul punto ricompilativa, di cui all’art. 40 della successiva Direttiva 26/06/2013 n. 322013/32/CE (Direttiva UE recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale-rifusione) che, all’art. 53, ha abrogato la precedente.

La citata disciplina Europea prevede che la domanda di asilo reiterata sia anzitutto sottoposta a esame preliminare per accertare se, dopo il ritiro della domanda precedente, o dopo che sia stata presa la decisione su quella domanda, siano emersi o siano stati addotti dal richiedente elementi o risultanze nuovi, rilevanti per l’esame dell’eventuale qualifica di rifugiato.

Pertanto, solo se l’esame preliminare permette di concludere che sono emersi o sono stati addotti dal richiedente elementi o risultanze nuovi, che aumentano in modo significativo la probabilità che al richiedente possa essere attribuita la qualifica di beneficiario di protezione internazionale si può dar ingresso ad un rinnovato esame nel merito della richiesta.

2.3. Questa Corte ha avuto modo di affermare in proposito che i “nuovi elementi”, alla cui allegazione il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29, lett. b), subordina l’ammissibilità della reiterazione della domanda di riconoscimento della tutela, possono consistere, oltre che in nuovi fatti di persecuzione o comunque costitutivi del diritto alla protezione stessa, successivi al rigetto della prima domanda da parte della competente Commissione, anche in nuove prove dei fatti costitutivi del diritto, purchè il richiedente non abbia potuto, senza sua colpa, produrle in precedenza innanzi alla commissione in sede amministrativa, nè davanti al giudice introducendo il procedimento giurisdizionale di cui al D.Lgs. cit., art. 35 (Cass. n. 5089 del 28/02/2013).

E’ stato anche ritenuto che nel procedimento di riconoscimento della protezione internazionale per lo straniero, è ammissibile la reiterazione della domanda quando vengano addotti nuovi elementi, anche sussistenti al momento della precedente richiesta, che il ricorrente non aveva tuttavia potuto, senza sua colpa, prospettare in difetto di prove (Cass. n. 4522 del 05/03/2015, n. 4522).

2.4. Nella fattispecie, trattandosi di domanda reiterata, non doveva essere rinnovata l’audizione dinanzi alla Commissione in presenza dell’esposizione dei medesimi fatti già vagliati in occasione della precedente domanda.

Nel caso in esame, il Tribunale ha verificato che il ricorrente aveva rappresentato la medesima storia – relativa a contrasti insorti per problemi proprietari riguardanti la sua famiglia concernenti un terreno, culminati in un aggressione nei confronti suoi e del figlio, rimasto ustionato – già proposta per sostenere la prima domanda di protezione internazionale, senza fornire nuovi elementi a sostegno e senza fornire valide giustificazioni in relazioni ad eventuali colpevoli omissioni, limitandosi a produrre un documento di oscura comprensione e a prospettare l’avvenuto inserimento in Italia.

Tale conclusione non risulta smentita dal ricorrente che riferisce di avere narrato in sede di audizione degli esiti di questi conflitti proprietari, che avevano indotto i suoi genitori a trasferirsi altrove, vivendo su una barca, genitori che non vedeva da otto anni, e null’altro perchè – a suo dire – vittima di un blocco psicologico che non gli consentiva di esprimersi. Invero, e decisivamente, non viene nemmeno illustrato quale sarebbe l’elemento di novità relativo alle circostanze che avevano indotto la sua partenza dal Bangladesh, sottoposte alla Commissione ed ai giudici nel corso della prima domanda e del conseguente giudizio.

2.5. Le censure sono inammissibili perchè non colgono la ratio decidendi e perchè introducono riferimenti, oltremodo generici a persecuzioni di cui il ricorrente sarebbe stato vittima, senza chiarire quale sia l’elemento fondante della rivendicata ammissibilità della reiterazione. Questa Corte non è stata così posta in condizione di apprezzare la validità delle recriminazioni del ricorrente, specie a fronte del ricordato reciso diniego di novità opposto dal Tribunale.

Occorre puntualizzare che la disciplina sopra illustrata richiede il carattere incolpevole della mancata precedente allegazione del nuovo elemento; pertanto un ulteriore motivo di inammissibilità va colto nel fatto che il ricorrente omette totalmente di dimostrare, e anche solo dedurre, le ragioni, che, a suo dire, avrebbero giustificato la mancata allegazione della nuova circostanza in sede di prima domanda e soprattutto nell’ambito del giudizio di cognizione attinente il riconoscimento della protezione internazionale, da lui introdotto con ministero e assistenza legale di un difensore abilitato.

Invero, in caso di reiterazione della domanda di protezione D.Lgs. n. 25 del 2008 ex art. 29, lett. b), dopo che si sia già svolto un precedente giudizio diretto al riconoscimento della protezione internazionale, il richiedente asilo, a pena di inammissibilità della nuova istanza, è tenuto a indicare le ragioni per cui, senza colpa, non abbia potuto addurre i “nuovi elementi” nel giudizio di cognizione da lui proposto, atteso che quest’ultimo ha ad oggetto non già l’impugnazione del provvedimento di diniego da parte della Commissione territoriale, ma il riconoscimento del proprio diritto soggettivo alla protezione invocata, sicchè in esso è anche possibile integrare le deduzioni svolte in sede amministrativa (Cass. n. 18440 del 9/7/2019), ma ciò, alla stregua del decreto e del ricorso, nel presente caso non risulta essere avvenuto.

3. In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile.

Non si provvede sulle spese, in assenza di attività difensiva del resistente.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 bis (Cass. S.U. n. 23535 del 20/9/2019).

PQM

– Dichiara inammissibile il ricorso;

– Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2021

 

 

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