Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12160 del 07/05/2021

Cassazione civile sez. III, 07/05/2021, (ud. 13/11/2020, dep. 07/05/2021), n.12160

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13197/2017 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato a ROMA, VIA

CESARE BECCARIA 29, presso lo studio dell’avvocato ANTONIETTA

CORETTI, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati

VINCENZO STUMPO, e VINCENZO TRIOLO;

– ricorrente –

contro

Avv. S.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA RODI

32, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPINA BONITO, rappresentato

e difeso da se medesimo;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3346/2016 del TRIBUNALE di FOGGIA, depositata

il 24/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/11/2020 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

uditi gli avvocati MARIA PASSARELLI, per la parte ricorrente, e

S.V. per la parte controricorrente.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Nel 2006 il Tribunale di Foggia condannò l’INPS a corrispondere ad un lavoratore agricolo una somma di denaro a titolo di trattamento di disoccupazione, nonchè al pagamento di un terzo delle spese di lite (compensando il resto), che vennero distratte a favore del difensore della parte vittoriosa, avvocato S.V..

2. Nel 2013 l’avv. S., pur dando atto di aver ricevuto il pagamento della sorte capitale e di spese successive, intimò precetto all’INPS per conseguire il pagamento di ulteriori spese che sosteneva essergli dovute, procedendo quindi al pignoramento presso terzi nei confronti dell’INPS.

3. Il giudice dell’esecuzione, con provvedimento del 12 maggio 2015, ritenendo non consentita la autoliquidazione del credito effettuata con il precetto, dichiarò l’estinzione della procedura esecutiva e ordinò lo svincolo delle somme pignorate.

4. Avverso questo provvedimento l’avv. S. propose opposizione agli atti esecutivi con ricorso depositato il 13 maggio 2015.

Il giudice fissò il termine per la comparizione e il termine per la notifica del ricorso e del decreto, quindi adottò il 15 ottobre 2015 un’ordinanza con la quale dichiarò l’incompetenza del tribunale adito, per essere competente per valore il giudice di pace davanti al quale rimise la causa, e dichiarò estinta la procedura esecutiva.

5. – Con ricorso depositato in data 4 novembre 2015 l’avv. S. propose una seconda opposizione agli atti esecutivi contro quest’ultimo provvedimento del giudice dell’esecuzione. Questi, ritenendo di non dover adottare provvedimenti d’urgenza, si limitò a fissare il termine per l’inizio del giudizio di merito davanti al giudice competente.

6. – Infine, l’avv. S. introdusse il giudizio di merito relativo alla seconda opposizione agli atti esecutivi, citando l’INPS a comparire davanti al Tribunale di Foggia, ove il giudice monocratico pronunciava la sentenza n. 3346 del 24.11.2016 accogliendo l’opposizione agli atti esecutivi del S., revocando la ordinanza di improcedibilità, condannando l’Inps al pagamento delle spese di precetto e al pagamento delle spese di lite che liquidava in Euro 3.800,00 per onorari.

7. – L’INPS ricorre, affidandosi a cinque motivi illustrati da memoria, con atto notificato il 23/05/2017, per la cassazione della sentenza n. 3346 del 24/11/2016, in causa iscritta al n. 2622/16 r.g. del Tribunale di Foggia, con cui questo ha accolto l’opposizione agli atti esecutivi proposta dall’avv. S.V. contro il provvedimento del 15/10/2015 adottato dal g.e., a conclusione della fase sommaria della opposizione sempre da lui proposta (con ricorso dep. il 13/05/2015) avverso il precedente provvedimento del g.e., con cui era stata definita l’espropriazione presso terzi intrapresa dall’avvocato nei suoi confronti (per il recupero delle spese successive al pagamento della sorta capitale recata da una sentenza di quel tribunale in funzione di giudice del lavoro, che aveva pronunciato la distrazione delle spese di lite in suo favore), liberando nel contempo le somme pignorate.

8. – Resiste l’intimato con controricorso.

9. – La causa è stata dapprima avviata alla trattazione in adunanza camerale non partecipata, previa formulazione di una proposta di definizione in Camera di consiglio ex art. 380-bis c.p.c., comma 1, come modif. dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1 bis, comma 1, lett. e), conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197 ma con ordinanza 27.9.2018 n. 23433 il Collegio ha disposto la rimessione della causa alla pubblica udienza.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorrente propone cinque motivi: il primo, di “violazione degli artt. 616,617 e 618 c.p.c.”; il secondo, di “violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 93,409,617,618 e 618 bis c.p.c.”; il terzo, di “nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e dell’art. 118 disp. att. c.p.c.”; il quarto, di “violazione dell’art. 480 c.p.c.” in ordine alle spese successive al titolo autoliquidate dal precettante in precetto; il quinto, di “violazione o falsa applicazione del combinato disposto dell’art. 91 c.p.c. e del D.M. n. 55 del 2014, art. 4”.

2. – Preliminarmente rileva questa Corte che il ricorso, proposto avverso una sentenza di primo grado, è ammissibile in quanto non vi è una esplicita qualificazione dell’azione introdotta nel procedimento impugnato in termini di opposizione all’esecuzione, che avrebbe imposto di utilizzare il mezzo di impugnazione dell’appello sulla base del principio dell’apparenza, e per contro l’opposizione è rettamente qualificabile come opposizione agli atti esecutivi atteso che con essa si contesta la regolarità dell’atto che definisce la fase sommaria.

3. – Con il primo motivo l’istituto deduce in via preliminare la nullità della sentenza impugnata, per aver ritenuto ammissibile la proposizione di una opposizione agli atti esecutivi avverso l’ordinanza che definiva la fase sommaria.

La sentenza del Tribunale di Foggia impugnata in questa sede era chiamata a stabilire la legittimità dell’ordinanza pronunciata dal Giudice dell’esecuzione il 15.10.2015, con la quale il suddetto giudice dell’esecuzione aveva – a definizione della fase sommaria di una opposizione agli atti esecutivi – ribadito l’estinzione di un procedimento esecutivo, confermando quanto già statuito con precedente provvedimento del 12.5.2015, con il quale disponeva la liberazione delle somme pignorate.

3.1. – Il motivo è fondato ed assorbe i successivi, in quanto l’opposizione non avrebbe mai potuto essere proposta, e la sentenza deve essere cassata senza rinvio, come già stabilito da questa Corte con la sentenza 13.11.2019 n. 29335, in identica fattispecie pendente tra le stesse parti.

E’ pacifico infatti che l’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione chiude la fase sommaria, in quanto provvedimento privo di definitività, non è autonomamente impugnabile, nè con il ricorso straordinario di cui all’art. 111 Cost., in quanto priva di definitività (v. Cass. n. 25111 del 2015) e comunque non con l’opposizione agli atti esecutivi (v. Cass. n. 2353 del 2017), avendo la parte altri strumenti a fronte dell’omessa fissazione del termine per l’inizio del giudizio di merito: potrà tutelarsi dando direttamente inizio al giudizio di merito, ovvero formulando la richiesta di fissazione del termine (v. Cass. n. 5060 del 20141; Cass. 22033 del 2011).

4. – In accoglimento del primo motivo di ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata senza rinvio, perchè l’opposizione agli atti esecutivi non poteva essere proposta.

I restanti motivi rimangono assorbiti.

5. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

La pronuncia di cassazione senza rinvio impone di provvedere in questa sede anche sulle spese del giudizio di appello, che andranno anch’esse poste a carico della parte soccombente, ex art. 91 c.p.c..

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo, assorbiti gli altri; cassa senza rinvio la sentenza impugnata;

(-) condanna S.V. alla rifusione in favore di dell’INPS delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 1.000, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfetarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) condanna S.V. alla rifusione in favore di dell’INPS delle spese del giudizio d’appello, che si liquidano nella somma di Euro 1.000, oltre 200 per spese vive, I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2,;

(-) dà atto che non sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di S.V. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 13 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2021

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