Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12151 del 22/06/2020

Cassazione civile sez. I, 22/06/2020, (ud. 20/11/2019, dep. 22/06/2020), n.12151

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina A.R. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20479/2018 proposto da:

I.A., rappresentato e difeso dall’avvocato Martino Benzoni,

giusta procura speciale allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TRIESTE, depositato il

01/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/11/2019 dal cons. PARISE CLOTILDE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con Decreto n. 1675 del 2018 depositato il 01-06-2018 il Tribunale di Trieste, ha respinto il ricorso di I.A., cittadino del Pakistan, avente ad oggetto in via gradata il riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria. Il Tribunale ha ritenuto che fosse non credibile la vicenda personale narrata dal richiedente, il quale riferiva di essere fuggito perchè ricercato sia dai talebani, in quanto convinti che li avesse denunciati, sia dalla Polizia. Il Tribunale ha ritenuto che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, avuto anche riguardo alla situazione del Pakistan e in particolare della regione del (OMISSIS), nella quale non era sussistente conflitto interno caratterizzato da violenza indiscriminata.

2. Avverso il suddetto provvedimento, il ricorrente propone ricorso per cassazione, affidato a sette motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, che è rimasto intimato. Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente il ricorrente deduce “Eccezione di incostituzionalità del D.L. n. 13 del 2017, artt. 3 e 4, art. 6, comma 1, lett. a), d), f) e g), art. 7, comma 1, lett. a), b), d) ed e), art. 8, comma 1, lett. a), b), numeri 2), 3) e 4), e c) e art. 10 artt. 21 e 23, e di conseguenza quelle di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008 artt. 14,35 e 35 bis in relazione all’art. 77 Cost., comma 2”; deduce altresì “Eccezione di incostituzionalità del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, in relazione agli artt. 3,24 e 111 Cost. e art. 6 CEDU, art. 117 Cost. e contrarie alle Direttive 2005/85/CE e 2013/32/UE”. Il ricorrente chiede di sollevare questione di illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, introdotto dalla L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g), in relazione ai seguenti profili: 1) l’adozione del rito camerale e l’eliminazione del grado d’appello, per la violazione degli artt. 3,24 e 111 Cost., nonchè in relazione all’art. 46 par. 3 della direttiva 32/2013 ed agli artt. 6 e 13CEDU; 2) la mancanza del requisito di straordinarietà ed urgenza per violazione dell’art. 77 Cost..

2. Con le ordinanze n. 17717/2018 e n. 28119/2018 questa Corte ha ritenuto manifestamente infondate tutte le questioni di illegittimità costituzionale che il ricorrente ripropone. Le argomentazioni di cui alle citate ordinanze, da intendersi, per brevità, richiamate, sono integralmente condivise dal Collegio.

3. Con i motivi primo, secondo e terzo lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, erronea o falsa applicazione delle norme di diritto di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 8 e 9, e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3. Deduce che il Tribunale non ha acquisito i documenti relativi alla procedura amministrativa, in violazione del citato art. 35 bis, comma 8, in ordine all’obbligo della Commissione Territoriale di collaborare nell’istruttoria. Tale violazione ha compromesso, ad avviso del ricorrente, il suo diritto di difesa, potendo trattarsi di documentazione decisiva. Deduce di aver prodotto il certificato di domicilio in originale, che non era stato ritenuto genuino dal Tribunale. Rileva che, pertanto, a maggior ragione sarebbe stata necessaria l’acquisizione delle COI aggiornate e un’indagine per accertare l’attendibilità del suo racconto e l’autenticità del documento. Ad avviso del ricorrente erroneamente il Tribunale non ha acquisito d’ufficio informazioni circa riscontri oggettivi sulla credibilità della sua vicenda personale e sulla situazione della (OMISSIS), violando il dovere di cooperazione istruttoria e il principio di attenuazione dell’onere probatorio, come da giurisprudenza che richiama.

4. Con il quarto motivo lamenta “art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, erronea o falsa applicazione delle norme di diritto di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14”. Con il quinto motivo lamenta “art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, erronea o falsa applicazione delle norme di diritto di cui all’art. 16 Direttiva 32/2013/UE nullità della decisione”. Con il sesto motivo lamenta “violazione ex art. 360, n. 5, per omessa valutazione in ordine alla provenienza documentata del ricorrente”. Censura la valutazione di non credibilità della vicenda personale narrata, assumendo trattarsi di giudizio soggettivo ed arbitrario del Tribunale, in violazione del dovere di cooperazione istruttoria. In ordine alle contraddizioni rilevate dai Giudici di merito nel suo racconto, deduce che le stesse possono essere associate a condizioni soggettive od oggettive, richiama la giurisprudenza di questa Corte e censura il decreto impugnato per violazione del principio dell’onere probatorio attenuato a suo carico. Lamenta che l’autorità giudicante abbia tenuto un atteggiamento inquisitorio e viziato da pregiudizio, nonostante fosse documentata la sua provenienza, con la conseguente nullità del decreto impugnato per violazione della “norma processuale immanente di cui all’art. 16 Direttiva 32/2013/UE”. Censura nuovamente la valutazione di non genuinità del documento d’identità, lamentando che il Tribunale non abbia acquisito informazioni presso l’Unità COI del Ministero dell’Interno o presso il Ministero degli Esteri.

5. Con il settimo motivo lamenta “violazione ex art. 360, n. 3 e 4 in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5”. Deduce che il Tribunale ha omesso di valutare, nella valutazione di vulnerabilità, il benessere generale della persona, ad avviso del ricorrente rientrante nel concetto di salute. Rimarca che, in caso di rimpatrio, sarebbe esposto a chiara emarginazione sociale e familiare e lamenta la mancata valutazione della situazione della Regione di origine, che è la più arretrata del Pakistan.

6. I primi tre motivi, da esaminarsi congiuntamente per la loro connessione, sono inammissibili.

6.1. Il ricorrente si duole genericamente della mancata acquisizione di documenti depositati nella fase amministrativa, senza tuttavia precisare quale sia il contenuto degli stessi, ai fini della dedotta rilevanza sul giudizio di credibilità della sua vicenda personale, e quale sia la loro decisività (Cass. n. 16812/2018). Il Tribunale ha proceduto all’audizione del richiedente, rilevando ulteriori incongruenze e genericità del racconto, anche in ordine ad elementi idonei a consentire l’esatta indicazione di coloro che sono indicati come suoi persecutori e identìficati solo come “talebani”. Il Tribunale, al riguardo, ha precisato l’insufficienza di detta indicazione, rilevando che, da quanto risulta dai rapporti EASO, nel Pakistan esistono diversi gruppi di matrice religiosa. Il ricorrente non si confronta con detta argomentazione, non specifica quale vulnus sia conseguito, ai fini della difesa, dalla lamentata mancata acquisizione documentale, nè censura la motivazione con la quale il Tribunale ha ritenuto falso il certificato di domicilio depositato dal ricorrente nel giudizio di primo grado. I Giudici di merito, oltre a considerare inattendibile la provenienza del ricorrente da (OMISSIS), hanno, motivatamente, escluso anche la credibilità generale della vicenda personale narrata e non si richiede l’attivazione del potere istruttorio ufficioso in ordine alla sussistenza del danno D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. b), se il racconto è inattendibile, come nella specie (Cass. n. 16925/2018 e Cass. n. 14283/2019).

7. Sono inammissibili anche i motivi quarto, quinto e sesto, da esaminarsi congiuntamente in quanto le doglianze involgono, sotto distinti ma collegati profili, il giudizio di credibilità della vicenda personale e la valutazione della situazione generale del Paese di origine del richiedente.

7.1. Quanto al giudizio di credibilità, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il giudice del merito, nel valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, in base ai parametri dettati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), deve attenersi anche a comuni canoni di ragionevolezza e a criteri generali di ordine presuntivo, non essendo di per sè solo sufficiente a fondare il giudizio di credibilità il fatto che la vicenda narrata sia circostanziata. L’art. 3 citato, infatti, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda (da ultimo Cass. n. 21142/2019; Cass. n. 20580/2019). La suddetta verifica è sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito. Anche in ordine alla domanda di protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, non censurabile in sede di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. n. 32064/2018 e Cass. n. 30105/2018).

7.2. Nel caso di specie, il ricorrente deduce genericamente la violazione di norme di legge, attraverso il richiamo alle disposizioni che assume disattese e tramite una ricostruzione della fattispecie concreta, quanto al giudizio di non credibilità ed alla valutazione della situazione del suo Paese, inammissibilmente difforme da quella accertata nel giudizio di merito. Il Tribunale, dopo aver proceduto all’audizione del richiedente, ha escluso, con motivazione idonea (Cass. S.U. n. 8053/2014) e facendo applicazione dei parametri legali, la credibilità generale della vicenda narrata dal ricorrente, sottolineando le contraddittorietà ed incongruenze del suo racconto, finanche in ordine alla sua reale provenienza da (OMISSIS), ed in ogni caso ha escluso, in base alle fonti di conoscenza indicate nel decreto impugnato, con riferimento alla situazione di (OMISSIS), la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c).

8. Anche il settimo motivo è inammissibile.

8.1. Il ricorrente non indica specifici e individualizzanti profili di sua vulnerabilità, ma si limita a richiamare, genericamente, il benessere generale della persona, ad avviso del ricorrente rientrante nel concetto di salute, rimarcando che, in caso di rimpatrio, sarebbe esposto a chiara emarginazione sociale e familiare. Questa Corte ha chiarito (Cass. n. 3681/2019) che la protezione umanitaria, nel regime vigente “ratione temporis”, tutela situazioni di vulnerabilità – anche con riferimento a motivi di salute – da riferirsi ai presupposti di legge ed in conformità ad idonee allegazioni da parte del richiedente. Ne deriva che non è ipotizzabile nè un obbligo dello Stato italiano di garantire allo straniero “parametri di benessere”, nè quello di impedire, in caso di ritorno in patria, il sorgere di situazioni di ” estrema difficoltà economica e sociale”, in assenza di qualsivoglia effettiva condizione di vulnerabilità che prescinda dal risvolto prettamente economico.

9. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, nulla dovendosi disporre circa le spese del presente giudizio, stante la mancata costituzione del Ministero.

10. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. n. 23535/2019).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 giugno 2020

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