Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12086 del 22/06/2020

Cassazione civile sez. VI, 22/06/2020, (ud. 05/02/2020, dep. 22/06/2020), n.12086

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2664-2019 proposto da:

D.M., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

IBRAHIM KHALIL DIARRA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1737/2018 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 03/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/02/2020 dal Consigliere Relatore Dott. Vella

Paola.

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte d’appello di Torino ha confermato l’ordinanza con cui il Tribunale di Torino aveva respinto le domande di protezione internazionale, sussidiaria e umanitaria proposte dal cittadino guineano D.M. il quale aveva riferito di essere fuggito dalla Guinea nell’ottobre del 2009 per sfuggire ai rastrellamenti dei militari contro i membri dell’associazione politica BAMBETO, cui egli apparteneva, culminati nel massacro del 2009 allo stadio di Conakry;

2. il ricorrente ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui il Ministero intimato ha resistito con controricorso;

3. a seguito di deposito della proposta ex art. 380-bis c.p.c. è stata ritualmente fissata l’adunanza della Corte in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

4. 11 primo motivo si lamenta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,6,7,8 e 14, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27 comma 1-bis, e degli artt. 115 e 116 c.p.c. per avere i giudici di merito ritenuto non credibile il racconto del ricorrente senza valutare adeguatamente la realtà sociopolitica della Guinea.

5. Il secondo mezzo censura la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, nonchè “vizio motivazionale”, stante la “censurabile metodologia adoperata dalla Corte d’Appello per giungere al g,udizio di non credibilità, considerando che lefonti internazionali “descrivono una situazione di forti conflitti fra le etnie peul e malinke al cui gruppo etnico appartengono anche i Djakanke””.

6. Entrambi i motivi presentano profili di inammissibilità e infondatezza.

6.1. In primo luogo la Corte d’appello ha acquisito e valutato fonti qualificate e aggiornate (rapporto Amnesty International, 2017/2018) così assolvendo il dovere del giudice di verificare – utilizzando fonti attendibili per scrutinare le “COI” (Country of orzgin information) – se nel Paese di origine sia oggettivamente sussistente una situazione di violenza indiscriminata talmente grave da costituire ostacolo al rimpatrio del richiedente (Cass. 19716/2018), nel rispetto del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, che impone l’acquisizione di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati (explurimis, da ultimo, Cass. 5192/2020).

6.2. In secondo luogo, le censure di plurime violazioni di legge in realtà ridondano in valutazioni di merito, sottratta al sindacato di legittimità, se non sotto il profilo motivazionale (Cass. 24155/2017, 22707/2017, 6587/2017, 195/2016), essendo “inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito” (Cass. Sez. U, 34476/2019).

6.3. Anche la censura motivazionale non rispetta la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (applicabile ratione temporis), che impone al ricorrente l’onere di indicare, in ossequio all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), il “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato” (testuale o extratestuale) da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e, soprattutto, la sua “decisività” (Cass. Sez. U, nn. 8053/2014, 8054/2014, 1241/2015; conf. Cass. nn. 19987/2017, 7472/2017, 27415/2018, 6735/2020, 6485/2020, 6383/2020).

6.4. Quanto alla valutazione di non credibilità della narrazione, la corte territoriale ha puntualmente esposto a pag. 2 e 4 della sentenza gli elementi sui quali si poggia la relativa motivazione, mentre il ricorrente non indica in qual modo si sarebbe discostato dai criteri dettati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3. Al riguardo questa Corte ha ripetutamente affermato che la valutazione di attendibilità è sindacabile in sede di legittimità solo nei limiti – come detto non osservati – del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) c.p.c., dunque per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ovvero per motivazione assolutamente mancante, o apparente, o perplessa e obiettivamente incomprensibile – ipotesi queste che non ricorrono nel caso di specie – restando escluse sia la rilevanza della sua pretesa insufficienza, sia l’ammissibilità di una diversa lettura o interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente medesimo (ex multi s, Cass. 5114/2020, 21142/2019, 3340/2019, 32064/2018, 30105/2018, 27503/2018, 16925/2018).

6.5. Gli stessi rilievi valgono per la censura in punto di protezione umanitaria, la quale appare altresì del tutto generica.

7. il ricorso va quindi rigettato, con condanna alle spese in favore del Ministero controricorrente, liquidate in dispositivo;

8. sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, (cfr. Cass. Sez. U, n. 23535/2019 e n. 4315/2020).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate e prenotande a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 5 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 22 giugno 2020

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