Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1205 del 21/01/2020

Cassazione civile sez. II, 21/01/2020, (ud. 09/10/2019, dep. 21/01/2020), n.1205

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26463/2015 proposto da:

MEDCENTER CONTAINER TERMINAL MCT SPA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

TOSCANA 10, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO RIZZO, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati DAVIDE MAGNOLIA,

GIACOMO FALSETTA;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende o e

legis;

– controricorrenti –

avverso l’ordinanza del TRIBUNALE di PALMI, RG 436/2015 e RG

531/2015, depositata il 13/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/10/2019 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che con l’ordinanza di cui in epigrafe il Presidente del Tribunale di Palmi, riunite numerose opposizioni a decreti di liquidazione di compensi, emessi dal G.I.P. del Tribunale di Palmi in favore della s.p.a. Medcenter Container Terminal, custode giudiziale in vari processi penali, confermò le liquidazioni di cui detto;

ritenuto che ricorre la Medcenter sulla base di tre motivi, ulteriormente illustrati da memoria e con controricorso resiste l’intimato Ministero;

ritenuto che la ricorrente, con il primo motivo, denunzia nullità dell’ordinanza impugnata per violazione degli artt. 101 e 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per avere deciso richiamando una nota del Ministero della Giustizia del 22/7/2014, che non era stata messa a disposizione dell’opponente, nota che, peraltro, a dire della stessa ricorrente, era apparsa “fra gli atti del giudizio (…) per la prima volta in sede di decisione”;

considerato che la censura appare inammissibile per l’autonomo concorrere di due ragioni:

a) la decisione non si fonda sulla predetta nota, ma su una intelaiatura motivazionale da essa indipendente (negata la sussistenza d’un uso locale l’ordinanza ha reputato di far ricorso a “un criterio equitativo su base analogica”;

b) piuttosto ambiguamente la stessa ricorrente ammette che la nota di cui detto, a un certo punto, trovavasi in atti, senza, tuttavia, spiegare quando e perchè la medesima non avesse avuto modo di difendersi;

ritenuto che con il secondo e il terzo motivo, fra loro collegati, il ricorso illustra violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 58 e 59, nonchè del D.M. n. 265 del 2006, art. 5 e degli artt. 1 e 14 preleggi, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, esponendo, in sintesi, il ragionamento che segue:

– in assenza di specifica pattuizione la legge imponeva di ricorrere agli usi locali, mentre la decisione impugnata, sotto le mentite spoglie di un ricorso all’equità, violando la legge, aveva applicato analogicamente la disciplina prevista dal D.M. n. 265 del 2006, che regola la custodia dei veicoli a motore, arbitrariamente equiparando il container misurante due TEU (twenty equivalent unit, corrispondente a 20 piedi) a un autocarro;

– una tale scelta giurisprudenziale, ove confermata, avrebbe finito per imporsi quale “fonte-fatto”, in contrasto con gli artt. 58 e 59 cit. e con del D.M. n. 265, stesso art. 5, impropriamente surrogandosi all’uso locale;

– ancor più erroneamente la decisione aveva ridotto i compensi in relazione alla durata della custodia, così applicando un criterio esclusivamente dettato per i veicoli, che con il decorso del tempo perdono vieppiù di valore economico, nel mentre per i container staggiti in area portuale goduta in concessione, doveva valere l’opposta regola, corrispondendo all’interesse del custode impegnare per il minor tempo possibile le banchine, dovendosi, inoltre, considerare, che le merci custodite, talune delle quali anche di valore, non erano soggette a deperimento con il trascorrere del tempo;

Il secondo e il terzo motivo sono infondati;

a) in primo luogo appare opportuno riprendere la disciplina normativa che qui viene in rilievo:

– il T.U. n. 112 del 2002, art. 58 (L), comma 2, dispone che “L’indennità è determinata sulla base delle tariffe contenute in tabelle, approvate ai sensi dell’art. 59, e, in via residuale, secondo gli usi locali”;

– il successivo art. 59 dispone che “1. Con decreto del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, ai sensi della L. 23 agosto 1988, n. 400, art. 17, commi 3 e 4, sono approvate le tabelle per la determinazione dell’indennità di custodia. 2. Le tabelle sono redatte con riferimento alle tariffe vigenti, eventualmente concernenti materie analoghe, contemperate con la natura pubblicistica dell’incaricomma 3. Le tabelle prevedono, altresì, le riduzioni percentuali dell’indennità in relazione allo stato di conservazione del bene”;

– il D.M. n. 265 del 2006, art. 1, determina dettagliatamente l’indennità di custodia per i veicoli a motore e per i natanti e il successivo art. 2, la riduzione di essa, in relazione allo stato di conservazione del bene, tenuto conto del tempo trascorso;

– l’art. 5 del predetto D.M., stabilisce che “Per la determinazione dell’indennità di custodia e conservazione relativa ad altre categorie di beni si fa riferimento, in via residuale, agli usi locali, come previsto dall’art. 58, comma 2, del Testo Unico citato”;

b) accertata l’insussistenza d’un uso locale, costituente questione di fatto qui non censurabile, il provvedimento impugnato, come si è anticipato, ha reputato di ricorrere al criterio generale residuale dell’equità, “utilizzando quale parametro di base le tariffe previste per la custodia di veicoli e adeguandole alle particolari caratteristiche dei conteiners situati e movimentati in area portuale”;

c) la determinazione equitativa, non potendo sfociare nell’arbitrio, pur giungendo a una stima non ricollegabile in via immediata e diretta a una fonte normativa, impone l’individuazione di razionali parametri di riferimento, cioè di criteri, agevolmente apprezzabili attraverso la lettura del testo della decisione, e quindi criticabili con l’impugnazione di merito, ove risultino privi di pertinenza e ragionevolezza; tali criteri, che possono trarsi dall’evidenza sociale, ben possono mutuarsi dalla disciplina di settore, senza perciò divenire tuot court estensione analogica;

d) inoltre, l’assoluto ripudio del ricorso all’estensione analogica, invocato dalla ricorrente non è giustificato dalla richiamata disciplina:

– il divieto di cui all’art. 14 preleggi concerne esclusivamente le leggi eccezionali, cioè quelle che “fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi”, da non confondere con le leggi speciali, che disciplinano una data fattispecie o materia non regolate dal codice civile;

– la disciplina concernente il compenso per la custodia di autoveicoli e natanti non può qualificarsi eccezionale, proprio perchè non fa eccezione a regole generali o a leggi disciplinanti la materia in senso lato, il che sarebbe avvenuto ove, ad esempio, avesse previsto la gratuità della prestazione, limitandosi a remunerare, nel rispetto del principio di corrispettività, l’opera di custodia;

– non può trovare, infine, applicazione l’art. 2233 c.c., comma 1, che si riferisce esclusivamente, come si coglie dal titolo II di collocamento della norma, oltre che dal testo, alle professioni intellettuali, le uniche, infatti alle quali si addice “il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene”;

– perciò non può condividersi il diverso indirizzo espresso da questa Corte con la sentenza n. 20583 del 30/08/2017, Rv. 645349;

– merita, invece, continuità la statuizione di questa Corte, la quale ha affermato che in tema di liquidazione dell’indennità spettante al custode di beni sottoposti a sequestro nell’ambito di un procedimento penale, qualora il compendio sequestrato non rientri in nessuna delle categorie di beni indicati nel D.M. 2 settembre 2006, n. 265, di approvazione delle tariffe, emesso in attuazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 59, il giudice può applicare, in via analogica, la disciplina dettata per casi analoghi, in base alla similitudine fisica dei beni (in applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto corretta la decisione del giudice che aveva applicato, per liquidare il compenso della custodia di un “container” contenente colli di merce, i criteri di liquidazione previsti per la categoria degli autocarri dall’art. 1, lett. c), del citato D.M. n. 265 del 2006) Sez. 2, n. 22966 del 04/11/2011, Rv. 619284-;

e) quanto alla riduzione del compenso giornaliero in ragione del tempo di permanenza, prescindendo dalla ratio posta a base del D.M. n. 265, non è in questa sede censurabile il ragionamento del Presidente del Tribunale di Palmi, secondo il quale “la ripetitività della stessa attività nel tempo comporta un aumento delle economie di scala e una diminuzione dei costi”, non essendo questa Corte chiamata a individuare quel sia la migliore motivazione;

considerato che il regolamento delle spese segue la soccombenza e le stesse vanno liquidate, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonchè delle svolte attività, siccome in dispositivo;

considerato che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrente, che liquida in Euro 3.500,00 per compensi, oltre alle spese anticipate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 9 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 gennaio 2020

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