Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12039 del 19/06/2020

Cassazione civile sez. lav., 19/06/2020, (ud. 05/02/2020, dep. 19/06/2020), n.12039

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26803-2014 proposto da:

AZIENDA OSPEDALIERO-UNIVERSITARIA – OSPEDALI RIUNITI UMBERTO I – G.M.

LANCISI – G. SALESI DI ANCONA, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SCIRE’ 15,

presso lo studio dell’Avvocato LUIGI CASALE, rappresentata e difesa

dall’Avvocato LORENZO GNOCCHINI.

– ricorrente –

contro

B.T., P.C., elettivamente domiciliate in ROMA,

VIA NIZZA n. 45, presso lo studio dell’Avvocato LUCIANO MARIANI,

rappresentate e difese dall’Avvocato PAOLO CAMPANATI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 207/2014 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 15/05/2014 R.G.N. 659/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio dal

Consigliere Dott. CINQUE GUGLIELMO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. La Corte di appello di Ancona, con la sentenza n. 207 del 2014, per quello che interessa in questa sede, ha confermato la pronuncia n. 315 del 2013, resa dal Tribunale della stessa città, con la quale l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Umberto I, GM. Lancisi – G. Salisi era stata condannata a corrispondere a B.T. e P.C., dipendenti addette al servizio “Reception – Controllo accessi – Portineria esterna” dell’Ospedale di Torrette, inquadrate rispettivamente in categoria A5 e A4, le differenze retributive maturate per lo svolgimento di mansioni proprie della categoria B, posizione economica B1, dal 1 marzo 2000 al 29 maggio 2012, oltre accessori.

2. I giudici di seconde cure, relativamente alla posizione delle due originarie ricorrenti, hanno affermato che eccedevano dai compiti meramente esecutivi della cat. A le più qualificate attività di reperimento dei medici di turno sulla base sia dell’elenco in dotazione dell’ufficio sia delle informazioni da reperire, se del caso, presso ciascun reparto; allo stesso modo esulavano da tale categoria le più qualificate attività di rilascio di informazioni agli utenti circa il modo per raggiungere i vari reparti e servizi, trattandosi di indicazioni non particolarmente complesse che ben potevano rientrare nell’attività di sportello propria della categoria B.

3. Avverso la decisione di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti Umberto I GM. Lancisi – G. Salesi affidato a quattro motivi.

4. Hanno resistito con controricorso B.T. e P.C..

5. Il PG non ha rassegnato conclusioni scritte.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. Con il primo motivo la ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2103 c.c., dell’art. 1362 c.c., dell’ATI. 1 dell’Accordo 7.4.1999: CCNL relativo al quadriennio normativi 1998 – 2001 e al biennio economico 1998-1999 del personale del Comparto sanità, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, per non avere la Corte di appello rilevato che le mansioni svolte dalle dipendenti B. e P. rientravano anche nella cat. A e che la differenza tra i due profili andava individuata nella autonomia esecutiva, nell’ambito di istruzioni fornite, per la Cat. A e l’autonomia, non meramente esecutiva, nell’ambito di prescrizioni di massima, per la cat. B, errando poi nell’invocare la figura delle mansioni di sportello proprie del Coadiutore amministrativo nella cat. B, senza specificare perchè queste debordassero dal concetto di “autonomia esecutiva”. Inoltre, si deduce che la Corte di merito non aveva considerato che l’individuazione del medico reperibile e l’informazione all’utenza per l’accesso all’Ospedale avveniva su precisi protocolli di istruzioni che non necessitavano di alcun coordinamento.

2. Con il secondo motivo si censura la violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 c.c., dell’art. 1362 c.c., del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, per avere la Corte di appello violato il principio, secondo il quale nel caso di svolgimento di mansioni promiscue, doveva essere dimostrato che l’esercizio di quelle connotanti la qualifica superiore fosse prevalente, sotto l’aspetto qualitativo e quantitativo, tanto da farne la mansione primaria e caratterizzante, omettendo ogni giudizio circa la prevalenza di quelle definite superiori rispetto a quelle di appartenenza.

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 c.c., del D.Lgs. n. 165 del 2011, art. 53, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, per non avere la Corte territoriale rilevato che le due dipendenti non avevano nè allegato nè provato di avere svolto mansioni superiori dal marzo del 2000, nè che la documentazione presente in atti dimostrasse l’esercizio delle dette mansioni superiori, non avvedendosi che l’attribuzione da parte dell’azienda di tali mansioni era avvenuta solo con il piano di lavoro del 22.1.2010, che l’Area Front Office era stata istituita solo nel 2006 e che la codificazione degli ordini di servizio era avvenuta solo a partire dal 2007.

4. Con il quarto motivo si eccepisce la violazione dell’art. 91 c.p.c., e art. 92 c.p.c., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, per errata valutazione circa la condanna alle spese nonchè la violazione del principio di soccombenza, per avere la Corte di appello confermato la pronuncia di primo grado che aveva condannato al pagamento delle spese in favore delle odierne controricorrenti, pur essendo risultata totalmente vittoriosa essenzialmente vittoriosa su n. 10 ricorrenti su 12.

5. Il ricorso deve essere rigettato.

6. In via preliminare vanno dichiarate inammissibili tutte le doglianze, formulate nei motivi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e riguardanti mere questioni in fatto, stante il disposto dell’art. 348 ter c.p.c., u.c., applicabile ratione temporis, in quanto si verte in una situazione di cd. “doppia conforme” sussistente tra la pronuncia di primo e quella di secondo grado.

7. Venendo all’esame del primo e del secondo motivo, da trattarsi congiuntamente per connessione logico-giuridica, deve rilevarsi la loro infondatezza.

8. Invero, sotto il profilo esclusivamente giuridico-formale, la Corte territoriale si è attenuta al principio affermato in sede di legittimità secondo il quale il procedimento logico-giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato si sviluppa in tre fasi successive, consistenti nell’accertamento in fatto delle attività lavorative in concreto svolte, nella individuazione delle qualifiche e gradi previste dal contratto collettivo di categoria e nel raffronto tra il risultato della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda (Cass. n. 11037 del 2006; Cass. n. 23180 del 2017; Cass. n. 6174 del 2016). Si è anche precisato che l’osservanza del suddetto criterio “trifasico” non richiede che il giudizio si attenga pedissequamente alla rigida e formalizzata sequenza delle azioni fissate dallo schema procedimentale, essendo sufficiente che ciascuno dei momenti di accertamento, di ricognizione e di valutazione trovi ingresso nel ragionamento decisorio (Cass. n. 18943 del 2016).

9. Con specifico riferimento all’esercizio di mansioni superiori nell’impiego pubblico si è, inoltre, osservato che può considerarsi svolgimento di mansioni “soltanto l’attribuzione in maniera prevalente, sotto il profilo qualitativo, quantitativo e temporale, dei compiti di dette mansioni (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 comma 3, che ripete la formulazione del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56, come modificato dall’art. 25 del D.Lgs. n. 80 del 1998) con la conseguenza che “a tal fine il giudice di merito deve procedere a una penetrante ricognizione di tutto il contenuto delle mansioni svolte e all’esame delle declaratorie generali delle categorie di inquadramento coinvolte nella controversia e dei profili professionali pertinenti (Cass. n. 20692 del 2004; Cass. n. 16469 del 2007).

10. Nella fattispecie, vengono in rilievo le declaratorie delle categorie A, B e C del CCNL Comparto Sanità: in particolare, per quello che interessa in questa sede, l’individuazione dei compiti di addetti all’Area di Front Office delle dipendenti B. e P., inquadrate nella cat. A, che hanno rivendicato le differenze retributive di quella C e a cui sono state attribuite dai giudici del merito quelle di cui alla cat. B, al pari di tutti gli altri dipendenti addetti agli stessi compiti e già inquadrati in quella B.

11. La Corte territoriale ha rilevato che il discrimine, tra le varie categorie contrattuali, fosse da ravvisare nel concetto di autonomia e in quelle delle conoscenze in possesso dei lavoratori: in particolare, ha ritenuto che l’autonomia della cat. A fosse da intendersi in maniera meramente esecutiva, quella della cat. B fosse una autonomia esecutiva nell’ambito di prescrizioni di massima; quella della cat. C fosse invece una autonomia valutativa, con margini di discrezionalità e conoscenze tecnico-specialistiche.

12. Accantonata ogni problematica sulla cat. C, non essendovi stato ricorso incidentale da parte delle lavoratrici, ritiene il Collegio che non sia ravvisabile alcun errore di sussunzione, da parte dei giudici di primo e secondo grado, perchè è indubbio che alla cat. B (“appartengono a questa categoria i lavoratori che ricoprono posizioni di lavoro che richiedono conoscenze teoriche di base relative allo svolgimento di compiti assegnati, capacità manuali e tecniche specifiche riferite alla proprie qualificazioni e specializzazioni professionali nonchè autonomia e responsabilità nell’ambito di prescrizioni di massima”) e non a quella A (“appartengono a questa categoria i lavoratori che ricoprono posizioni di lavoro che richiedono capacità manuali generiche per lo svolgimento di attività semplici ed autonomia esecutiva e responsabilità, nell’ambito delle istruzioni fornite, riferita al corretto svolgimento della propria attività”) si attaglino le professionalità delle due dipendenti le quali, secondo la ricostruzione in fatto della Corte territoriale (non sindacabile in questa sede di legittimità), svolgevano le più qualificate attività di reperimento del medico di turno sulla base dell’elenco in dotazione dell’ufficio sia delle informazioni da reperire, se del caso, presso ciascun reparto, trattandosi di attività che richiedono la capacità di coordinamento con atri reparti dell’ospedale, nonchè individuavano il medico reperibile sulla base degli elenchi in dotazione, rilasciavano informazioni agli utenti circa il modo di raggiungere i vari reparti e servizi: attività che richiedevano il possesso di conoscenze teoriche di base (punto 4.3 e 4.4 della sentenza impugnata). Inoltre, e questo è un dato che è stato correttamente sottolineato dai giudici di seconde cure, le dipendenti avevano anche partecipato ad un corso di formazione di venti ore sul ruolo del Front- Office e sulle tematiche della comunicazione e della relazione, in considerazione che l’attività di sportello era espressamente individuata tra quelle proprie della categoria B.

13. Nè assume rilevanza la questione della prevalenza dell’espletamento delle mansioni superiori, rispetto a quelle di appartenenza, perchè nel caso in esame è emerso che quella dell’Area del Front- Office, cui erano ordinariamente addette le dipendenti B. e P., era un servizio di Reception- Portineria Interna il cui compimento comportava l’esercizio di mansioni ascrivibili alla cat. B proprio perchè era necessario contestualmente dare indicazioni e orientamento agli utenti e, in caso di micro-conflitti, prendere contatti con l’Ufficio Relazioni con il Pubblico che si sarebbe preso carico della problematica. Non si trattava, pertanto, di compiti aggiuntivi rispetto a quelli di Portineria (che si attuano mediante il mero controllo di entrata e uscita degli utenti), ma proprio dell’attività complessiva ordinariamente svolta sulla base dell’impianto organizzativo predisposto dalla Direzione Medico-Ospedaliera.

14. Il terzo motivo è inammissibile.

15. Infatti, le violazioni di legge denunciate sono insussistenti, in difetto degli appropriati requisiti di erronea sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta regolata dalla disposizione di legge, mediante specificazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (Cass. n. 16038 del 2013; Cass. n. 3010 del 2012). In realtà, il motivo scrutinato è essenzialmente inteso alla sollecitazione di una rivisitazione del merito della vicenda e alla contestazione della valutazione probatoria operata dalla Corte territoriale, sostanziante il suo accertamento in fatto, di esclusiva spettanza dei giudici di merito e insindacabile in sede di legittimità (Cass. n. 27197 del 2011; Cass. n. 6288 del 2011).

16. Il quarto motivo è, infine, anche esso infondato.

17. Il giudice di primo grado, a fronte di un ricorso proposto da diverse ricorrenti (in numero superiore a dieci) ed accolto in parte solo nei confronti di due ( B.T. e P.C.), con il rigetto delle domande nei confronti degli altri, ha compensato per due terzi le spese di lite, condannando la Azienda Ospedaliera al pagamento dei restanti due terzi.

18. La Corte di appello di Ancona, sul motivo di gravame concernente il regime delle suddette spese di lite, ha ritenuto di confermarle considerando che la condanna per il terzo residuo dovesse essere inteso essenzialmente a vantaggio delle ricorrenti vittoriose B. e P.; ha inoltre compensato totalmente le spese del secondo grado di giudizio sul presupposto della soccombenza reciproca.

19. Orbene, in punto di diritto deve evidenziarsi che un problema di violazione dell’art. 91 c.p.c., relativamente al principio della soccombenza, si ha solo se la parte interamente vittoriosa sia stata condannata, anche per una minima quota delle spese di lite (Cass. n. 4201 del 2002; Cass. n. 406 del 2008).

20. Inoltre, va osservato che, in un giudizio con pluralità di parti, il giudice di merito deve indagare sulla posizione assunta da ciascuna di esse e, ai fini delle spese, si devono considerare distintamente la reciprocità delle loro posizioni (Cass. n. 6850 del 1993; Cass. n. 197 del 2001).

21. Infine, deve considerarsi che la soccombenza reciproca giustifica la compensazione delle spese giudiziali e suo apprezzamento è rimesso al giudice del merito con valutazione non sindacabile in cassazione (ex plurimis Cass. n. 30592 del 2017).

22. In punto di fatto, poi, deve sottolinearsi che, oggetto del motivo in esame, è unicamente il rapporto processuale tra l’Azienda Ospedaliera e le uniche controricorrenti B. e P. e solo limitatamente a detto rapporto va, quindi, valutata la fondatezza delle doglianze sulle spese, non essendo gli altri lavoratori parti del processo.

23. Ciò premesso, sicuramente la statuizione sulle spese del secondo grado è corretta perchè sono stati respinti sia l’appello dell’Azienda Ospedaliera, nei confronti delle lavoratrici B. e P., sia il gravame incidentale da queste ultime proposte: si è in presenza, pertanto, di un tipico caso di soccombenza reciproca che giustifica la compensazione ai sensi dell’art. 92 c.p.c., esercizio di un potere discrezionale non sindacabile in sede di legittimità.

24. Quanto, invece, a quelle di primo grado, la pronuncia di seconde cure ha interpretato la statuizione di condanna, disposta dal Tribunale in ragione di un terzo, quale condanna alla rifusione di quelle sostenute dalle lavoratrici B. e P. per l’accoglimento formale del loro ricorso originario. Anche in questo caso l’assunto della Corte è corretto giuridicamente perchè l’Azienda Ospedaliera, relativamente alle suddette dipendenti, è da ritenersi parzialmente soccombente per cui non può ravvisarsi alcuna violazione dell’art. 91 c.p.c. nel senso sopra delineato.

25. La relativa pronuncia deve rimanere ferma sotto ogni aspetto non essendo stata censurata, dalle destinatarie del provvedimento, la misura delle stesse che resta pertanto fissata nel quantum per il giudicato interno formatosi sul punto.

26. Alla stregua di quanto esposto, il ricorso deve essere rigettato.

27. Al rigetto segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano come da dispositivo.

28. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti processuali, sempre come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 4.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza Camerale, il 5 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2020

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