Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12039 del 17/05/2010

Cassazione civile sez. II, 17/05/2010, (ud. 21/04/2010, dep. 17/05/2010), n.12039

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ELEFANTE Antonio – rel. Presidente –

Dott. MALZONE Ennio – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.S., C.F. (OMISSIS), elettivamente

domiciliata in Roma, Viale Giulio Cesare n. 95, presso lo studio

dell’Avv. Rita Bruno, rappresentata e difesa dall’Avv. COCO Francesco

come da procura a margine del ricorso e successivamente dall’Avv.

Fabio Nuzzaci, come da procura speciale per notaio Sebastiano Laurino

del 15.4.2008 n. 160456 di Rep.;

– ricorrente –

contro

P.M., C.F. (OMISSIS) e C.P., C.F.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in Roma, Via Tacito n.

23, presso lo studio dell’Avv. Claudio Macioci, rappresentati e

difesi dall’Avv. FATUZZO Pietro come da procura a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

e contro

P.F.;

– intimata –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Catania n.

484/04 del 19.05.2004/03.06.2004.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21.04.2010 dal Pres. Dott. Antonino Elefante.

Sentito l’Avv. Giovanni Fatuzzo per i controricorrenti.

Sentito il P.M. in persona del Sost. Proc. Gen. Dott. PRATIS

Pierfelice che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Catania rigettava la domanda proposta da S. S. nei confronti di P.M. e F., con la chiamata in causa di C.P., volta ad ottenere, ex art. 2932 c.c. il trasferimento in suo favore di due garage, previo pagamento del residuo prezzo, ovvero, in caso di impossibilità del trasferimento, la restituzione dell’anticipo di L. 10.000.000, oltre interessi e risarcimento del danno in misura di L. 50.000.000.

La Corte d’appello di Catania, su gravame della S., in parziale riforma della sentenza del Tribunale, condannava P. M. e C.P. a restituire la somma ricevuta come anticipo pari a Euro 5.164,56 oltre interessi come in motivazione.

Osservava che la richiesta della S. volta ad ottenere l’accertamento dell’avvenuta vendita dei due garage, sul presupposto che si trattava di contratto definitivo, costituiva domanda nuova, inammissibile in appello ex art. 345 c.p.c., rispetto alla domanda originaria ex art. 2932 c.c. fondata sull’ asserito contratto preliminare. In ogni caso la domanda non poteva trovare accoglimento sia che il contratto fosse da considerare preliminare sia definitivo, perchè, trattandosi di un bene in comune (tra P.P. e F.), la vendita riguardava un bene considerato, di norma, come un unicum inscindibile e non come somma delle singole quote che fanno capo ai singoli comproprietari. Con la conseguenza che questi ultimi costituiscono un’unica parte complessa e le loro dichiarazioni di voler vendere si fondono in un’unica volontà, per cui se una di tali dichiarazioni manchi o sia invalida, come nel caso specifico essendo insussistente quella di P.F., la vendita è nulla perchè non si è formata la volontà dell’unica complessa parte alienante. Ribadiva che il diritto della S. al risarcimento del danno nei confronti del C., per aver agito come falsus procurator di P.F., si era prescritto perchè tale illecito, di natura extra contrattuale, si era realizzato e perfezionato nel momento stesso della conclusione del contratto. Riteneva fondata solo la richiesta di restituzione della somma di L. 10.000.000, perchè, una volta dichiarato nullo il contratto, il pagamento costituiva indebito che i soggetti che lo avevano ricevuto erano tenuti a restituire.

Avverso tale sentenza S.S. ha proposto ricorso per cassazione in base a due motivi, variamente articolati, ai quali P.M. e C.P. hanno resistito con controricorso, illustrato con memoria.

P.F. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., la ricorrente censura l’impugnata sentenza laddove ha affermato che i motivi di appello sorreggevano una domanda nuova inammissibile ex art. 345 c.p.c. immutando l’originaria domanda di cui all’art. 2932 c.c. con quella di accertamento dell’avvenuta vendita. La corte territoriale, sostiene la ricorrente, si sarebbe ispirata a criteri di eccessivo formalismo, senza tener conto del principio giurisprudenziale secondo cui il giudice è tenuto a dare l’esatta qualificazione giuridica al rapporto dedotto in giudizio, interpretando e, se del caso, correggendo l’impostazione giuridica della domanda, incorrendo nel vizio di ultrapetizione solo quando attribuisce un bene giuridico diverso da quello richiesto e non quando il bene effettivamente richiesto sia riconosciuto in base ad argomenti giuridici diversi da quelli della parte.

Il motivo è destituito di fondamento e si pone in contrasto con il consolidato orientamento di questa Corte che ha più volte affermato che costituisce domanda nuova quella del creditore che, dopo aver invocato l’esecuzione coattiva di un contratto preliminare rimasto inadempiuto, ponendo a base dell’atto introduttivo la richiesta di pronuncia costitutiva ex art. 2932 cod. civ., sostituisce nelle conclusioni del giudizio di primo grado, ovvero nell’atto di appello, la predetta domanda con una successiva, con la quale chieda una sentenza che accerti l’avvenuto effetto traslativo, qualificando il rapporto pattizio non più come preliminare, ma come vendita per scrittura privata. Si tratta, infatti, di domande diverse sotto il profilo del “petitum” e della causa petendi atteso che nella prima ipotesi l’attore adduce un contratto preliminare con effetti meramente obbligatori, avente ad oggetto l’obbligo delle parti contraenti di addivenire ad un contratto definitivo di vendita per atto pubblico o per scrittura privata autenticata dell’immobile;

nella seconda un contratto con efficacia reale, immediatamente traslativo della proprietà dell’immobile per effetto del consenso legittimamente manifestato (v. ex multis: Cass. Sez. Un. 5.3. 1996, n. 1731; Cass. 7.12.2000, n. 15541; 12.11.2002, n. 15859; 28.1.2008, n. 1740).

2. Col secondo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 1103 c.c., art. 1325 c.c. n. 1 e art. 1418 c.c. la ricorrente censura l’impugnata sentenza per aver affermato che i due garage dovevano ritenersi un unicum inscindibile e non come somma delle singole quote che fanno capo ai singoli proprieta-ri, costituendo parte complessa e che le loro dichiarazioni di volere vendere si fondono in un’unica volontà negoziale, con la conseguenza che, se uria di tali dichiarazioni manchi o sia invalida, non si forma la volontà ed è esclusa in radice la possibilità del promissario acquirente di ottenere la sentenza costitutiva di cui all’art. 2932 c.c. nei confronti del solo comproprietario che ha correttamente manifestato il consenso, e ciò anche nel caso di scrittura di vendita. Sostiene la ricorrente che tale principio sarebbe valido nel caso di domanda di adempimento di un preliminare in forma specifica ai sensi dell’art. 2932 c.c. ma non anche nel caso di contratto definitivo. In tal caso, assume la ricorrente, richiamando un precedente di questa Corte, ricorrerebbe un’ipotesi simile a quella della vendita di cosa altrui o parzialmente altrui, per la quale siffatta vendita non è affetta da nullità ed ogni difesa contro un negozio di detto contenuto non può essere riservata che al compratore. La corte d’appello avrebbe poi erroneamente interpretato il disposto dell’art. 1103 c.c. circa i limiti dei poteri dispositivi della propria quota da parte di ciascun condomino ed avrebbe dovuto emettere una sentenza di accertamento delle sottoscrizioni e di avvenuto trasferimento parziale dei due garage.

Infine, sostiene la ricorrente, erroneamente la Corte d’ appello ha ritenuto fondata l’eccezione di prescrizione, senza considerare che si deve aver riguardo al momento in cui si è verificato il danno e non al momento in cui è stato compiuto l’illecito. Nel caso del falsus procurator non vi è contemporaneità tra condotta illecita e danno, dato che la prima si perfeziona con la conclusione del contratto, mentre il secondo si verifica solo e quando il dominus manifesta la volontà di non voler ratificare.

Il motivo è infondato sotto entrambi i profili.

Quanto al primo, va innanzitutto osservato che il precedente di questa Corte (Cass. 14.8.1986, n. 5047) richiamato dalla ricorrente riguarda la diversa ipotesi di vendita definitiva di una cosa comune indivisa, prevista e predisposta per l’intero, ma in concreto stipulata soltanto da alcuni dei comproprietari, mentre nel caso specifico si tratta di domanda proposta per l’esecuzione coattiva di un preliminare di vendita. Va poi osservato che, in conseguenza del rigetto della domanda ex art. 2932 c.c. in primo grado e della inammissibilità della domanda nuova proposta in appello, correttamente i giudici di merito hanno applicato il principio, giuridicamente esatto, non contestato dalla ricorrente, secondo cui, nel caso di contratto preliminare di vendita di un bene oggetto di comproprietà indivisa, si presume, salvo che risulti il contrario, che le parti lo abbiano considerato come un unicum inscindibile, e che le singole manifestazioni di volontà provenienti da ciascuno dei contraenti siano prive di specifica autonomia e destinate a fondersi in un’unica dichiarazione negoziale, in quanto i promittenti venditori si pongono congiuntamente come un’unica parte contrattuale complessa. Ne consegue che, qualora una di dette manifestazioni manchi o risulti viziata da invalidità originaria, o venga caducata per qualsiasi causa sopravvenuta, si determina una situazione che impedisce non soltanto la prestazione del consenso negoziale della parte complessa, ma anche la possibilità che quella prestazione possa essere sostituita dalla pronuncia giudiziale ai sensi dell’art. 2932 c.c., restando escluso che il promissario acquirente possa conseguire la sentenza ai sensi di detta norma nei confronti di quello tra i comproprietari promittenti dei quali esista e persista l’efficacia della relativa manifestazione negoziale (cfr. Cass. 24.5.2004, n. 9458; 23.2.2007, n. 4227).

Quanto al secondo profilo, è sufficiente osservare che, come già affermato da questa Corte (v. Cass. 30.12.2007, n. 13097) la prescrizione del diritto del terzo al risarcimento del danno, e ai relativi interessi, nei confronti del falsus procurator, decorre dalla conclusione del contratto perchè il fatto costitutivo della responsabilità extracontrattuale di questi è il suo comportamento illecito, che ingenera l’affidamento incolpevole del terzo contraente sulla validità del contratto, e non la definitiva inefficacia di esso (come nel caso sia decorso inutilmente il termine assegnato allo pseudo-rappresentato per la ratifica, ovvero sia scaduto il termine per la stipula del definitivo).

La distinzione, operata dalla ricorrente, non ha alcun fondamento giuridico e risulta del tutto arbitraria.

In conclusione il ricorso va rigettato, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione che liquida in Euro 1.700,00, di cui Euro 1.500,00 per onorario, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione Civile, il 21 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 maggio 2010

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