Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12028 del 31/05/2011

Cassazione civile sez. II, 31/05/2011, (ud. 05/04/2011, dep. 31/05/2011), n.12028

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. GOLDONI Umberto – Consigliere –

Dott. MATERA Lina – rel. Consigliere –

Dott. PROTO Cesare Antonio – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.M.P. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA SALARIA 227, presso lo studio dell’avvocato GIAMMARIA

PIERLUIGI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

GIAMMARIA GIACOMO;

– ricorrente –

contro

GI.GE. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 9, presso lo studio dell’avvocato MARSICANO

GIORGIA, rappresentata e difesa dall’avvocato DI PEPPE PIER AUGUSTO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 417/2005 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 17/05/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/04/2011 dal Consigliere Dott. LINA MATERA;

udito l’Avvocato PIERLUIGI GIAMMARIA difensore della ricorrente che

ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato PIER AUGUSTO DI PEPPE difensore della resistente che

ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 16-7-2003 il Tribunale di Chieti rigettava la domanda proposta da Gi.Ge. nei confronti di G. M.P., diretta ad ottenere il riconoscimento della proprietà esclusiva del ripostiglio annesso al vano sito al piano terra di (OMISSIS), pervenuto all’attrice in forza di testamento pubblico paterno del (OMISSIS), e la conseguente condanna della convenuta al rilascio immediato di tale bene, dalla stessa illegittimamente detenuto.

A seguito di gravame dell’attrice, tale decisione veniva riformata dalla Corte di Appello di L’Aquila, la quale, con sentenza depositata il 17-5-2005, nel rilevare che dall’esame del testamento pubblico del comune genitore G.A. emergeva chiaramente che il vano in questione era compreso nella quota di fabbricato attribuita dal de cuius alla figlia Ge., dichiarava quest’ultima proprietaria esclusiva del predetto bene, ordinando a G.M.P. l’immediato rilascio dello stesso.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso G. M.P., sulla base di due motivi.

Gi.Ge. ha resistito con controricorso.

In prossimità dell’udienza entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1) Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c..

Deduce che la Corte territoriale non ha preso in alcuna considerazione le univoche e precise dichiarazioni rese dai testi escussi in primo grado, ed ha escluso completamente dall’iter logico e giuridico della propria decisione il rapporto dei Carabinieri del (OMISSIS). Sostiene che tali atti valgono a confermare l’interpretazione della scheda testamentaria patrocinata dalla convenuta, secondo cui il padre G.A. non ha lasciato a Gi.Ge. lo stanzino posto sotto il balcone di G. M.P., ma il ripostiglio ubicato all’interno del magazzino unitamente all’annesso piccolo vano gabinetto (successivamente demoliti dal teste D.M.).

Con il secondo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 n. 5 e.p.c, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Rileva che il C.T.U. nominato in corso di causa, nel ricostruire la consistenza della proprietà di Gi.Ge., ha accertato la completa estraneità alla stessa del locale per cui è causa, ricavato all’estradosso del balcone di proprietà della convenuta e posto al di fuori del muro maestro, attraverso il quale nel 1986 l’attrice tentò di aprire un vano. Sostiene che la Corte di Appello è andata di contrario avviso rispetto alle conclusioni del consulente tecnico, senza motivare in modo adeguato le ragioni del proprio dissenso.

2) Nel controricorso la resistente ha eccepito l’inammissibilità del primo motivo di ricorso, rilevando che il medesimo non contiene la formulazione del quesito di diritto richiesto dall’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 entrato in vigore il 2-3-2006 e, quindi, prima della proposizione del ricorso (notificato il 17-5-2006).

Tale eccezione è infondata, atteso che, in base alla disciplina transitoria dettata dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, art. 27 il citato art, 366 c.p.c. si applica ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze pubblicate a decorrere dalla data di entrata in vigore del medesimo Decreto (2-3-2006), laddove, nella specie, la sentenza impugnata è stata pubblicata in epoca anteriore (il 17-5-2005).

3) Entrambi i motivi di ricorso, da trattarsi congiuntamente in quanto tra loro connessi, sono infondati.

La Corte di Appello, dopo aver correttamente evidenziato che nella fattispecie in esame, non essendovi contestazione circa l’originaria appartenenza del vano rivendicato dall’attrice al comune genitore G.A., il rigore della probatio diabolica sì attenua, e la controversia va risolta in base alla verifica dell’idoneità del titolo di acquisto invocato dall’attrice, vale a dire il testamento pubblico paterno del (OMISSIS), ha ritenuto che con tale atto il de cuius ha effettivamente inteso attribuire alla figlia Ge. il vano dalla medesima rivendicato nel presente giudizio.

A tali conclusioni il giudice di appello è pervenuto sulla base di una motivazione esaustiva e coerente, con la quale, muovendo da una interpretazione letterale e logica della scheda testamentaria, e facendo leva sulla descrizione del bene operata dal tastatore anche attraverso l’indicazione di oggetti vi punti di riferimento esterno, quali i confini, ha ritenuto, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, di poter identificare senza ombra di dubbio il piccolo vano controverso nel “ripostiglio” annesso, unitamente a un piccolo vano gabinetto, al “vano sito a piano terra adibito ad uso magazzino”, facente parte della quota lasciata dal padre a Gi.Ge.. Il tutto ponendosi in consapevole e motivato dissenso dal giudizio espresso dal C.T.U. e fatto proprio dal giudice di prime care, secondo cui “la locuzione testamentaria usata dal de cuius sarebbe quanto mai impropria”; il che porta ad escludere la sussistenza del vizio di motivazione denunciato col secondo motivo di ricorso.

Contrariamente a quanto dedotto col primo motivo, inoltre, nella specie non appare configurabile alcuna violazione del disposto dell’art. 115 c.p.c., secondo cui il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero.

La Corte territoriale, infatti, ha deciso la causa iuxta alligata et probata, ponendo a base del proprio convincimento il testamento paterno ritualmente acquisito, che, come è stato esattamente rimarcato nella sentenza impugnata, è necessariamente il primo atto da prendere in considerazione al fine d’indagare la reale volontà del testatore.

E’ noto che l’interpretazione della volontà del testatore espressa nella scheda testamentaria, risolvendosi in un accertamento di fatto demandato al giudice di merito, è compito esclusivo di questo, nel senso che a lui è riservata la scelta e la valutazione degli elementi di giudizio più idonei a ricostruire la predetta volontà, potendo egli avvalersi in tale attività interpretativa, ovviamente con opportuni adattamenti per la particolare natura dell’atto, delle stesse regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 c.c.; con la conseguenza che, se siffatta operazione è compiuta nel rispetto delle predette regole e se le conclusioni che vengono tratte sono aderenti alle risultanze processuali e sorrette da logica e convincente motivazione, il giudizio formulato in quella sede non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. 11-4-2005 n. 7422; Cass. 14-1-2010 n. 468).

Nel caso in esame, pertanto, la validità della decisione adottata dalla Corte territoriale, scaturita da un’interpretazione della volontà del testatore operata nel rispetto delle indicate regole ermeneutiche e sorretta da una motivazione congrua e logica, che la sottrae al sindacato di questa Corte, non può essere inficiata dalle deduzioni svolte dalla ricorrente circa l’omessa valutazione di deposizioni testimoniali e documenti asseritamente utili a rendere palese la reale volontà espressa dal de cuius nel testamento.

E’ appena il caso di richiamare, al riguardo, il principio, pacifico in giurisprudenza, secondo cui l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova, con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. 21-7-2010 n. 17097; Cass. 24-5-2006 n. 12362; Cass. 7- 8-2003 n. 11933).

E’ evidente, pertanto, che nel caso di specie, nel considerare le indicazioni contenute nella scheda testamentaria idonee, per la loro univocità, a risolvere la controversia, il giudice di appello ha ritenuto, sia pure implicitamente, l’irrilevanza probatoria degli elementi invocati dalla difesa della convenuta.

4) Per le ragioni esposte il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna della ricorrente a pagamento delle spese del presente grado di giudizio, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 1.400,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2011

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