Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12010 del 06/05/2021

Cassazione civile sez. I, 06/05/2021, (ud. 22/03/2021, dep. 06/05/2021), n.12010

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10058/2019 proposto da:

M.N., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso

la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dall’Avvocato Anna Bolognese, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 1833/2019 del Tribunale di Napoli depositato il

27/2/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/3/2021 dal Cons. Dott. Alberto Pazzi.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Napoli, con decreto del 27 febbraio 2019, rigettava il ricorso proposto da M.N., cittadino del Bangladesh, avverso il provvedimento emesso dalla locale commissione territoriale di diniego di riconoscimento della protezione internazionale.

Il Tribunale riteneva che le dichiarazioni del migrante non fossero verosimili, escludeva che il Bangladesh sussistesse un conflitto armato interno, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, e negava che potesse essere riconosciuta la protezione umanitaria, tenuto conto, oltre che dell’inattendibilità del racconto, della mancata allegazione di come l’allegato clima di instabilità politica avrebbe potuto influire sulla sua situazione personale.

2. Per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso M.N. prospettando tre motivi di doglianza, ai quali ha resistito con controricorso il Ministero dell’Interno.

Diritto

CONSIDERATO

che:

3.1 Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3,5,6,7 e 14, ed assume che il Tribunale abbia negato il riconoscimento della protezione sussidiaria pur in presenza di tutti i requisiti di legge per la sua concessione, dato che in Bangladesh vige la pena di morte, viene praticata la tortura nei confronti dei detenuti, la libertà di espressione subisce continue limitazioni, non è possibile godere dei diritti inviolabili (quali la libertà personale, il diritto alla vita o a un giusto processo) e sussiste, comunque, una situazione di violenza indiscriminata caratterizzata da plurimi conflitti interni non controllati dalle forze dell’ordine.

3.2 Il secondo mezzo denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, comma 6, perchè il giudice di merito ha negato la protezione umanitaria pur in presenza delle condizioni necessarie per il suo riconoscimento, assumendo rilievo a tal riguardo la situazione di povertà e le problematiche legate ai cambiamenti climatici, i rischi per la salute e la sicurezza alimentare, l’impossibilità di soddisfare i bisogni e le esigenze ineludibili della vita personale, quali quelli strettamente connessi al sostentamento e al raggiungimento di standards minimi per un’esistenza dignitosa.

Il Tribunale, inoltre, non ha assolutamente comparato – a dire del ricorrente – il positivo percorso di integrazione sociale compiuto dal ricorrente in Italia con la lesione della dignità personale a cui il medesimo sarebbe esposto in caso di rimpatrio, stante l’assenza di stretti legami familiari.

4. I motivi, da trattarsi congiuntamente, sono inammissibili.

Il Tribunale ha reputato di non riconoscere la protezione sussidiaria, stante la non credibilità del racconto del migrante e tenuto conto dell’assenza di un conflitto armato interno.

I giudici di merito hanno valutato che al migrante non potesse essere attribuita neppure la protezione umanitaria, non potendosi ritenere che il Bangladesh sia un paese insicuro ed in mancanza dell’allegazione di una situazione di vulnerabilità credibile e circostanziata.

A fronte di questi argomenti entrambe le doglianze non si confrontano in alcun modo con la motivazione offerta dal collegio di merito, limitandosi ad esporre le ragioni per cui la domanda di protezione internazionale, in tesi di parte ricorrente, doveva essere accolta.

Ciò nonostante la giurisprudenza di questa Corte ritenga che il motivo d’impugnazione sia rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, siccome per denunciare un errore occorre identificarlo (e, quindi, fornirne la rappresentazione), l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata.

Queste ultime, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi considerare nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo il motivo che non rispetti questo requisito.

In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (Cass. 6496/2017, Cass. 17330/2015, Cass. 359/2005).

5. Il terzo motivo prospetta la sussistenza di un vizio di motivazione, in ragione dell’omesso esame di un fatto storico costituito, da un lato, dalla peculiare situazione di vulnerabilità oggettiva e soggettiva, dall’altro dalla situazione socio-politica di instabilità emergente dalle fonti.

La motivazione del provvedimento impugnato risulterebbe così viziata in termini di contraddittorietà, illogicità e mera apparenza.

6. Il motivo è inammissibile.

La censura, più che lamentare un omesso esame di un fatto storico o un vizio di motivazione, assume che “il Tribunale si sia limitato ad una valutazione superficiale, inadeguata e incoerente”; sarebbero mancati, così, “il dovuto approfondimento della specifica vicenda personale del ricorrente nonchè qualunque altra ponderata considerazione circa l’effettiva e attuale situazione socio-politica del paese di origine”.

Rispetto alle circostanze indicate la doglianza quindi lamenta non tanto un omesso esame (o un esame non argomentato), ma un esame non conforme alla lettura che l’odierno ricorrente vorrebbe dare delle emergenze processuali; interpretazione, questa, che tuttavia non è coerente nè con la censura sollevabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che consente di lamentare l’omissione dell’esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio e non la valorizzazione di tale fatto in un senso differente da quello voluto dalla parte, nè con la denuncia di un vizio di motivazione – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, che è volta a rappresentare l’esistenza di una motivazione intrinsecamente inidonea ad assolvere la funzione di rappresentare il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento e rendere così percepibile il fondamento della decisione.

La critica in esame si riduce, invece, a un tentativo di offrire una diversa lettura delle emergenze processuali, la cui cernita e valutazione competono esclusivamente al giudice di merito e possono essere sindacate in questa sede di legittimità soltanto sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale delle argomentazioni svolte dal giudice di merito; peraltro, l’errore di valutazione delle prove, consistente nel ritenere la fonte di prova dimostrativa o meno del fatto che con essa si intendeva provare, non è sindacabile avanti a questa Corte, non essendo previsto dalla tassonomia dei vizi denunciabili con il ricorso per cassazione di cui all’art. 360 c.p.c. (Cass. 9356/2017).

7. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.100 oltre a spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 22 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2021

 

 

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