Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12007 del 16/05/2017


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Cassazione civile, sez. III, 16/05/2017, (ud. 08/02/2017, dep.16/05/2017),  n. 12007

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – rel. Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23666-2015 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A GRAMSCI 36,

presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO DE TILLA, che lo rappresenta

e difende giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

F.E., F.V., elettivamente domiciliati in ROMA,

VICOLO DELL’ORO N. 24, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO COEN,

rappresentati e difesi dall’avvocato MAURIZIO SIMONI giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2811/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 15/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/02/2017 dal Consigliere Dott. MARIA MARGHERITA CHIARINI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso al Tribunale di Napoli, E. e F.V., premesso di aver concesso in locazione a B.A. nell'(OMISSIS) un immobile ad uso abitativo, chiedevano, in via principale, declaratoria di nullità del contratto per difetto di forma scritta e, in via gradata, pronuncia di accertamento della scadenza del rapporto, cessato in forza di rituale disdetta.

Nel costituirsi, B.A. invocava il rigetto della domanda attorea, deducendo l’esistenza di contratto stipulato in forma scritta in data (OMISSIS), debitamente registrato; proponeva inoltre domande riconvenzionali per la condanna dei ricorrenti alla restituzione di somme versate “a fondo perduto”, al pagamento degli interessi sul deposito cauzionale nonchè per l’accertamento del canone equo applicabile al contratto ex lege n. 392 del 1978.

Con la sentenza n. 12058/2013, l’adito Tribunale, reputata la validità del contratto sottoscritto in data (OMISSIS), dichiarava “in parziale accoglimento della domanda principale” cessato il rapporto locatizio alla data del 1 giugno 2007 e condannava il resistente al rilascio dell’immobile; rigettava integralmente le domande riconvenzionali formulate dal conduttore. In sede di impugnazione, la Corte di Appello di Napoli, con la sentenza n. 2811/2015 del 15 luglio 2015, per quanto ancora qui rileva, accoglieva parzialmente il gravame interposto da parte conduttrice e condannava i locatori al pagamento degli interessi sul deposito cauzionale, statuendo sulle spese del doppio grado.

Avverso questa sentenza ricorre per Cassazione B.A., affidandosi a cinque motivi; resistono con controricorso E. e F.V..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, rubricato “violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, il ricorrente assume che, avendo i locatori proposto in via principale domanda di accertamento della nullità del contratto di locazione per difetto di forma scritta, le Corti di merito, affermando di accogliere la domanda principale con la declaratoria di cessazione del rapporto, avrebbero violato il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, dacchè “il giudice che accolga la domanda principale di una parte non può prendere in esame e decidere sulla domanda che la parte medesima abbia proposto solo in via subordinata”.

La doglianza è infondata.

L’indicazione contenuta nel dispositivo della sentenza di primo grado (nella parte in cui alla generica formula dell’accoglimento della domanda principale corrisponde in realtà un contenuto precettivo conforme alla richiesta formulata in via subordinata dalla parte attrice), appare, in tutta evidenza, frutto di un mero lapsus calami, affatto inficiante la pronuncia o violativo del principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato: invero, l’accertamento della scadenza del rapporto locatizio era pronuncia invocata (quantunque gradatamente) dal locatore istante, e dunque la statuizione giudiziale risulta conforme alla (e non eccedente la) domanda della parte.

2. Con il secondo motivo, per “violazione e falsa applicazione degli artt. 414, 416, 421 e 437 c.p.c. e art. 2702 c.c.”, il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui non ha ritenuto la validità del contratto di locazione stipulato in data (OMISSIS) sotto un duplice profilo: (a) per non aver considerato il contratto privo della sottoscrizione del conduttore ma da questi prodotto in primo grado, in violazione del principio secondo cui la produzione in giudizio equivale a sottoscrizione; (b) per aver ritenuta preclusa, in ossequio al divieto di prove nuove, la produzione in appello del documento contrattuale recante le sottoscrizioni di ambedue le parti contraenti.

La doglianza così articolata è inammissibile.

Premesso che la questione della equipollenza tra produzione in giudizio di scrittura privata e sottoscrizione appare sollevata per la prima volta in sede di legittimità (non avendo il ricorrente assolto l’onere di allegare l’avvenuta deduzione della stessa dinanzi al giudice di merito, ed altresì di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto: Cass., 19 aprile 2012 n.6118; Cass., 27 maggio 2010 n.12992), dirimente – ed al contempo preclusivo del vaglio di merito sul motivo – è il rilievo della mancata precisazione da parte ricorrente della decisività del documento non considerato ai fini della decisione della controversia.

In altri termini, il ricorrente ha omesso di chiarire in quale maniera la valutazione dell’indicato documento contrattuale ad opera del giudice di merito avrebbe potuto orientare in senso differente il convincimento e condurre ad una diversa pronuncia; idoneità, a ben vedere (e per mero scrupolo argomentativo), non ravvisabile, dacchè, acclarata la decorrenza del rapporto al l giugno 1987 (circostanza non più controversa), la eventuale stipulazione per iscritto di un altro contratto alla data del (OMISSIS) (ovvero alla scadenza del primo quadriennio) non avrebbe in nulla inciso sul regime giuridico della locazione nè sulla individuazione del momento della sua cessazione.

3. Con le ulteriori censure, è denunciata:

con il terzo motivo, “violazione e falsa applicazione dell’art. 1597 c.c.”, per avere la Corte territoriale omesso di considerare la volontà del locatore di proseguire il rapporto contrattuale espressa più volte successivamente alla disdetta ed emergente dalla documentazione acquisita in giudizio;

– con il quarto motivo, “violazione e falsa applicazione della L. n. 392 del 1978, artt. da 12 a 24 e art. 79 degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c. e degli artt. 116 e 416 c.p.c.”, per non aver la Corte territoriale ritenuto provato l’avvenuto pagamento del canone in misura maggiore a quello dovuto sin dall’inizio della locazione e nel corso della stessa (così rigettando la domanda riconvenzionale spiegata dai conduttori), circostanza evincibile invece dal contegno di non contestazione della parte locatrice e comunque desumibile, anche per presunzioni, dagli atti di causa;

con il quinto motivo, “violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., della L. n. 392 del 1978, artt. da 12 a 24 e art. 79 e dell’art. 2697 c.c.”, per avere la Corte territoriale omesso di dare rilevanza a prove decisive (in specie, deposizione testimoniale di M.O.) che avrebbe portato all’accoglimento della domanda di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte (“a fondo perduto”) dal conduttore.

Le illustrate censure vanno disattese: esse, in buona sostanza, prospettano, in forza di una diversa lettura delle risultanze istruttorie acquisite nei gradi di merito, una ricostruzione differente delle vicende fattuali oggetto di lite.

In tal guisa, però, i motivi finiscono con l’attingere tipiche valutazioni di merito, quali la individuazione delle fonti del convincimento, l’apprezzamento di attendibilità e concludenza delle prove, la scelta, tra le complessive risultanze del processo, di quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti: giudizi quindi di mero fatto, riservati al giudice di merito, sui quali il sindacato di legittimità può esercitarsi unicamente nei circoscritti limiti del vizio di motivazione rilevante ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (tra le molte, Cass., 03/06/2014, n. 12391; Cass., 14/05/2013, n. 11549; Cass., 25/05/2010, n. 12690; Cass., 05/06/2007, n. 15434; Cass., 10/08/2004, n. 15434; Cass., 14/07/2003, n. 11007; Cass. 10/07/2003, n. 10880; Cass., 05/04/2003, n. 5375).

Sotto l’apparente veste formale della violazione o falsa applicazione di norme di diritto, il ricorrente censura, in buona sostanza, l’iter logico argomentativo posto dal giudice di merito a fondamento dell’assunta decisione: ma i motivi proposti, siccome diretti avverso una sentenza pronunciata nel luglio 2015 (quindi dopo la riforma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134), risultano formulati in maniera palesemente non conforme ai rigorosi requisiti richiesti per il vizio di motivazione dalla giurisprudenza di questa Corte.

Costituisce infatti jus receptum che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, debba essere intesa, sulla scorta dei canoni ermeneutici dettati dalle preleggi, come riduzione al minimo del sindacato di legittimità sulla motivazione, per cui denunciabile in cassazione è l’anomalia che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e che si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. La novellata disposizione introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia): pertanto, l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo se il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (sul punto, sia sufficiente il richiamo a Cass., Sez. U, 22/09/2014, n.19881 e a Cass., Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).

Nella vicenda de qua, alcuno dei descritti vizi motivazionali è stato nemmeno prospettato da parte ricorrente, la quale – a fronte peraltro di un percorso motivazionale compiuto ed esaustivo nella sentenza impugnata – hanno proposto una inaccettabile istanza di revisione delle valutazioni del giudice del merito finalizzata alla richiesta di nuova pronunzia sul fatto, del tutto estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di legittimità.

4. Disatteso il ricorso, il regolamento delle spese del giudizio di legittimità segue il principio della soccombenza ex art. 91 c.p.c., con liquidazione operata alla stregua dei parametri fissati dal D.M. n. 55 del 2014, come in dispositivo.

Avuto riguardo all’epoca di proposizione del ricorso per cassazione (posteriore al 30 gennaio 2013), la Corte dà atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17): in base al tenore letterale della disposizione, il rilievo della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna parte ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori, fiscali e previdenziali, di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

La presente sentenza è stata redatta con la collaborazione del Magistrato assistente di studio, dott. R.R.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 8 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 16 maggio 2017

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