Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12003 del 10/06/2016

Cassazione civile sez. II, 10/06/2016, (ud. 14/04/2016, dep. 10/06/2016), n.12003

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19181-2011 proposto da:

R.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliato

in Roma, Viale Parioli 67, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

LAMBERTI, rappresentato e difeso dall’avvocato CARLO GRILLO, come

da procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente principale e controricorrente al ricorso incidentale –

contro

B.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

Roma, Via Vittoria 10, presso lo studio dell’avvocato DONATELLA

RAPUANO, rappresentata e difesa dagli avvocati SILVIO VITALE, ROSA

BUONANNO;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1130/2011 della CORDE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 05/04/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/04/2016 dal Consigliere Ippolisto Parziale;

udito l’Avvocato Vitale, che si riporta agli atti e alle

conclusioni assunte;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che conclude per il rigetto del ricorso

principale, inammissibilità del ricorso incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. R.M., con atto di citazione notificato il 17 settembre 2004, convenne B.M. innanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere – sezione distaccata di Piedimonte Matese –

chiedendo che fosse condannata alla consegna di quadri, mobili e suppellettili, analiticamente indicati nell’atto, appartenuti allo zio R.L., deceduto il (OMISSIS).

Il R. sostenne di essere proprietario dei beni mobili rivendicati perchè acquisiti per effetto di una disposizione del testamento olografo di R.L., che gli aveva assegnato la nuda proprietà di questi mobili, lasciandone l’usufrutto alla moglie, signora P.. Chiarì che i mobili rivendicati erano in possesso della B. perchè da questa appresi dopo la morte della P. che nel suo testamento aveva assegnato alla B. (nipote) l’appartamento di via (OMISSIS) nel quale tutti o comunque gran parte dei mobili della casa coniugale e quindi anche quelli provenienti dall’eredità di R.L., erano stati trasportati dalla P. che ivi aveva trasferito la sua residenza dopo la morte del marito.

2. A questa domanda la B. si oppose eccependo: A) la nullità parziale della clausola del testamento di R.L. invocata dall’attore sostenendone la natura giuridica di un fedecommesso vietato; B) la nullità parziale della predetta clausola attributiva di un legato di specie per indeterminabilità o indeterminatezza dell’oggetto dato che essa faceva riferimento ad un elenco di immobili che non risultava allegato al testamento e non era aliunde individuato o individuabile; C) l’usucapione dei beni immobili acquisiti per effetto di disposizioni testamentarie, quella, cioè, del testamento P. che aveva assegnato alla B. la casa di via (OMISSIS) con gli arredi in essa contenuti).

3. Il tribunale rigettò la domanda del R. ritenendo che la disposizione testamentaria da lui invocata contenesse una sostituzione fedecommissaria vietata dalla normativa del tempo (art. 692 c.c.).

4. L’appello delle R. venne disatteso dalla Corte di appello di Napoli che, in contrasto con quanto affermato dal Tribunale, ritenne che la disposizione testamentaria invocata dal R. avesse attribuito a quest’ultimo la nuda proprietà dei mobili con la riserva di usufrutto alla P. e che tuttavia tale disposizione dovesse ritenersi in parte nulla per l’indeterminabilità del suo oggetto, chc è solo individuato dalla indicazione di un Paliotto dorato, già in possesso del R. perchè a lui spontaneamente (e lealmente) consegnato dalla B.. Infatti, secondo la Corte di appello, se si prescinde dalla indicazione del cd paliotto dorato, i beni ai quali la disposizione si riferisce sarebbero quelli indicati in un elenco non annesso alla scheda testamentaria nè individuato o individuabile aliunde, mancando del tutto ogni prova che l’elenco indicato nel testamento fosse quello rinvenuto, dopo il decesso della P., nella casa di abitazione di quest’ultima e da quest’ultima rinvenuto e (lealmente) depositato nel giudizio.

5. La sentenza della Corte di appello è stata impugnata con ricorso per cassazione notificato il 30 giugno 2011 sostenuto da quattro motivi. La B. si è opposta con controricorso tempestivamente notificato al ricorrente proponendo a sua volta ricorso incidentale sostenuto da tre motivi. Al ricorso incidentale il R. ha replicato con controricorso e ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

A. Il ricorso principale è infondato e va respinto per quanto di seguito si chiarisce con riguardo a ciascun motivo.

1. Con il primo motivo di ricorso il R. denuncia vizio di omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Dopo avere condiviso la qualificazione giuridica della disposizione testamentaria (che avrebbe attribuito a R.M. la proprietà dei mobili con usufrutto a favore della P. e non una doppia successiva istituzione) operata dalla Corte di appello in contrasto con la diversa lettura del tribunale, il ricorrente rileva che la corte di appello ha ritenuto, con motivazione insufficiente e comunque contraddittoria, che la predetta disposizione, a parte l’indicazione specifica del paliotto (drappo dorato) non avesse indicato con la necessaria certezza gli altri mobili attribuiti in nuda proprietà al nipote senza tenere conto del fatto, puntualmente accertato nella stessa sentenza, che dal testamento, in particolare dalla clausola che raccomanda al nipote di conservare l’arredamento di pregio della famiglia, risultava con chiarezza che il testatore intendeva riferirsi a tutti i mobili provenienti dalla sua famiglia e che, comunque, i mobili di pregio che arredavano la casa erano quelli indicati in un elenco prodotto dalla stessa B. stilato dal de cuius..

1.1 – Il motivo non può essere condiviso sotto il profilo prospettato (vizio di motivazione) perchè sollecita alla Corte una diversa lettura delle clausole testamentarie in contrasto con quella stabilita dalla Corte di appello, che ha ritenuto che oggetto della disposizione de quo fossero solo i beni mobili di cui al un elenco solo genericamente richiamato, ma non individuato nè individuabile, dalla scheda testamentaria e non tutti quei beni della casa, che erano pervenuti al de cuius dalla sua famiglia di origine. Questa lettura della disposizione testamentaria non è contraddetta, contrariamente a quanto eccepisce il ricorrente con il primo motivo, denunciando, appunto, contraddittorietà della motivazione, dalla raccomandazione al nipote di non disperdere i beni mobili della famiglia contenuta nella scheda testamentaria ed espressamente richiamata nella sentenza della Corte di merito posto che anche di questa frase la Corte non ritiene di potere adottare la stessa lettura proposta dal ricorrente perchè, mentre per un verso (la Corte) valorizza la raccomandazione come indizio della volontà di assegnazione al nipote della nuda proprietà della casa e dell’arredamento assegnatogli (sia pure con riserva di usufrutto alla P.), non ritiene di potere piegare il significato inequivoco della disposizione testamentaria che, escludendo “gli altri mobili” da ritenersi in proprietà della P., assegna al nipote la proprietà dei beni mobili indicati in un elenco, e solo di quelli, oltre che del drappo (palio dorato), ad un indizio che, a detta del ricorrente, si potrebbe e dovrebbe trarre dalla raccomandazione di cura e conservazione dell’arredamento familiare, che è stata indirizzata al nipote e che tuttavia la Corte non ha creduto di potere valorizzare nella parte in cui, genericamente, si riferisce indistintamente a tutti i mobili provenienti dal patrimonio familiare. Manca, cioè, proprio il presupposto logico della dedotta contraddizione che potrebbe riconoscersi solo se ed in quanto la Corte di appello avesse interpretato la raccomandazione nel senso voluto dal ricorrente piuttosto che nel diverso contenuto che ad essa (la Corte) ha attribuito. A monte della censura vi è, cioè, una domanda di diversa interpretazione di una disposizione testamentaria che, per quanto plausibile, non può essere sovrapposta alla lettura, altrettanto plausibile, offerta dalla Corte di appello e che pertanto non è proponibile in sede di legittimità se è vero che, come è stato chiarito anche recentemente da questa Corte, “il ricorrente che denunci, quale vizio di motivazione, l’insufficiente giustificazione logica dell’apprezzamento dei fitti della controversia o delle prove, non può limitarsi prospettare una spiegazione di tali fatti e delle risultane istruttorie con una logica alternativa, pur in possibile o probabile corrispondenza alla realtà Attuale, essendo necessario che tale spiegazione logica alternativa appaia come l’unica possibile” (seni. n. 25927 del 23/12/2015) atteso che il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dovendo incidere su un fatto “decisivo del giudizio”, legittima il ricorso per cassazione unicamente per vizi di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione e non per consentire alla S.C., quale giudice di sola legittimità, di scegliere sulla base di criteri possibilistici o probabilistici tra due prospettazioni, ambedue logiche ma nello stesso tempo alternative (scnt. n. 261 del 2009).

Nè il motivo può essere condiviso per il profilo che attiene alla omessa considerazione dell’elenco dei mobili verosimilmente redatto nel mese di agosto 1968 e rinvenuto dalla B. (che lo ha lealmente prodotto in giudizio), dato che la Corte di appello non ha affatto ignorato questo elenco ma ha solo ritenuto anzitutto che, non essendo esso allegato alla scheda testamentaria, e, per altro, del tutto ignorato anche dal ricorrente nell’atto di citazione, manca ogni prova certa, in mancanza di più precise indicazioni, che ad esso il testatore si sia voluto riferire nella scheda testamentaria ed inoltre che, comunque, gli unici beni mobili descritti in questo elenco che possono coincidere con quelli rivendicati dal R. M. sono il paliotto ed una coppia di quadri già a quest’ultimo spontaneamente consegnati dalla B..

Le considerazioni predette spiegano anche la ragione della infondatezza dell’ulteriore vizio che il ricorrente, con il motivo in esame, addebita alla Corte di appello per non avere ammesso la prova per testi con la quale si era chiesto di dimostrare quali fossero i singoli beni mobili che erano pervenuti al de twius dal patrimonio della famiglia di origine; infatti, la rilevanza di questa prova presuppone una interpretazione della clausola testamentaria che indica i beni mobili assegnati al R. in nuda proprietà diametralmente opposta alla lettura che di questa clausola ha ritenuto di dare la Corte di appello che, come si è detto, ne ha ritenuto l’oggetto con esclusivo riferimento ai beni mobili di un non meglio specificato elenco.

2. Con il secondo motivo il ricorrente addebita alla Corte di merito la violazione dell’art. 112 c.p.c. che, in assenza di una specifica domanda della parte interessata, ha accertato l’usucapione dei beni mobili acquisita dalla B. con il possesso ricevuto in forza della disposizione del testamento della P..

2.1 – Il motivo deve considerarsi assorbito.

Può riconoscersi che nella parte finale della sentenza la Corte di appello, per giustificare il rigetto della domanda risarcitoria del R., ha fatto inutilmente ricorso ad una asserita usucapione che la B. avrebbe maturato con il possesso dei beni mobili che le sono stati assegnati nel testamento della Sig.ra P. senza considerare che questa domanda presuppone l’accertamento del fondamento della domanda di rivendica dal R. proposta e che il rigetto di questa domanda bastava per fare cadere la domanda risarcitoria senza necessità di servirsi dell’istituto della usucapione. Ma la censura è assorbita dal rigetto del primo motivo di ricorso principale che, confermando la pronuncia di accertamento della parziale nullità della disposizione testamentaria invocata dal R. come titolo della sua pretesa ed, indirettamente, quindi, il diritto acquisito dalla B. sui predetti beni, in forza della disposizione in suo favore del testamento della P., rende del tutto superfluo l’accertamento della usucapione.

3. Analoga sorte merita il terzo motivo con il quale il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 1153 c.c. che la Corte avrebbe applicato erroneamente ritenendo il testamento della P. titolo astrattamente idoneo ad “operare il trasferimento del diritto sull’arredamento antico appartenente alla famiglia R.”. Anche questo motivo è, infatti, assorbito dal rigetto del primo motivo di ricorso che, confermando la pronuncia di accertamento della parziale nullità della disposizione testamentaria invocata dal R. come titolo della sua pretesa, rende del tutto superfluo l’accertamento della usucapione.

B. Il ricorso incidentale della B. è infondato.

1. Deve subito evidenziarsi come il rigetto del primo motivo del ricorso principale assorba anche il primo motivo del ricorso incidentale con il quale la B. addebita alla Corte di merito di avere errato nel ritenere che la disposizione del testamento di Luigi R., che assegnava alla P. i mobili di pregio indicati in separato elenco ed al nipote R. questi mobili dopo la morte della P., attribuisse direttamente al nipote la nuda proprietà dei predetti mobili con usufrutto alla moglie per la durata della vita della stessa.

Il motivo sarebbe comunque inammissibile traducendosi in una istanza di rilettura del significato delle disposizioni del testamento R..

2. Infondato è, poi, il secondo motivo del ricorso incidentale con il quale la B. sostiene che la Corte di appello ha errato nel compensare le spese di appello con una motivazione “illogica” che non tiene conto che la B. è parte vittoriosa sia in primo grado che il appello. La Corte di merito ha, infatti, puntualmente giustificato la sua decisione – sull’onere delle spese processuali, che ha compensato, “rilevando come la domanda del R. sia stata respinta per ragioni diverse da quelle da lui prospettate cd “in sostanziale adesione al primo motivo di gravame”. Tale giustificazione è tutt’altro che illogica perchè, valorizzando il fondamento del motivo di appello che addebitava al giudice di primo grado l’errata qualificazione giuridica della disposizione testamentaria che attribuiva al R.M. la nuda proprietà dei mobili di un non meglio identificato elenco, valorizza anche la circostanza che l’appello, per quanto disatteso sulla base di un iter logico/giuridico diverso da quello sposato dal tribunale, non poteva considerarsi, tuttavia, basato sulle sabbie mobili di allegazioni pretestuose. E’ vero che la B. è rimasta vittoriosa in appello; ma solo con la modifica dell’art. 92 c.p.c., comma 2 introdotta dal D.L. 12 settembre 2014, n. 132, art. 13, comma 1 ed applicabile solo ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo alla entrata in vigore della legge di conversione del decreto, il regime sull’onere delle spese processuali è stato rigidamente agganciato al criterio della soccombenza. Nel caso in esame il criterio applicabile, riaffermato il principio della responsabilità della parte soccombente per le spese del giudizio, era ed è, invece, quello dettato dal testo previgente del secondo comma che prevedeva, quali vicende eccezionalmente legittimatiti la compensazione, la soccombenza reciproca e la sussistenza gravi ed eccezionali ragioni in precedenza, prima della novella del 2009, di giusti motivi) e che lasciava, dunque, al giudice più ampio spazio di disapplicazione del principio generale c.d. della anticipazione, in forza del quale ogni parte sopporta le spese relative ad atti che compie e che richiede. Non si ignora che allo scopo di limitare il potere discrezionale dei giudici di merito in tema di compensazione delle spese – potere, in passato, di frequente esercitato senza esplicitare le ragioni della decisione, oppure mediante generiche espressioni di mero stile – il decreto competitività (L. 28.12.2005, n. 263), attraverso l’inserimento nel comma 2 di un inciso, rimasto immutato all’esito della ulteriore novella della L. 18 giugno 2009, n. 69, aveva introdotto l’obbligo per il giudice dell’esplicita indicazione dei motivi giustificanti la compensazione, cioè di una distinta e specifica considerazione delle gravi ed eccezionali ragioni in forza delle quali viene derogato il principio della soccombenza e che, per effetto della nuova formulazione del dato positivo, doveva ritenersi definitivamente superato, per i procedimenti iniziati dopo la data di entrata in vigore del c.d.

decreto di competitività, l’orientamento – espresso in maniera consolidata dalla precedente giurisprudenza di legittimità – secondo cui, attesa la natura discrezionale del potere conferito al giudice dall’art. 92, la decisione sulla compensazione delle spese non richiedeva alcuna motivazione (in quanto basata sulla presunzione legale di conformità a diritto dell’apprezzamento, pur non esplicitato nel suo perchè, compiuto dal giudice (sent.

N.19019/2014). Ma, a parte la considerazione che neppure la riforma introdotta da questo decreto potrebbe applicarsi nel presente giudizio, che è iniziato il 17 settembre 2004 e, perciò, prima della entrata in vigore del decreto competitività, e che, in ogni caso, il predetto indirizzo era mitigato, in alcune pronunce, dalla affermazione per cui l’esistenza di motivi fondanti la compensazione poteva essere desumibile, per relationem, dalla motivazione del provvedimento, dalla relativa vicenda processuale o dalla fattispecie concreta nel suo complesso (sent. N. 4455/1999; n. 1887/1998; n. 4455/1999), è decisivo, come si è detto, constatare, per disattendere la censura espressa nel motivo in esame del ricorso incidentale, che nel caso in esame non è mancata affatto una motivazione logica e giuridicamente corretta dei motivi della compensazione in linea con i criteri stabiliti dalla normativa applicabile e come sopra indicata.

3. Con il terzo motivo la ricorrente incidentale denuncia la violazione art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia sul motivo di appello relativo alle spese del giudizio di primo grado con il quale si era dedotto che queste spese non potevano essere compensata attesa la soccombenza di R.. Anche questo motivo merita di essere disatteso; per quanto manchi nella sentenza impugnata una specifica ed analitica considerazione del predetto motivo, deve ritenersi, infatti, che la motivazione sull’onere della spese processuali di secondo grado abbia dato esplicitamente conto anche delle ragioni del motivo di rigetto dell’appello relativo alla compensazione delle spese di giudizio stabilita dal giudice di primo grado così pronunciandosi sul motivo di appello che genericamente aveva dedotto l’erroneo apprezzamento della ragioni giustificatrici della compensazione.

C. Spese compensate in ragione della reciproca soccombenza.

PQM

La Corte rigetta i ricorsi. Spese compensate.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 14 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2016

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