Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11995 del 19/06/2020

Cassazione civile sez. trib., 19/06/2020, (ud. 16/10/2019, dep. 19/06/2020), n.11995

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo M. – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. DINAPOLI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 5722/2014 R.G. proposto da:

M3 s.r.l. in liquidazione, in persona del legale rappresentante

pro-tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Ivo Caraccioli,

elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avvocato Francesco

Falcitelli in (OMISSIS) giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via

dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Campania n. 13/32/2013, depositata il 25 gennaio 2013.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 16 ottobre

2019 dal Consigliere Marco Dinapoli.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1.1-M3 s.r.l. in liquidazione, in persona del suo legale rappresentante pro- tempore, impugna l’avviso di accertamento emesso nei suoi confronti dall’Agenzia delle entrate di Napoli (OMISSIS) per l’anno di imposta 2004 con richiesta di maggiori imposte (Ires Euro 2.345.957,00, Irap Euro 302.131,00 e Iva Euro 1.421.792,00), fondata su un PVC della Guardia di Finanza da cui emerge che la M3 s.r.l. aveva acquistato sottocosto profilati dalla Apa s.r.l. fatturando l’Iva, che però non veniva versata dalla venditrice, società fittiziamente interposta (c.d. frode carosello); onde l’accertamento che ritiene l’Iva non detraibile ed i costi documentati dalle fatture non deducibili.

1,2- La Commissione tributaria provinciale di Napoli accoglie il ricorso del contribuente (sentenza n. 496/03/10 depositata il 06/10/2010).

1.3- La Commissione tributaria regionale della Campania, con la sentenza indicata in epigrafe, in parziale accoglimento dell’appello proposto dall’Ufficio, ritiene l’Iva indetraibile, ma i costi deducibili. La sentenza indica gli elementi di fatto, accertati dalla Guardia di Finanza e valorizzati dal giudice, in base ai quali i fornitori apparenti della M3 s.r.l. sono a suo giudizio soggetti privi di capacità economica, e fittiziamente interposti al solo scopo di conseguire illeciti vantaggi fiscali. Ritiene pertanto, in sintonia con la giurisprudenza di questa Corte, che l’Iva relativa alle operazioni soggettivamente inesistenti sia indetraibile, mentre i costi di acquisto del materiale siano deducibili dal reddito di impresa, in quanto effettivamente sostenuti.

1.4- La società ricorre per cassazione per due motivi e chiede cassarsi la sentenza impugnata, con ogni conseguenziale statuizione. Deposita inoltre memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

1.5- L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso e propone ricorso incidentale avverso la decisione di rigetto dell’appello sul punto della deduzione dei costi; chiede il rigetto del ricorso principale e l’accoglimento di quello incidentale, con ogni conseguente pronunzia.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

2.1- Il primo motivo di ricorso denunzia violazione di legge (D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 19, della Dir. CE n. 112 del 2006, art. 168, lett. a, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), perchè la normativa indicata consentirebbe il disconoscimento della detrazione dell’Iva solo nel caso in cui il soggetto passivo partecipi o sia a conoscenza degli intenti fraudolenti del cedente, circostanza non provata dall’Agenzia delle entrate in corso di causa.

2.2- Il secondo motivo di ricorso denunzia omessa pronunzia (art. 360 c.p.c., n. 4), sulle circostanze di fatto eccepite nella fase di merito a riprova della buona fede dell’acquirente.

3.- Il ricorso incidentale denunzia violazione di legge (TUIR, art. 109,L. n. 537 del 1993, art. 14, art. 2697 c.c.), perchè la sentenza impugnata avrebbe erroneamente ritenuto deducibili i costi nonostante mancasse il requisito dell’inerenza, trattandosi di costi sostenuti con la distorta finalità di alterazione della concorrenza.

4.- Occorre premettere che le c.d. “frodi carosello” sono caratterizzate da un rapporto trilatero, in cui un soggetto economico fittiziamente interposto acquista merce in esenzione o in sospensione dell’Iva, e la rivende ad un terzo, apparentemente con aggravio dell’Iva, che però non versa, mentre il terzo la contabilizza in detrazione, in violazione del principio della neutralità dell’imposta.

5.- Questa Corte si è occupata ripetutamente degli aspetti tributari del fenomeno e dei criteri di ripartizione dell’onere della prova fra l’Amministrazione Finanziaria ed il contribuente, formulando, anche alla luce di ripetuti interventi della Corte di Giustizia, i principi di diritto che seguono, cui occorre dare continuità: 1) “in tema di Iva, l’Amministrazione finanziaria, la quale contesti che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, anche solo in via indiziaria, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitore ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta”; 2) “la prova della consapevolezza dell’evasione richiede che l’Amministrazione finanziaria dimostri, in base ad elementi oggettivi e specifici non limitati alla mera fittizietà del fornitore, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’ordinaria diligenza in rapporto alla qualità professionale ricoperta, che l’operazione si inseriva in una evasione fiscale, ossia che egli disponeva di indizi idonei a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente” 3) “incombe sul contribuente la prova contraria di aver agito in assenza di consapevolezza di partecipare ad un’evasione fiscale e di aver adoperato, per non essere coinvolto in una tale situazione, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto, non assumendo rilievo, a tal fine, nè la regolarità della contabilità e dei pagamenti, nè la mancanza di benefici dalla rivendita delle merci o dei servizi” (Cass. Sez. V 20 aprile 2018 n. 9851; vedi anche Corte di Giustizia 6 dicembre 2012, Bonik, C-285/11; Corte di Giustizia, Ppuh, C277/14, par. 50, Corte di Giustizia 6 luglio 2006, Kittel, C-439/04 e C-440/04; Corte di Giustizia 21 giugno 2012, Mahagèben e David, C-80/11 eC-142/11; Corte di Giustizia 22 ottobre 2015).

5.- Alla luce anche di questi principi, ritiene la Corte che entrambi i motivi del ricorso principale (che possono essere esaminati congiuntamente in quanto strettamente connessi fra di loro) siano infondati in quanto mirano in realtà ad una rivisitazione dei fatti di causa, diversa e contraria rispetto a quella effettuata dal giudice del merito, che però è preclusa in sede di legittimità.

5.1- La sentenza impugnata ha puntualmente indicato gli elementi di fatto su cui ha fondato la propria decisione, all’esito della valutazione complessiva di tutti quelli acquisiti al processo, ritenendo prevalenti quelli posti a base della decisione presa; in particolare l’omessa specifica valutazione di tutte le questioni prospettate dalle parti non integra il vizio lamentato dalla ricorrente (Cass. Sez. U. n. 8053/2014 e n. 19881/2014; Cass. Sez. V n. 23140/2017).

6.- E’ infondato poi il ricorso incidentale dell’Agenzia delle entrate. Infatti in primo luogo non si rileva in che modo la denunziata finalità di “alterazione della concorrenza” possa escludere il requisito della “inerenza” del costo richiesto dal TUIR, art. 109, che ha carattere oggettivo. In secondo luogo l’esistenza dei costi per l’acquisto del materiale è certa, ancorchè sostenuti tramite soggetti fittiziamente interposti, nè l’Amministrazione Finanziaria ha manifestato alcun dubbio al riguardo.

7.- In conclusione vanno rigettati sia il ricorso principale che quello incidentale. La reciproca soccombenza giustifica la compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale e compensa le spese del presente giudizio; dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma del art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 16 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2020

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