Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11995 del 16/05/2017


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Cassazione civile, sez. III, 16/05/2017, (ud. 21/10/2016, dep.16/05/2017),  n. 11995

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 428/2014 proposto da:

C.S., (OMISSIS), M.M.E. (OMISSIS),

L.C. (OMISSIS), CATUCA DI CA.PA. SAS (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, c.a.

(OMISSIS), R.C. (OMISSIS), T.R. (OMISSIS),

TO.TI. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA A.

BERTOLONI, 55, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO MARIA CORBO’,

rappresentati e difesi dall’avvocato CARLA PISTOLESI giusta procura

in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

CASSA RISPARMIO RIETI SPA;

– intimata –

nonchè da:

CASSA RISPARMIO RIETI SPA, in persona della Dott.ssa F.L.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TACITO 23, presso lo studio

dell’avvocato EMANUELE VESPAZIANI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GIOVANNI VESPAZIANI giusta procura in calce

al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

R.C. (OMISSIS), L.C. (OMISSIS), c.a.

(OMISSIS), T.R. (OMISSIS), M.M.E.

(OMISSIS), TO.TI. (OMISSIS), C.S. (OMISSIS),

CATUCA DI CA.PA. SAS (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 2119/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 27/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/10/2016 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato FEDERICO MARIA CORBO’;

udito l’Avvocato EMANUELE VESPAZIANI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

principale e rigetto dell’incidentale.

Fatto

I FATTI

La vicenda processuale oggetto della presente impugnazione trae origine dalla sentenza penale 17690/2010 di questa Corte, ove sono compiutamente esposti i fatti di causa, alla quale si rinvia.

Nel giudizio rescindente, le posizioni processuali degli imputati che determinarono la responsabilità dell’ente bancario erano state definite con il rigetto dei relativi ricorsi (ovvero senza prosieguo ulteriore nel contesto del processo penale), con separata pronuncia di devoluzione al giudice civile delle relative questioni, quali quelle della legittimazione passiva e dell’ammontare del danno risarcibile per i fatti addebitati ai dipendenti della Cassa di risparmio di Rieti, attesa la nullità dell’azione civile esercitata nei confronti della medesima.

In sede di rinvio, la Corte di appello di Milano, nel delimitare l’oggetto del giudizio, osserverà in premessa che il giudice di legittimità, in accoglimento del ricorso proposta dalla predetta Cassa di Risparmio di Rieti, aveva annullato la sentenza impugnata limitatamente alla posizione del responsabile civile per la radicale invalidità dell’azione civile come proposta in sede penale ex art. 83 c.p.p., u.c., conferendo al giudice di rinvio, in grado di appello, ex art. 622 c.p.p., piena cognizione della controversia, con statuizione vincolante tanto per il giudice di merito quanto per le parti, e conseguente applicabilità al giudizio, interamente regolato dalle norme civilistiche, dell’art. 394 c.p.c..

Nel merito, il giudice del rinvio ha rigettato le domande formulate dagli attori in riassunzione.

Avverso la sentenza della Corte meneghina le parti indicate in epigrafe hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di 2 motivi di censura.

Resiste con controricorso la Cassa di Risparmio di Rieti, che propone a sua volta ricorso incidentale condizionato.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato.

Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2 e art. 394 c.p.c., art. 622 c.p.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, i ricorrenti lamentano che la Corte di appello di Milano ne abbia erroneamente rigettato le domande risarcitorie, avendo altrettanto erroneamente interpretato il vincolo scaturente dalla sentenza penale di annullamento con rinvio, e sostengono che, per effetto della stessa, la Corte territoriale sarebbe stato vincolato all’esame del solo quantum debeatur, essendole per converso precluso il riesame dell’an.

Il motivo – pur prescindendo dai non marginali profili di inammissibilità che esso presenta, non avendo gli odierni ricorrenti in alcun modo indicato o allegato quale regola di interpretazione sia stata in concreto violata (la denuncia di un vizio della sentenza impugnata rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, postula, difatti, secondo il costante insegnamento di questa Corte regolatrice, una specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie astratta applicabile alla vicenda processuale ed una altrettanto specifica enunciazione delle conseguenti violazioni rilevanti e rilevabili in questa sede) – è manifestamente infondato nel merito.

Esso si infrange, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello nella parte in cui ha ritenuto che l’annullamento delle statuizioni civili contenuto nella sentenza penale di legittimità menzionata in narrativa fosse stato disposto previa rilevazione di un error in procedendo manifestatosi nel giudizio penale di merito (per l’assenza, nella specie, di tutti i presupposti per una effettiva chiamata in giudizio ex art. 83 c.p.p.), onde la natura di rinvio cd. improprio, o restitutorio, del giudizio civile, e la conseguente potestà della Corte di appello di riesaminare ex novo il merito della controversia.

Non ha, per altro verso, giuridico fondamento la tesi di parte ricorrente secondo cui il vincolo scaturente dalla sentenza di annullamento sarebbe quello derivante da una sentenza di condanna generica, ritenendosi “chiara in tal senso” la lettera della sentenza 17690/2010″, ormai incontestabile in sede di rinvio anche se in ipotesi non conforme a diritto – a sostegno di tale assunto, viene invocato l’inciso contenuto nella pronuncia di annullamento ove si legge che “la nullità dell’azione esercitata nei confronti di ca. impone una nuova riassunzione della stessa, il quale solo potrà valutare l’effettiva legittimazione passiva e l’ammontare del danno risarcibile per i fatti addebitati ai dipendenti”.

L’interpretazione sostenuta dagli odierni ricorrenti si fonda, difatti, su una non corretta lettura, sul piano dell’analisi logica del periodo, di quanto affermato dal giudice penale: diversamente da quanto sostenuto, l’aggettivo “solo” è evidentemente riferito ai poteri del giudice civile, e non può grammaticalmente intendersi come anacoluto anteposto, in funzione avverbiale, al “potrà” (diversamente, la frase avrebbe avuto il seguente tenore: “il quale potrà solo valutare”), con conseguente, corretta interpretazione della ratio della pronuncia di annullamento da parte del giudice del rinvio, cui era stato evidentemente demandato il riesame dell’intera controversia e delle relative questioni, tra le quali quella della legittimazione passiva e della determinazione del quantum risarcitorio, non risultando compatibile il disposto annullamento per motivi pregiudiziali di rito con la sopravvivenza di una condanna generica così come pronunciata dal giudice penale di appello.

Compito del giudice di appello in sede di rinvio era, pertanto, quello (in concreto correttamente e condivisibilmente svolto) di accertare l’effettiva esistenza del nesso di causalità e del danno risarcibile nel caso di specie, entrambi nella specie esclusi alla luce della corretta applicazione del principio etiologico indicato dall’art. 2395 c.c., volta che i pregiudizi patrimoniali lamentati dagli odierni ricorrenti, per come allegati, potevano dirsi direttamente riferibili al solo stato di dissesto dell’Ambra – con conseguente infondatezza dell’azione di responsabilità del terzo creditore, istante per il risarcimento dei danni non diretti, bensì riflessi e mediati dello stato di dissesto, non causato, poichè preesistente ad esso, dai comportamenti dei funzionari.

La parte conclusiva del motivo in esame, da esaminarsi congiuntamente con la seconda censura mossa alla sentenza oggi impugnata (con la quale si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 185 c.p., artt. 2059, 2043, 1223 c.c. in relazione alla L. fall., art. 223 cpv., n. 2, artt. 40 e 41 c.p.) deve ritenersi destinata alla scure dell’inammissibilità, al pari della predetta seconda censura.

La Corte territoriale, nel pieno rispetto del generale principio di diritto processuale che impone, nella motivazione, il rispetto di criteri logici di giustificazione razionale del raggiunto convincimento e dell’adottata decisione, offre chiara e puntuale valutazione, condivisibilmente argomentata, della valenza e dell’efficacia probatoria attribuita agli elementi acquisiti al processo, ritenendo la ricostruzione del fatto, così come operata in sede di motivazione, dotata di un più elevato grado di conferma logica e di credibilità razionale rispetto ad altre, possibili e pur prospettate ipotesi fattuali alternative.

I motivi di censura sono, pertanto, irrimediabilmente destinati ad infrangersi sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello dianzi descritto, dacchè essi, nel loro complesso, pur formalmente abbigliati in veste di denuncia di una (peraltro del tutto generica) violazione di legge e di un (asseritamente) decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito.

Il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, mediante una specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie astratta applicabile alla vicenda processuale, si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertare e ricostruite dalla Corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto irricevibili, volta che la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere in alcun modo tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale, ovvero vincolato a confutare qualsiasi deduzione difensiva.

E’ principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 c.p.c., non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, consentendo ad essa, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della conformità a diritto – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello, al quale soltanto, va ripetuto, spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione (salvo i casi di prove cd. legali, tassativamente previste dal sottosistema ordinamentale civile).

Per altro verso, il ricorrente, nella specie, pur denunciando, formalmente, un insanabile deficit motivazionale della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai definitivamente cristallizzate sul piano processuale) sì come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai consolidatosi, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione probatoria, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata – quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità.

Il ricorso è pertanto rigettato.

Al rigetto del ricorso principale consegue l’assorbimento dell’impugnazione incidentale condizionata.

Le spese del giudizio di Cassazione seguono il principio della soccombenza.

Liquidazione come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 13.200, di cui Euro 200 per spese.

Dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari alla somma già dovuta, a norma del predetto art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 21 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 maggio 2017

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