Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11978 del 06/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 06/05/2021, (ud. 15/02/2021, dep. 06/05/2021), n.11978

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. FANTICINI Giovanni – Consigliere –

Dott. NOVIK Adet Toni – Rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 22249/2013 R.G. proposto da:

P.R., rappresentato e difeso dall’avv.to Cesare Sansoni,

elett. dom. presso lo studio del medesimo, in Roma, via Ugo De

Carolis 101;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio,

n. 124/14/13, depositata il 27 febbraio 2013, non notificata;

Udita la relazione svolta nella camera di Consiglio del 13/10/2020 –

12 febbraio 2021 dal Consigliere Novik Adet Toni.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– P.R. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio, depositata il 27 febbraio 2013, di reiezione dell’appello dal medesimo proposto avverso la sentenza di primo grado che ne aveva respinto il ricorso per l’annullamento dell’avviso di accertamento per Irpef, Iva e Irap relativo all’anno di imposta 2007;

– dall’esame della sentenza di appello e del ricorso si evince che l’Ufficio aveva rettificato il reddito di lavoro autonomo dichiarato dal contribuente, titolare di impresa artigiana (non altrimenti specificato), in relazione a versamenti e prelevamenti ritenuti non giustificati, e recuperato a tassazione le imposte non versate;

– nel disattendere le censure difensive, la CTR, premesso che nell’atto di appello il contribuente aveva denunciato che alcune somme (Euro 27.421,31) erano state utilizzate per spese personali; altre (Euro 135.516,05) per l’acquisto di casa e ad altro titolo; altre somme (11.376,00), riferite a diverse annualità, rilevava nel merito che: – l’invito al contraddittorio non era obbligatorio;

– il contribuente non aveva dimostrato che le movimentazioni bancarie alla base dell’accertamento non erano riferibili ad operazioni imponibili: in particolare, la tesi della natura personale di alcune spese era priva di riscontro documentale e avrebbe dovuto essere supportata da una contabilità regolare atta a dimostrare le spese relative all’azienda; le spese personali, assertivamente sostenute per l’acquisto dell’abitazione principale era smentita dall’atto di compravendita prodotto da cui risultava che il prezzo era stato pagato in parte mediante assegno circolare ed in parte mediante mutuo bancario; infine, rilevava come “il contribuente si è limitato affermare genericamente che non potevano essere considerati quali ricavi di competenza del 2007 i movimenti di mera riscossione di fatture registrate è già assoggettati a tassazione nel 2005 e 2006 poichè non appare idonea, ai fini probatori, la frammentaria ed incompleta documentazione prodotta, consistente in alcuni assegni a saldo di fatture del 2005 e 2006, assegni che, all’evidenza, non appaiono sufficienti a giustificare la movimentazione bancaria rilevata dall’ufficio”

– il ricorso è affidato a due motivi;

– l’agenzia delle entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo di ricorso, il contribuente denuncia “mancato invito ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4” affermando la centralità dell’invito al contraddittorio, quale strumento dettato per evitare il contenzioso;

– rileva che se fosse stato convocato avrebbe chiarito personalmente alla propria posizione;

– il motivo è inammissibile;

– non sussiste omessa motivazione, in quanto è lo stesso ricorrente che contesta l’interpretazione della norma da parte della CTR, ammettendo quindi che il Giudice di merito aveva ritualmente pronunciato su tutta la domanda/eccezione;

– tuttavia, qualora il contribuente, al di là dell’erronea indicazione del presupposto normativo di riferimento, avesse inteso dedurre una violazione di legge, come sembra ricavarsi dal contenuto del motivo, potendosi quindi ritenere superata l’erronea indicazione formale alla luce di quanto parte ricorrente illustra come ragione specifica della doglianza prospettata, va rilevato come, anche di recente, questa Corte abbia affermato il principio, fatto proprio dalla CTR, secondo cui “In tema di accertamento delle imposte, la legittimità della ricostruzione della base imponibile mediante l’utilizzo delle movimentazioni bancarie acquisite non è subordinata al contraddittorio con il contribuente, anticipato alla fase amministrativa, in quanto l’invito a fornire dati, notizie e chiarimenti in ordine alle operazioni annotate nei conti bancari costituisce per l’Ufficio una mera facoltà, da esercitarsi in piena discrezionalità, e non un obbligo, sicchè dal mancato esercizio di tale facoltà non deriva alcuna illegittimità della rettifica operata in base ai relativi accertamenti”. (Sez. 5

Ordinanza n. 34209 del 20/12/2019, Rv. 656382 – 01).

– Con il secondo motivo, il contribuente eccepisce “movimenti bancari ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, affermando di aver dimostrato che le operazioni contestate dall’ufficio non fossero redditi di impresa, essendo state in parte movimenti personali e in parte relative a pagamenti di fatture effettuate in ritardo;

– occorre premettere che, dopo il deposito del ricorso per cassazione, è stata pubblicata la sentenza della Corte costituzionale 24 settembre 2014, n. 228, che ha rilevato la contrarietà della presunzione posta dall’ultima parte dell’art. 32, comma 1, n. 2, cit. e dell’inversione dell’onere probatorio che ne discende al principio di ragionevolezza e di capacità contributiva, ritenendo “arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito”, dichiarando, quindi, l’illegittimità costituzionale della sopra riportata disposizione “limitatamente alle parole “o compensi””;

– in coerente applicazione della decisione della Corte Costituzionale, questa Corte ha affermato il principio secondo cui è venuta meno, l’equiparazione logica tra attività imprenditoriale e professionale, limitatamente ai prelevamenti sui conti correnti – cfr. Cass. n. 16697/2016, Cass. n. 3628/2017 – ricadendo, quindi, sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare che i prelevamenti ingiustificati dal conto corrente bancario e non annotati nelle scritture contabili, siano stati utilizzati dal lavoratore autonomo o dal libero professionista per acquisti inerenti alla produzione del reddito, conseguendone dei ricavi;

– orbene, tenuto conto che l’accertamento è stato emesso nei confronti di una persona fisica soggetta ad Irpef (come si ricava indirettamente dall’intestazione della sentenza impugnata e dal controricorso), e non di una impresa, deve ritenersi che il contribuente sia titolare di un reddito di lavoro autonomo;

– avendo quindi l’accertamento coinvolto indistintamente i versamenti e i prelevamenti non giustificati è necessario distinguere la ripresa fondata sui versamenti da quella sui prelevamenti: va infatti rilevato che gli effetti della norma dichiarata incostituzionale incontrano il limite dei rapporti esauriti in modo definitivo ed irrevocabile per avvenuta formazione del giudicato o per essersi comunque verificato altro evento cui l’ordinamento ricollega il consolidamento del rapporto, mentre si estende a tutti gli altri rapporti (Sez. III, n. 9329/2010, Rv. 612703). La citata sentenza della Corte Costituzionale, pertanto, trova applicazione anche nel presente procedimento, in quanto il rapporto processuale non si è ancora esaurito. Inoltre, trattandosi di una questione di diritto, può essere rilevata d’ufficio, senza necessità di preventiva prospettazione della questione alle parti, perchè la regola di cui all’art. 384 c.p.c., comma 3, si riferisce soltanto all’ipotesi in cui la Corte ritenga di dover decidere nel merito (Cass. 20 luglio 2011, n. 15964, in motivazione, “Ne consegue che il potere di rilevazione di questioni d’ufficio al di fuori di tale ipotesi deve ritenersi esercitabile senza la procedimentalizzazione di cui al comma 3 in discorso. Così nel caso di cassazione senza rinvio (art. 382 c.p.c., comma 3), come nel caso di cassazione con rinvio”.)

– in conseguenza di quanto sopra rilevato, quanto ai versamenti, il motivo deve essere dichiarato inammissibile;

– va infatti ribadito che in materia di accertamento conseguente ad indagine bancaria regolamentato dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, e dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, n. 2, incombe sul contribuente l’onere di provare, rispetto alla presunzione legale emergente dai dati delle movimentazioni bancarie, che detti elementi non siano riferibili ad operazioni imponibili, in particolare che i versamenti siano registrati in contabilità, mentre l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, per legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti;

– trova, quindi applicazione il principio per cui rerrore di diritto” nell’attività di giudizio consiste esclusivamente nella inesatta o errata individuazione od interpretazione della norma (o della fattispecie astratta in essa considerata) che deve essere applicata al rapporto come esattamene cognito nei suoi elementi fattuali, ovvero in un errore di sussunzione (che si verifica quando i fatti come oggettivamente rilevati non appaiono riconducibili alla fattispecie astratta contemplata dalla norma, ovvero pur essendo a quella riconducibili vengono tuttavia regolati dal Giudice sulla base di effetti giuridici diversi da quelli considerati dalla norma applicata). Nel caso in esame, dal contesto espositivo, si rileva che alcune delle operazioni verso le quali si dirige la censura concernono il versamento effettuato dal contribuente sul proprio conto corrente di Euro 68.000 (bonifico per Euro 45.000, fornitura di 20.000 Euro per rilascio di assegno circolare, movimento in entrata di 3000 Euro): sul punto specifico, non trova applicazione la declaratoria di incostituzionalità di cui alla sentenza della Corte costituzionale 24 settembre 2014, n. 228 limitata ai prelevamenti ingiustificati dal conto corrente bancario e non annotati nelle scritture contabili; pertanto, avendo la CTR, con giudizio di fatto, ritenuto generiche ed inidonee a giustificare le movimentazioni bancarie le difese proposte dal contribuente, ne consegue che, sotto la veste della violazione di legge, con il motivo di ricorso si viene a censurare la valutazione delle prove compiute dalla CTR;

– a diversa conclusione deve invece giungersi quanto ai prelevamenti per i quali, non operando più nei confronti dei lavoratori autonomi la presunzione posta dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, è necessaria la dimostrazione da parte dell’ufficio che essi siano riferibili ad operazioni imponibili, fiscalmente rilevanti;

– spetta quindi alla CTR, accertato che effettivamente il contribuente è un lavoratore autonomo, rivalutare la prova fornita dall’ufficio, fermo restando che ben potrà il giudice giungere alla medesima conclusione con un diverso percorso motivazionale, non più fondato sulla presunzione legale.

PQM

La Corte, riconvocatasi nell’udienza del 15/2/2021, così decide: decidendo sul ricorso cassa la sentenza impugnata nei limiti di cui alla motivazione e rinvia, anche ai fini della liquidazione delle spese del giudizio di legittimità, alla CTR del Lazio, in diversa composizione, per nuovo esame.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 12 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2021

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