Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11957 del 19/06/2020

Cassazione civile sez. III, 19/06/2020, (ud. 04/03/2020, dep. 19/06/2020), n.11957

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27915-2019 proposto da:

K.A., elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE DELLE MILIZIE

38, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA PARAVANI, rappresentato

e difeso dall’avvocato VALENTINA NANULA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1056/2019 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 11/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/03/2020 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

K.A. propone ricorso, articolato in due motivi ed illustrato da memoria, nei confronti del Ministero dell’Interno – Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Brescia, avverso la sentenza n. 1056/2019 della Corte d’Appello di Brescia, pubblicata in data 10.7.2019, non notificata, con la quale si è confermato il diniego di tutte le varie forme di protezione internazionale richieste. Il Ministero deposita atto con il quale manifesta la disponibilità a partecipare alla discussione, ove sia fissata udienza pubblica.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in adunanza camerale non partecipata. Il ricorrente, proveniente dal Ghana, riporta nel ricorso la sua vicenda personale, esposta dettagliatamente nella sentenza impugnata: cittadino ghanese, lavorante alla pompa di autolavaggio del padre, scopre la propria omosessualità allorchè viene a contatto con un cliente straniero, scoperto dal padre è costretto a scappare prima in Libia e poi in Italia, perchè l’omosessualità in Ghana è punita con la detenzione. Fa presente di essere stato ascoltato dalla Commissione territoriale e di aver chiesto sia il riconoscimento dello status di rifugiato che la protezione sussidiaria che la protezione umanitaria, e di aver riproposto le domande al tribunale, in sede di impugnazione della decisione della commissione territoriale.

L’appello proposto veniva rigettato in quanto la corte d’appello non riteneva credibile la sua storia personale, escludeva una situazione di conflitto generalizzato in Ghana, e riteneva irrilevante la situazione dei paesi attraverso i quali il ricorrente era transitato.

Con il primo motivo, il ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per aver la corte d’appello violato il dovere di cooperazione istruttoria; denuncia che non sia stata svolta alcuna indagine procedimentale ufficiosa per accertare se sia vero che l’omosessualità in Ghana sia repressa come un reato e che sia stato violato il dovere di cooperazione istruttoria laddove la corte d’appello ha trascurato di valutare la situazione di evidente ed oggettiva vulnerabilità del richiedente a causa della sua omosessualità. Segnala che la corte d’appello ha trascurato di considerare la costante violazione dei diritti civili, la scarsa sicurezza, la condizione precaria delle carceri nel suo paese di provenienza, situazioni tutte idonee al riconoscimento della protezione sussidiaria, e ricorda la situazione di guerra in Libia, paese attraversato dal richiedente, circostanze tutte che avrebbero dovuto far propendere per l’esistenza di una minaccia grave e generalizzata alla vita del richiedente ove rimpatriato.

Il motivo è infondato. Innanzitutto, la corte d’appello non ha ritenuto credibile la storia personale esposta dal ricorrente, nè la sua inclinazione omosessuale scoperta tramite la prostituzione, e di conseguenza non ha approfondito l’eventuale repressione delle inclinazioni omosessuali nel paese di provenienza del ricorrente.

Quanto alla situazione del paese, in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito. Il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. n. 32064 del 2018). La corte d’appello ha ritenuto, con motivazione adeguata, supportata dal riferimento a fonti ufficiali, che, tra i vari paesi africani, il Ghana sia uno di quelli a maggior tenuta di democrazia e stabilità, caratterizzato da una crescita della qualità della vita e da uno sviluppo economico sostenuto. Ha escluso quindi l’esistenza di una situazione di violenza indiscriminata.

Anche quanto all’omessa considerazione delle condizioni di pericolosità del paese ove il ricorrente era transitato, il motivo di ricorso è infondato. La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione del principio di diritto secondo il quale nella domanda di protezione internazionale, l’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito (nella specie la Libia) si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione (v. Cass. n. 29875 del 2018).

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 5 comma 6 e art. 19 TUI.

Deduce che, in riferimento alla protezione umanitaria, la sentenza impugnata, non abbia considerato la situazione interna del Ghana e della Libia, e non abbia considerato che il ricorrente ha un lavoro in Italia e che si è integrato. Lamenta, in definitiva, che la sentenza impugnata non abbia compiuto, ai fini della richiesta protezione umanitaria, la valutazione comparativa necessaria per la verifica della sussistenza o meno della condizione di vulnerabilità in capo al richiedente.

La censura, benchè corredata da cospicui richiami giurisprudenziali, è però del tutto generica proprio in riferimento ala storia personale del ricorrente, perchè non deduce quali siano le circostanze allegate e relative al sua elevato livello di integrazione e di radicamento sociale in Italia delle quali la corte d’appello non avrebbe tenuto conto, non precisando neppure quale tipo di lavoro svolga.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Nulla sulle spese, in difetto di attività difensiva da parte dell’intimato.

Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e la parte ricorrente sulla soccombente, pertanto non è gravata dall’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso

principale, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, comma 1 bis dell’art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 4 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2020

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