Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11955 del 10/06/2016


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Cassazione civile sez. trib., 10/06/2016, (ud. 14/04/2016, dep. 10/06/2016), n.11955

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi iscritti ai nn. da 15258 a 15262/2010 R.G., proposti da:

M.L., rappresentata e difesa, per procura speciale a

margine del ricorso, dall’Avv. Giuseppe Piva del foro di Venezia,

dall’Avv. Prof. Mauro Beghin del foro di Padova e dall’Avv. Prof.

Francesco d’Ayala Valva del foro di Roma, elettivamente domiciliata

presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via dei Parioli, n. 43;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimata –

avverso le sentenze della Commissione tributaria regionale del

Veneto, nn. 27/25/2009, 28/25/2009, 29/25/2009, 30/25/2009,

31/25/2009, tutte depositate il 23/04/2009;

nonchè

sul ricorso iscritto al n. 30748/2011 R.G., proposto da:

M.L., rappresentata e difesa, per procura speciale a

margine del ricorso, dall’Avv. Giuseppe Piva del foro di Venezia,

dall’Avv. Prof. Mauro Beghin del foro di Padova e dall’Avv. Prof.

Francesco d’Ayala Valva del foro di Roma, elettivamente domiciliata

presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via dei Parioli, n. 43,

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende,

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del

Veneto, n. 84/05/2010, depositata il 08/11/2010.

Udita la relazione delle cause svolta nella pubblica udienza del 14

aprile 2016 dal Relatore Cons. Dott. Emilio Iannello;

udito per la ricorrente l’Avv. Francesco d’Ayala Valva e l’Avv.

Giuseppe Carraro Aventi, per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

DEL CORE Sergio, il quale ha concluso: con riferimento ai ricorsi

iscritti ai nn. da 15258 a 15262/2010 R.G. per il rigetto dell’ultimo

motivo e l’accoglimento, per quanto di ragione, dei restanti; con

riferimento al ricorso iscritto al n. 30748/2011 R.G. per

l’inammissibilità.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’Agenzia delle entrate, Ufficio di Thiene, notificava nell’anno 2006 a M.L. cinque separati atti di irrogazione di sanzione ai sensi del D.L. 28 giugno 1990, n. 167, artt. 4 e 5, convertito, con modificazioni, in L. 4 agosto 1990, n. 227, per avere, dal 2000 al 2004, detenuto attività finanziarie e investimenti all’estero (segnatamente nello stato di Panama) senza provvedere alla loro apposita segnalazione nella annuale dichiarazione dei redditi ed inoltre per avere, negli anni 2000 e 2003, omesso di dichiarare capitali trasferiti nel medesimo Stato estero. Complessivamente, i capitali in questione ammontavano, secondo l’ufficio, a complessivi Euro 2.317.460,77; le sanzioni irrogate ad Euro 675.208,25. Le contestazioni traevano fondamento da un processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza che a sua volta faceva riferimento a “utili elementi di prova” raccolti nel corso di autonoma e pregressa attività istruttoria condotta nei confronti di altro soggetto, tale F.I., accusato del reato di abusiva raccolta di risparmio.

I ricorsi della contribuente avverso tali atti – proposti e trattati separatamente – erano accolti dalla adita C.T.P. di Vicenza sulla base del rilievo che, nella documentazione reperita dalla Guardia di Finanza presso l’abitazione del F., “compaiono riferimenti anagrafici che in nessun caso corrispondono a quelli di M. L.”, ed anche in considerazione del fatto che “la contestata esportazione di capitali non risulta provata”, non avendo in particolare l’amministrazione finanziaria “mai provato l’esistenza del deposito finanziario estero Transalp s.a.”.

2. I gravami proposti avverso tali decisioni dalla Agenzia delle entrate – anch’essi trattati separatamente – erano accolti dalla C.T.R. del Veneto, con sentenze depositate il 23/4/2009.

Nelle sovrapponibili motivazioni di tali sentenze i giudici d’appello rilevavano che:

a) con sentenza del 26/10/2005 il Tribunale di Bassano del Grappa ha applicato a F.I., ai sensi dell’art. 444 c.p.p., la pena concordata dalle parti per il reato di abusiva raccolta di risparmio in relazione all’attività condotta in favore di vari clienti, fra cui M.L.; tale sentenza – secondo la C.T.R. – “ha valore confessorio e costituisce quindi una prova dell’esistenza di rapporti finanziari fra le parti”;

b) gli elementi raccolti dalla Guardia di Finanza nel corso delle indagini condotte nei confronti del F. (schedario da tavolo con i nominativi di: M.M. in C. c/o P. L., (OMISSIS) e M.M.B. c/o P.L., (OMISSIS); estratto dei dischi fissi dei p.c. in sequestro, recante il nominativo di M.M.B. in C.; estratto di una rubrica telefonica con il nominativo di P.L. e il relativo numero di telefono) offrivano sufficiente prova della inclusione di M.L. tra i clienti del F., essendo P. il cognome del di lei marito, mentre la presenza di “elementi avulsi a M.L.” era da ritenersi “estranea alla controversia”;

c) ai ricorsi introduttivi risultavano allegati tre certificati di deposito al portatore (n. LP/00.03/05 di Euro 749.139,00; n. LP/03.03/08 di Euro 661.185,00; n. LP/00.01/05 di Euro 1.807.599,00) emessi rispettivamente il 30/03/2000, il 24/03/2003 e il 18/1/2000 da Transalp s.a., i quali comprovavano, secondo la C.T.R., l’esistenza di operazioni finanziarie ed investimenti eseguiti presso detta società panamense;

d) dai fascicoli processuali non si ricavava alcun elemento che potesse oggettivamente attestare l’esistenza di un nominativo diverso da quello di M.L., nè la stessa aveva fornito elementi di prova tali da dimostrare che dette operazioni finanziarie non potessero essere materialmente eseguite;

e) non vi era necessità di allegare, all’atto di irrogazione sanzioni, il p.v.c., dal momento che questo era stato notificato alla contribuente in precedenza ed era stato da lei regolarmente sottoscritto;

f) la nota n. 114490 del 10/5/2007, con cui il dirigente generale del Ministero dell’economia e delle finanze, Dipartimento del Tesoro, aveva comunicato che nessun provvedimento era stato adottato a carico del F., non costituiva prova dell’inesistenza della società depositaria estera.

3. Avverso tali sentenze M.L. ha proposto: da un lato, altrettanti ricorsi per cassazione (sulla base di sei motivi), così instaurando avanti questa Corte i giudizi iscritti ai nn. 15258-

15262/2010 R.G. nell’ambito dei quali l’Agenzia delle entrate, benchè ritualmente evocata, non ha svolto difese; dall’altro, altrettanti ricorsi per revocazione avanti la C.T.R. del Veneto, lamentando una serie di errori di fatto asseritamente decisivi ai fini della controversia e segnatamente: l’erronea supposizione che dal fascicolo processuale non si ricavi alcun elemento che possa oggettivamente attestare l’esistenza di un nominativo diverso da quello di essa ricorrente; l’erronea supposizione che la sentenza di patteggiamento emessa nei confronti di F.I. spieghi, nel diverso giudizio tributario di che trattasi, valore confessorio e costituisca prova dell’esistenza di rapporti finanziari tra le parti e dell’avvenuta esportazione di capitali all’estero; l’erronea supposizione che nei propri ricorsi essa abbia allegato n. 3 certificati di deposito al portatore e che questi ultimi comprovino l’esistenza di operazioni finanziarie e investimenti eseguiti presso la Transalp s.a.; l’erronea supposizione che il p.v.c. del 6/10/2005 sia stato notificato – anzichè come in realtà accaduto meramente consegnato – ad essa ricorrente.

4. Tali ricorsi per revocazione, previamente riuniti, erano rigettati dalla C.T.R., con sentenza resa in data 8/11/2010, sulla base del rilievo che quelli denunciati non costituiscono errori di fatto revocatori: il primo, in quanto non decisivo, gli altri perchè integranti semmai eventuali errori di diritto e di valutazione e ricostruzione del fatto, come tali estranei allo strumento azionato.

Avverso tale sentenza ha quindi proposto ricorso per cassazione M.L. sulla base di tre motivi; ad esso ha resistito l’Agenzia delle entrate, depositando controricorso.

5. La ricorrente ha depositato in data 22/3/2016 istanza di riunione dei ricorsi per cassazione come sopra proposti.

Successivamente, in data 06/04/2016, ha depositato – con riferimento a ciascuno dei ricorsi proposti avverso le sentenze di appello –

memorie ex art. 378 c.p.c. (dal contenuto identico) con le quali, oltre a insistere nei motivi di ricorso, ha preliminarmente segnalato che, nelle more del presente procedimento, l’Agenzia delle Entrate, Direzione Provinciale di Vicenza, in parziale accoglimento di istanze di autotutela ha: a) dapprima, in data 25/02/2014, provveduto all’integrale sgravio delle sanzioni irrogate negli anni 2000 e 2003, ai sensi del D.L. n. 167 del 1990, art. 5, comma 2, nel testo vigente ratione temporis, per la mancata indicazione in dichiarazione di somme trasferite all’estero, in quanto sanzione abrogata dalla L. 6 agosto 2013, n. 97, art. 9; b) quindi, in data 16/10/2014, provveduto al parziale annullamento delle sanzioni irrogate per gli anni 2000 –

2004 per effetto della applicazione del cumulo giuridico D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, ex art. 12, comma 5, conseguentemente rideterminando l’importo complessivo delle sanzioni irrogate in Euro 207.559,50.

La ricorrente ha inoltre invocato il giudicato esterno asseritamente derivante dalla sentenza resa dal Tribunale civile di Venezia in data 10 luglio 2013, n. 1371, divenuta cosa giudicata per decorso dei termini di impugnazione, che ha accolto l’opposizione da essa proposta, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 22, nei confronti del Ministero dell’economia e delle finanze, avverso il decreto dirigenziale n. 77165/RM I prot. n. 6765 del 12 gennaio 2010 – con cui le era stata irrogata la sanzione amministrativa di Euro 22.500,00, per violazione del D.L. 3 maggio 1991, n. 143, art. 1, comma 1, e 5, convertito con modificazioni dalla L. 5 luglio 1991, n. 197 (ora D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231, art. 58, comma 1), per avere effettuato transazioni finanziarie per complessivi Euro 450.000,00 in contanti, senza il tramite di intermediari abilitati –

conseguentemente annullando tale provvedimento. Rileva infatti la ricorrente che tale sentenza ha incontrovertibilmente negato l’esistenza di “prova rigorosa, precisa e concordante che… essa abbia effettuato… (le dette) transazioni” e, in particolare, che sia stata fornita “la prova che il certificato di deposito serie n. LP/03.03.08 sia attribuibile alla ricorrente”.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

6. Va preliminarmente disposta la riunione del ricorso proposto avverso la sentenza resa dalla C.T.R. del Veneto sui ricorsi riuniti per revocazione proposti dalla contribuente avverso le sentenze tutte rese dalla medesima commissione nei separati giudizi di appello relativi alla controversia de qua.

E’ noto infatti che, secondo principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, i ricorsi per cassazione proposti, rispettivamente, contro la sentenza d’appello e contro quella che decide l’impugnazione per revocazione avverso la prima, in caso di contemporanea pendenza in sede di legittimità, debbono essere riuniti in applicazione (analogica, trattandosi di gravami avverso distinti provvedimenti) dell’art. 335 c.p.c., che impone la trattazione in un unico giudizio di tutte le impugnazioni proposte contro la stessa sentenza, dovendosi ritenere che la riunione di detti ricorsi, pur non espressamente prevista dalla norma del codice di rito, discenda dalla connessione esistente tra le due pronunce poichè sul ricorso per cassazione proposto contro la sentenza revocanda può risultare determinante la pronuncia di cassazione riguardante la sentenza resa in sede di revocazione (Cass., Sez. U, n. 10933 del 07/11/1997, Rv. 509592; Sez. 3, n. 10534 del 22/05/2015, Rv. 635610; Sez. 1, n. 25376 del 29/11/2006, Rv. 592875).

Ne discende anche, ovviamente, la necessità di riunire tra di essi i cinque ricorsi proposti avverso le separate sentenze rese in grado d’appello nella controversia de qua, ciascuna con riferimento ad una delle distinte annualità per le quali le sanzioni sono state irrogate: riunione che, del resto, sarebbe stata comunque imposta dalla intrinseca connessione tra le violazioni, di fatto riconosciuta dalla stessa amministrazione nel provvedimento con il quale, in ragione di essa, ha applicato il cumulo giuridico delle sanzioni irrogate ai sensi del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 12, comma 5, conseguentemente operandone il parziale sgravio.

7. In ragione di quanto testè evidenziato deve darsi priorità all’esame del ricorso proposto avverso la sentenza resa dalla C.T.R. nel giudizio promosso dalla ricorrente ex art. 395 c.p.c., atteso il rilievo preliminare e potenzialmente assorbente che lo stesso riveste.

7.1. Con il primo dei motivi che ne sono posti a fondamento, la ricorrente denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 –

insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alla negata sussistenza di errore di fatto revocatorio a base dell’affermazione secondo cui nel fascicolo processuale non si ricaverebbe alcun elemento che possa oggettivamente attestare l’esistenza di un nominativo diverso da quello di essa ricorrente.

Rileva che, mentre da un lato la C.T.R. ha riconosciuto che quanto dedotto “in qualche modo corrisponde alle risultanze di causa”, dall’altro ha contraddittoriamente e, comunque, immotivatamente affermato che il denunciato errore non avrebbe inciso sulla decisione.

La stessa affermazione è censurata anche, con il secondo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto, secondo la ricorrente, integrante violazione dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4.

7.1.1. Entrambi tali motivi, congiuntamente esaminabili, si appalesano infondati.

Non sussiste la divisata contraddittorietà dal momento che le affermazioni che secondo la ricorrente si porrebbero in contrasto l’una con l’altra riguardano presupposti diversi del denunciato vizio, la prima riconoscendo la sussistenza del primo (errore di fatto rappresentato dall’avere escluso l’esistenza di elementi indicativi di altri nominativi), la seconda negando la sussistenza del secondo (decisività dell’errore).

Quest’ultima in particolare fa riferimento al terzo elemento posto a base delle sentenze impugnate, ossia all’emergenza dai documenti raccolti dalla Guardia di Finanza anche del nominativo di P. L., elemento di per sè non attinto dal denunciato errore.

La doglianza svolta in seno al motivo, secondo cui quest’ultimo nominativo emergerebbe dagli atti quale mero intestatario di un’utenza telefonica, con ogni evidenza impinge la valutazione di merito compiuta dal giudice d’appello e non già la motivazione del giudice della revocazione circa il carattere non decisivo dell’errore su altri aspetti segnalato.

La sentenza impugnata si sottrae, pertanto, alle censure di cui al motivo in esame, giacchè il giudizio sulla decisività dell’errore costituisce un apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità se – come nella specie – sorretto da congrua motivazione, non inficiata da vizi logici e da errori di diritto (cfr. Cass., Sez. 3, n. 9369 del 21/04/2006; Sez. 3, n. 1643 del 09/03/1984).

Tanto meno pertanto può predicarsi violazione alcuna della norma processuale, avendo di essa il giudice a quo fatto corretta applicazione, valutando e argomentatamente negando la sussistenza di uno dei due presupposti da essa indicati per la rilevanza dell’errore di fatto ai fini della chiesta revocazione.

7.2. Con il terzo motivo infine la ricorrente deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – insufficiente motivazione in relazione al rigetto delle restanti censure revocatorie.

Lamenta che la motivazione spesa sul punto è del tutto carente e generica, non argomentando in riferimento alle singole, specifiche doglianze.

7.2.1. Anche tale censura si appalesa infondata.

Occorre rammentare, in conformità a principio acquisito nella giurisprudenza di questa Corte, che l’errore di fatto che può dare luogo a revocazione consiste in un errore di percezione, o in una mera svista di carattere materiale, che abbia indotto il giudice ad affermare l’esistenza o l’inesistenza di un fatto decisivo, la cui insussistenza o sussistenza risulti invece in modo incontestabile dagli atti. Tale errore non può riguardare la violazione o falsa applicazione di norme giuridiche; deve avere i caratteri dell’assoluta evidenza e della semplice rilevabilità sulla base del solo raffronto tra la sentenza impugnata e gli atti o documenti di causa, senza necessità di argomentazioni induttive o di particolari indagini ermeneutiche; deve essere essenziale e decisivo, nel senso che tra la percezione asseritamente erronea da parte del giudice e la decisione emessa deve esistere un nesso causale tale che senza l’errore la pronuncia sarebbe stata diversa; l’errore inoltre deve essere essenziale, nel senso che tra la percezione asseritamente erronea da parte del giudice e la decisione emessa deve esistere un nesso causale tale che senza l’errore la pronuncia sarebbe stata diversa (v. ex alliis Cass., Sez. 3, n. 10534 del 2015, cit.; Sez. L, n. 9396 del 21/04/2006; Sez. 3, n. 3190 del 14/02/2006).

Nel caso di specie la pur stringata motivazione della sentenza impugnata esprime adeguatamente il convincimento della assenza di tale errore secondo i suindicati caratteri, senza che in esso possano ravvisarsi stridenti lacune o contraddizioni rispetto alle premesse fattuali espressamente considerate: lacuna o contraddizioni che del resto nemmeno la ricorrente evidenzia, esponendosi sotto tale profilo il ricorso medesimo a preliminare rilievo di genericità.

7.3. Il ricorso proposto nei confronti della sentenza emessa nel giudizio di revocazione va pertanto rigettato.

Avuto tuttavia riguardo alla peculiarità della vicenda processuale, equo appare compensare le spese processuali.

8. Può dunque adesso procedersi all’esame dei restanti ricorsi, proposti, come detto, avverso le sentenze stesse di cui si è chiesta, infondatamente, la revocazione.

Con il primo motivo di ricorso M.L. deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., dell’art. 2730 c.c., nonchè del D.L. 28 giugno 1990, n. 167, art. 4, convertito, con modificazioni, in L. 4 agosto 1990, n. 227, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere attribuito valore confessorio, circa l’esistenza della condotta sanzionata, ad una sentenza penale di patteggìamento resa nei confronti di altro soggetto.

9. Con il secondo motivo essa denuncia vizio di contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la C.T.R. posto a fondamento del proprio convincimento elementi di prova che convergono invece su altra posizione (quella della sorella M.M.B., maritata in C.) o che risultano, comunque, sprovvisti di qualsivoglia collegamento con essa ricorrente.

Rileva in particolare che, dei tre elementi di prova trasmessi dalla Guardia di Finanza, almeno due (quelli rappresentati dai nomi rinvenuti nello schedario da tavolo del F. e nell’elenco estrapolato dai dischi fissi dei personal computer nella disponibilità di quest’ultimo) conducono de plano a soggetto diverso, ossia alla predetta sua congiunta. Quanto al terzo elemento, ossia il nome P.L. rinvenuto nella rubrica telefonica del F., osserva che esso si spiega in ragione della conoscenza del predetto “nel quadro di normali rapporti di concittadinanza”, ma non dimostra anche l’esistenza di rapporti di tipo professionale o finanziario.

Formula il seguente quesito: “dica codesta suprema Corte se nella sentenza della commissione tributaria regionale sussista un percorso argomentativo coerente e illogico tra l’esame del materiale probatorio selezionato come rilevante e l’individuazione della signora M.L. (anzichè di un nominativo diverso) come soggetto al quale viene ascritta la sanzione, allorquando gli elementi indiziari individuati convergano sulla sorella di questa, sig.ra M.M.B. in C.”.

10. Con il terzo motivo denuncia vizio di omessa motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione alla attribuita titolarità ad essa ricorrente dei tre certificati di deposito al portatore rinvenuti dalla Guardia di Finanza.

Rileva che anch’essi mancano di riferimenti oggettivi idonei a comprovarne anzitutto l’autenticità e, in ogni caso, la disponibilità in capo ad essa ricorrente.

Formula il seguente momento di sintesi: “dica codesta Suprema Corte se la sentenza della C.T.R. abbia mancato di pronunciarsi in ordine alla autenticità degli asseriti certificati di deposito al portatore panamensi e ai motivi della asserita loro riferibilità alla sig.ra M.L.”.

11. Con il quarto motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2712 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Lamenta che la C.T.R., in violazione delle norme suindicate, ha attribuito valore di piena prova della esistenza di certificati di deposito ad una riproduzione meccanica di un documento artefatto e privo di valore legale. Evidenzia trattarsi di una mera stampa di uno schema di certificazione, privo di timbri, sottoscrizioni ed autentiche, caratterizzato anche da anomalie linguistiche e valutarie. Rimarca di aver sempre contestato in giudizio l’autenticità di tali documenti.

Formula il seguente quesito di diritto: “dica codesta Suprema Corte se una riproduzione meccanica di uno schema grafico, sprovvisto di qualsivoglia timbro, sottoscrizione o visto, possa comprovare l’esistenza di operazioni finanziarie ed investimenti eseguiti presso una società estera, integrando in tal modo il supporto probatorio di una pretesa sanzionatoria azionata D.L. n. 167 del 1990, ex art. 4”.

12. Con il quinto motivo deduce ancora – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e del D.L. n. 167 del 1990, art. 4, in relazione all’affermazione contenuta in sentenza secondo cui essa ricorrente non avrebbe fornito “elementi di prova tali da dimostrare che dette operazioni finanziarie non potevano essere materialmente eseguite”, nonchè con riferimento all’ulteriore affermazione secondo cui “la nota n. 114490 del 10/5/2007, con cui il dirigente generale del Ministero dell’economia e delle finanze, Dipartimento del Tesoro, ha decretato che alcun provvedimento adottato a carico di F. I., non costituisce prova dell’inesistenza della società depositaria estera”.

Rileva che entrambe tali affermazioni implicano un’inversione dell’onere probatorio postulando l’attribuzione in capo ad essa ricorrente dell’onere di fornire elementi di prova a propria discolpa, essendo invece onere dell’amministrazione procedente provare i fatti contestati all’incolpata.

Formula il seguente quesito di diritto: “dica codesta Suprema Corte se la Commissione tributaria regionale abbia illegittimamente invertito l’onere della prova a carico dell’incolpata ponendo a carico di quest’ultima l’onere di provare che le suddette operazioni finanziarie e la detenzione di capitali all’estero non potevano essere materialmente eseguite, richiedendole altresì di provare l’inesistenza della società depositaria estera panamense”.

13. Con il sesto motivo deduce infine violazione e falsa applicazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, artt. 6 e 7; L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 3; D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 60; art. 24 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la C.T.R. ritenuto irrilevante la mancata allegazione del p.v.c. all’avviso di irrogazione sanzioni, attribuendo rilievo al fatto che lo stesso fosse stato in precedenza consegnato ad essa ricorrente.

14. Va preliminarmente dichiarata parzialmente cessata la materia del contendere per effetto dei provvedimenti di sgravio resi in autotutela dall’amministrazione, per le diverse ragioni sopra illustrate (par. 5), rispettivamente in date 25/02/2014 e 16/10/2014, dovendosi pertanto intendere le persistenti ragioni del contendere afferire al residuo complessivo importo, rettificato, di Euro 207.559,50.

15. Procedendo nell’ordine logico delle questioni poste, occorre adesso esaminare l’eccezione di giudicato esterno proposta dalla ricorrente con la memoria da ultimo depositata ex art. 378 c.p.c..

La stessa è infondata, riguardando la sentenza prodotta diverso rapporto e diverse parti.

Sotto quest’ultimo profilo è appena il caso infatti di rilevare che il Ministero dell’economia è persona giuridica pubblica diversa dall’Agenzie delle entrate, che non ha nessun potere in ordine al procedimento di irrogazione di sanzioni amministrative per violazioni tributarie e non svolge alcuna attività nell’ambito dello stesso.

Sotto il primo profilo occorre inoltre considerare che nulla autorizza a ritenere che le transazioni finanziarie considerate nella richiamata sentenza del Tribunale di Venezia, sotto il profilo della violazione della normativa di contrasto all’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio, possano ritenersi interamente sovrapponibili a quelle da cui origina la diversa fattispecie considerata nella controversia tributaria in esame (detenzione di attività finanziarie e investimenti all’estero non segnalata nella annuale dichiarazione dei redditi): basti al riguardo por mente alla ben diversa entità degli importi nell’uno e nell’altro caso considerati.

Infine varrà rammentare che il giudicato non copre tutti i punti che costituiscono antecedente logico della pronuncia, in particolare la valutazione di prove o la ricostruzione di fatti (v. Sez. 5, n. 2831 del 07/02/2008; Sez. 5, n. 24067 del 10/11/2006, Rv. 593953), e solo a un inesistente vincolo di tal genere sembra far riferimento la ricorrente nel richiamare i passaggi motivazionali – espressione di una mera valutazione probatoria – richiamati tra virgolette alla pagina 7 della memoria ex art. 378 c.p.c..

16. Venendo quindi all’esame dei motivi di ricorso, logica priorità, in quanto di rilievo preliminare e potenzialmente assorbente, deve assegnarsi al sesto.

Lo stesso è infondato.

Secondo indirizzo consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, in tema di motivazione per relationem degli atti d’imposizione tributaria, della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, comma 1, nel prevedere che debba essere allegato all’atto dell’Amministrazione finanziaria ogni documento richiamato nella motivazione di esso, non trova applicazione per gli atti di cui il contribuente abbia già avuto integrale e legale conoscenza per effetto di precedente comunicazione (v. ex plurimis Sez. 5, n. 407 del 14/01/2015, Rv.

634243, in un caso in cui – analogamente a quanto accaduto in quello in esame – l’avviso di accertamento era stato motivato con riferimento ad un processo verbale di constatazione precedentemente consegnato in copia previa sottoscrizione).

Nel caso di specie, è pacifico che il p.v.c. è stato consegnato alla controricorrente, la quale infatti nulla oppone sul punto, appuntandosi la censura sul solo rilievo formale secondo cui si è trattato di consegna brevi manu e non di notifica: rilievo però privo di incidenza alcuna nella valutazione del principio, il quale infatti muove proprio dal rifiuto di un’interpretazione puramente formalistica delle norme richiamate la quale si porrebbe in contrasto con il criterio ermeneutico che impone di dare alle norme procedurali una lettura che, nell’interesse generale, faccia bensì salva la funzione di garanzia loro propria, limitando al massimo le cause d’invalidità o d’inammissibilità chiaramente irragionevoli (Cass., Sez. 5, n. 18073 del 02/07/2008).

Non può del resto dubitarsi che gli atti impugnati abbiano consentito una precisa conoscenza sia delle pretese sanzionatorie sia dei fondamenti su cui esse riposano con un grado di determinatezza ed intelligibilità idonei a consentire un esercizio non difficoltoso del diritto di difesa (Cass., Sez. 5, n. 7056 del 26/03/2014). Prova ne sia che, nonostante la pretesa carenza di motivazione degli avvisi, la ricorrente è stata in grado di aggredire, ancora dinanzi a questa Suprema Corte, la fondatezza in sè delle pretese sanzionatorie.

17. E’ altresì infondato il primo motivo di ricorso.

Secondo indirizzo consolidato nella giurisprudenza di questa S.C. la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. (cosiddetto gatteggiamento) costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione. Detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova dal giudice tributario nel giudizio di legittimità dell’accertamento (v. Sez. 5, n. 24587 del 03/12/2010, Rv. 615119, che, in applicazione di tale principio ha cassato con rinvio la sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva ritenuto ininfluente ai fini della prova a carico di una società la sentenza di patteggiamento emessa in sede penale nei confronti del legale rappresentante della società medesima per gli stessi fatti oggetto della pretesa tributaria; v. anche Sez. L, n. 23906 del 19/11/2007, Rv. 600265; Sez. 5, n. 19505 del 19/12/2003, Rv. 569081; Sez. 5, n. 2724 del 24/02/2001, Rv. 544167).

Nel caso di specie non appare pertanto ravvisabile il dedotto errore di diritto nell’attribuzione, da parte del giudice a quo, a detta sentenza di patteggiamento, al di là del non appropriato ma ininfluente riferimento alla confessione, di un rilievo probatorio, utilizzabile nel presente giudizio, circa “l’esistenza di rapporti finanziari tra le parti”.

Non appare a tanto di ostacolo la circostanza che il procedimento definito con detta sentenza di patteggiamento abbia riguardato soggetto diverso dalla odierna ricorrente, rimasta ad esso estranea, ancorchè legata al primo – in ipotesi – da rapporto contrattuale sinallagamtico (diversamente dal caso, considerato da Sez. 5, n. 24587 del 2010, in cui la pur sussistente distinzione soggettiva tra imputato e società contribuente non può far velo alla immedesimazione organica esistente tra i due: cfr. Sez. 6-5, Ord. n. 22616 del 24/10/2014, Rv. 632911). In tale contesto, ma anche ove vi fosse stata identità soggettiva, è certamente esclusa l’attribuzione di alcun vincolo di giudicato nel presente giudizio, anche sul piano della valutazione della prova, ma non può però escludersi che tale elemento possa essere liberamente valutato nel presente giudizio nei termini in cui il giudice a quo ha inteso valutarlo, come astrattamente idoneo cioè a rappresentare “l’esistenza di rapporti finanziari fra le parti”.

18. Sono invece fondati il secondo e il terzo motivo di ricorso, congiuntamente esaminabili, in quanto entrambi volti a contestare, sotto il profilo della sufficienza e coerenza motivazionale, il ragionamento probatorio espresso nella sentenza impugnata.

E’ costante giurisprudenza di questa Corte che ricorra il vizio di insufficiente motivazione ove il Giudice non indichi gli elementi dai quali ha tratto il proprio convincimento ovvero il criterio logico e la ratio decidendi che lo ha guidato. Il Giudice deve delineare il percorso logico seguito, descrivendo il legame tra gli elementi interni determinanti che conducono necessariamente ed esclusivamente alla decisione adottata; mentre deve escludere, attraverso adeguata critica, la rilevanza di ogni elemento esterno al percorso logico seguito, di natura materiale, logica o processuale, ed astrattamente idoneo a delineare conseguenze divergenti dall’adottata decisione (v.

ex multis, Cass. Sez. L, n. 11198 del 12/11/1997, Rv. 509810).

Nel caso di specie, non si ravvisa tale iter argomentativo.

Pur doverosamente valutati gli elementi cui si riferiscono le censure in esame (nomi rinvenuto nello schedario, nel p.c. e nella rubrica telefonica del F.; certificati di deposito emessi da Transalp s.s.) in uno a quello rappresentato dalla sentenza di patteggiamento suindicata – la quale, secondo quanto detto in sentenza, ferma la propria efficacia dimostrativa alla “esistenza di rapporti finanziari tra le parti” – non può non rilevarsi come il giudice a quo ometta di giustificare il passaggio logico che consente di giungere da essi al convincimento dell’esistenza della violazione tributaria contestata, la quale ovviamente postula – giova rimarcare – non solo l’esistenza di detti rapporti con il F., ma l’avere questi anche provveduto al deposito presso la società estera di capitali riferibili alla odierna ricorrente.

Non può non rilevarsi come tale passaggio può essere in astratto utilmente coperto dalla riferibilità a M.L. dei certificati di deposito emessi dalla Transalp s.a., ma deve parimenti darsi atto che il giudice a quo al riguardo si fermi alla constatazione della presenza di tali certificati tra i documenti rinvenuti nel possesso del F. ma omette di spiegare come e perchè da tale solo fatto possa anche risalirsi alla loro riferibilità alla odierna ricorrente, a tanto in particolare non potendo bastare la sola constatazione che essi siano stati allegati al ricorso introduttivo della stessa ricorrente, non potendo dubitarsi che tale allegazione fosse funzionale proprio e soltanto alla contestazione di tale riferibilità.

19. In ragione di tali considerazioni, che valgono di per sè a privare di giustificazione le sentenze impugnate, queste debbono essere cassate, restando assorbiti i restanti motivi.

Le cause riunite relative ai ricorsi iscritti ai nn. da 15258 a 15262/2010 R.G. vanno pertanto rimesse al giudice a quo il quale provvederà, per esse, anche al regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta quello (iscritto al n. 30748/2011 R.G.) proposto avverso la sentenza n. 84/05/2010 della C.T.R. Veneto e compensa tra le parti le spese processuali ad esso relative; dichiara, con riferimento ai restanti ricorsi, parzialmente cessata la materia del contendere nei sensi di cui in motivazione;

per la restante parte, rigetta il primo e il sesto motivo di ricorso;

accoglie il secondo e il terzo; dichiara assorbiti gli altri; per l’effetto, cassa le sentenze impugnate con i ricorsi iscritti ai nn. da 15258 a 15262/2010 R.G. e rinvia alla C.T.R. del Veneto, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, in quanto relative ai procedimenti instaurati con detti ricorsi.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2016

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