Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11953 del 10/06/2016


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Cassazione civile sez. trib., 10/06/2016, (ud. 31/03/2016, dep. 10/06/2016), n.11953

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28232/2009 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

GS CAR DI C.S. & C. SAS in persona del legale

rappresentante pro tempore, P.G., C.S.,

F.R., B.E., elettivamente domiciliati in

ROMA VIA F. CRISPI 10, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO

CARCIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato PAOLO BOLDRIN

giusta delega a margine;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 49/2008 della COMM. TRIB. REG. del VENETO,

depositata l’11/11/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

31/03/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione del ricorso, inammissibili l’8^ e il 9^.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Agenzia delle Entrate di Padova ha notificato alla società GS Car ed ai suoi soci cinque avvisi di accertamento, di rettifica del reddito dichiarato.

L’Agenzia ha proceduto ad accertamento sintetico, ritenendo maggior ricavi per cessione di beni non dichiarati, e per manodopera impiegata asseritamente al nero. Ha conseguentemente rideterminato il reddito dei soci, in ragione della loro partecipazione sociale. La società e ciascuno dei soci hanno impugnato gli avvisi, che per connessione oggettiva, sono stati riuniti e respinti dalla commissione di primo grado.

Decisione, quest’ultima, però riformata in appello.

Avverso tale ultima sentenza propone ricorso l’Agenzia, che denuncia nullità della sentenza, omessa motivazione e violazione di legge.

Resistono con controricorso i contribuenti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

La decisione impugnata ha annullato gli avvisi di accertamento ritenendo che, sebbene per alcune prestazioni fosse provata la cessione in nero, e dunque non dichiarato il ricavo, per altre, invece, non v’era prova di tale circostanza. Poichè non era possibile distinguere le une dalle altre, l’avviso andava annullato integralmente.

1.- Con i primi tre motivi la ricorrente Agenzia lamenta violazione da un lato dell’art. 112 c.p.c. e dall’altro omessa motivazione su un punto controverso e decisivo.

In particolare, la sentenza impugnata ha ritenuto di non poter confermare parzialmente l’avviso di accertamento per due ragioni. In primo luogo in quanto l’Agenzia, nell’atto di appello, non ha chiesto la conferma parziale, in secondo luogo, per l’impossibilità di sceverare i ricavi in nero provati da quelli che non lo sono.

Ritiene l’Agenzia erronea l’affermazione secondo cui il giudice di appello non poteva confermare solo parzialmente l’avviso di accertamento, ritenendo non formulata la relativa domanda. Ritiene altresì insufficiente la motivazione circa l’impossibilità di scorporare all’interno dell’avviso, alcune voci di reddito da altre.

I motivi possono esaminarsi congiuntamente e sono fondati.

Invero, la circostanza che non fosse distinguibile, all’interno dell’avviso di accertamento la somma imputata ad un ricavo da quella di altro non poteva impedire un annullamento parziale, come invece ritenuto dalla CTR. Va precisato, ed è oggetto, questo, del secondo motivo, che è erronea l’affermazione della sentenza impugnata secondo cui l’annullamento parziale non è stato chiesto dall’Agenzia, che invece ha domandato solo l’annullamento in toto della sentenza di primo grado.

Già solo sul piano logico va tenuto conto che il più contiene il meno, e non si può certo ritenere che nella richiesta di annullare la sentenza non fosse compresa quella di un annullamento solo parziale della stessa.

Va poi considerato che il giudizio tributario non è un giudizio di impugnazione annullamento, ma un giudizio di impugnazione-merito. Il giudice tributario deve dunque anche in mancanza di una espressa richiesta (di annullamento o di accoglimento parziale) confermare solo in parte l’avviso di accertamento relativamente ad alcuni ricavi e non ad altri, quando gli uni siano accertati.

La sentenza pertanto, in accoglimento dei tre primi motivi, va cassata con enunciazione del principio di diritto esposto in precedenza.

2.- Con il quarto e quinto motivo la ricorrente denuncia con argomenti diversi una medesima mancanza.

Uno dei punti di accertamento era relativo al lavoro svolto da due persone, prima dipendenti e poi soci della società, ed al monte ore da questi effettuato, che costituiva reddito per la società.

La CTR ha censurato l’accertamento, che faceva ricorso al criterio induttivo ex art. 39, in quanto basato non su parametri dell’anno di imposta in questione ma su criteri relativi all’anno di imposta precedente.

La decisione è censurata sia per una insufficiente motivazione (quarto motivo) che per violazione dell’art. 39 (quinto motivo).

I motivi possono esaminarsi congiuntamente e sono fondati.

La decisione impugnata infatti ha ritenuto erroneo il ricorso a dati e notizie dell’anno precedente ai fini dell’accertamento induttivo, ritenendo necessario invece il ricorso a dati dell’anno di imposta da accertare.

La ricorrente ritiene questo presupposto frutto di erronea interpretazione dell’art. 39. Invero, la decisione impugnata ha fatto applicazione di una regola ricavabile dell’art. 39, comma 2, mentre l’Agenzia qui ha proceduto ad accertamento induttivo previsto dal primo comma della medesima norma. Invero, in tema di accertamento dell’imposta sui redditi, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, non stabilisce speciali limitazioni presuntive in ipotesi di accertamento induttivo eseguito nei confronti di un’impresa, con la conseguenza che tale accertamento non soffre di speciali limitazioni, legislative o di fatto, nell’applicazione presuntiva dei redditi effettivi (Cass. n. 21785 del 2012), e neanche limitazioni di tipo temporale (Cass. n. 5049 del 2011).

3.- Con il sesto e settimo motivo si denuncia omessa o insufficiente motivazione relativamente ad un fatto decisivo e controverso.

La società avrebbe fatturato meno ore di lavoro ad alcuni dipendenti soci, di quanto effettivamente da questi ultimi prestato, cosi realizzando un guadagno (differenza tra il lavoro ricevuto e quello fatturato) in nero, non dichiarato ufficialmente.

Il sesto motivo è fondato, ed assorbe il settimo.

L’avviso di accertamento era basato su una serie di fatti, relativi al lavoro svolto dai due dipendenti, che portavano a ritenere che essi avessero lavorato “in nero”, facendo cosi lucrare un profitto corrispondente al lavoro svolto.

La sentenza omette di valutare se l’insieme degli elementi addotti dalla Agenzia, fatti noti, fosse tale da giustificare l’affermazione del fatto noto, ossia il lavoro in nero dei soci lavoratori. In particolare, un elemento da cui l’Agenzia aveva desunto l’effettuazione di lavoro in nero era dato dalla circostanza (accertata pure dal giudice di merito) che alcuni pezzi di ricambio erano stati ceduti senza fatturazione, e che dunque si doveva presumere che anche il lavoro relativo doveva non essere stato fatturato. Si trattava di un fatto controverso e decisivo per il giudizio in quanto palesava ore di lavoro non fatturate.

Dunque, il motivo sesto (il settimo può ritenersi assorbito) va accolto e la decisione va cassata per omessa motivazione su un fatto controverso e rilevante.

4.- Con l’ottavo motivo ed il nono motivo si denuncia nuovamente insufficiente motivazione circa due punti controversi (in realtà relativi ad un fatto unico).

In particolare risultano versati sul conto della società, registrati contabilmente come diminuzione del conto patrimoniale soci, due assegni, uno di 410 Euro e l’altro di 24.980 Euro. Poichè dalle indagini svolte, l’assegno è risultato non appartenere ai soci, l’Agenzia ritiene che si sia trattato di un ricavo in nero.

La sentenza impugnata ha ritenuto provato invece che quell’assegno era stato emesso dall’acquirente della vettura, e che dunque costituiva l’incasso di quella vendita, regolarmente registrata.

Secondo la ricorrente la CTR non ha sufficientemente motivato le ragioni che l’hanno indotta a ritenere che quell’assegno fosse il prezzo della vendita della vettura, che, anzi, esistevano elementi per affermare il contrario.

I motivi sono fondati.

Deve ritenersi omessa la motivazione quando il giudice di merito, nel contrasto tra le parti in ordine alla prova di un fatto controverso, si limita ad affermare che il fatto stesso è stato provato, senza indicare le fonti su cui riposa tale convincimento e procedere ad una valutazione, sia pure sommaria, di esse.

La motivazione è omessa in quanto consistente nell’affermazione che “non vi sono dubbi” che gli assegni in questione non fanno parte del reddito accertato, o non vi concorrono a fronte degli elementi di prova addotti in senso contrario dall’Agenzia, e della circostanza che, quale che fosse la provenienza delle somme, esse non risultavano comunque portate in dichiarazione.

Va dunque cassata la sentenza nella parte in cui omette di valutare gli elementi addotti dall’Agenzia relativamente all’incasso dei due assegni, ed alla mancata dichiarazione delle relative somme.

Il ricorso va dunque accolto, nei termini che precedono, e la decisione va cassata con rinvio alla CTR di Venezia in diversa composizione.

PQM

La Corte accoglie i motivi primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, ottavo e nono, dichiara assorbito il settimo. Cassa la decisione impugnata, in relazione ai motivi accolti, e rinvia alla Commissione Regionale di Venezia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 31 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2016

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