Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11950 del 17/05/2010

Cassazione civile sez. III, 17/05/2010, (ud. 22/02/2010, dep. 17/05/2010), n.11950

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIFONE Francesco – Presidente –

Dott. FILADORO Camillo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Adelaide – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 21326-2006 proposto da:

V.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA LUIGI PERNA 51, presso io studio dell’avvocato SERVILLO

GIUSEPPE, rappresentato e difeso dall’avvocato ROSSI PAOLO giusta

delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

D.L.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, PIAZZALE CLODIO 8, presso lo studio dell’avvocato ARCURI

GABRIELLA, rappresentato e difeso dall’avvocato URSINI GIUSEPPE

giusta delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3549/2005 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, 3^

SEZIONE CIVILE, emessa il 15/12/2005, depositata il 21/12/2005,

R.G.N. 1563/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/02/2010 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato GIUSEPPE ORSINI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DESTRO Carlo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

IN FATTO

D.L.G. convenne in giudizio dinanzi al pretore di Napoli V.F., chiedendo la risoluzione di un contratto di locazione di sei miniappartamenti stipulato con quest’ultimo per grave inadempimento del conduttore – il quale, ricevuti in locazione gli immobili per uso alberghiero, ne aveva trasferito la detenzione al comune di (OMISSIS) per ospitarvi alcuni senza tetto, che li avevano gravemente danneggiati.

Il V., nel costituirsi, propose domanda riconvenzionale di condanna dell’attore all’esecuzione dei lavori necessari a rendere agibili gli immobili, dei quali chiedeva conservare la detenzione ex locato.

Il giudice di primo grado accolse la domanda del D.L., determinando altresì l’ammontare complessivo dei danni arrecati agli immobili, e rigettò la riconvenzionale del convenuto.

L’impugnazione proposta da V.F. fu rigettata dalla corte di appello di Napoli.

La sentenza è stata impugnata dall’appellante con ricorso per cassazione sorretto da 2 motivi.

Resiste con controricorso D.L.G..

Diritto

IN DIRITTO

Il ricorso è infondato.

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta un vizio di insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Il motivo è privo di pregio.

Esso si infrange, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello nella parte in cui ha ritenuto che l’occupazione degli appartamenti fosse avvenuta non a seguito di atto di imperio della PA, bensì all’esito di un accordo di natura privatistica, specificando poi, con analitica e puntuale motivazione – che questa corte integralmente condivide e fa propria – gli aspetti della controversia rilevanti ai fini della pronuncia di risoluzione e di risarcimento.

Il motivo in esame, pertanto, nel suo complesso, pur lamentando un decisivo difetto di motivazione, si risolve, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito. Il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertare e ricostruite dalla corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto inaccoglibili,, perchè la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva. E’ principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 c.p.c., n. 5 non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, consentendo ad essa, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della conformità a diritto – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello, al quale soltanto, va ripetuto, spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione, (salvo i casi di prove cd. legali, tassativamente previste dal sottosistema ordinamentale civile). Il ricorrente, nella specie, pur denunciando, apparentemente, una deficiente motivazione della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai cristallizzate quoad effectum) si come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai cristallizzato, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione procedimentale, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello – non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata, quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità.

Il secondo motivo, relativo alle spese di giudizio, non merita accoglimento avendo il giudice di appello legittimamente applicato, nella specie, il principio della soccombenza.

Il ricorso è pertanto rigettato.

La disciplina delle spese segue, giusta il principio della soccombenza anche in questo grado, come da dispositivo.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 2.700,00 di cui Euro 200,00 per spese generali.

Così deciso in Roma, il 22 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 maggio 2010

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA